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ISLAM

Lale Gül, minacciata perché vuole vivere senza velo

Lale Gül, giovane scrittrice turca emigrata in Olanda, nel libro autobiografico Io vivrò esprime tutto il disagio di una comunità segregata dalle sue stesse regole coraniche. Scuole separate, nessuna integrazione, la donna è discriminata come in un regime islamico. Per la sua pubblicazione, la famiglia e la comunità la minacciano di morte.

Libertà religiosa 18_03_2021
Lale Gul

"Un giorno rientravo a casa da un turno di lavoro come cameriera. Non avevo il velo, due cerchi come orecchini e il rossetto. Incontrai mio zio per caso, si fermò, mi guardò e mi sputò in faccia. 'Dovresti vergognarti' mi disse". Più o meno quella sera inizia l'inferno, ma anche l'idea di un romanzo di denuncia per Lale Gül. Ventitrè anni, nata in una famiglia islamica, un libro, Io vivrò - il racconto di una ragazza occidentale fuori, islamicamente sottomessa in casa - che l'ha consegnata alla notorietà, ma anche alle minacce di morte. I membri della sua comunità turca la vogliono morta. Uno zio le ha promesso di strapparle i denti dalla bocca, il padre la ignora, la madre le ripete di non poter biasimare nessuno perché, "l'hai voluto tu, anzi hai chiesto tu tutto questo con quel libro".

La Gül cresce ad Amsterdam dove si trasferisce praticamente appena nata con i genitori, i fratelli e diversi zii dalla Turchia. La vita di tutti è relegata nella comunità turca olandese. I più piccoli frequentano la scuola coranica della fondazione turca Milli Görüs, i più grandi non imparano neanche l'olandese, se non quel poco che gli serve per sopravvivere al lavoro, di più non serve. "Nelle loro menti non hanno mai lasciato la Turchia, si circondano di turchi, guardano solo programmi televisivi turchi, non hanno abbandonato neanche uno dei valori o delle tradizioni turche. Hanno sempre temuto che se avessi indossato un paio di jeans la loro reputazione nella comunità si sarebbe offuscata", ha dichiarato in una recente intervista Lale Gül. 

D'altronde quando decide di scrivere il suo romanzo, Ik ga leven, è fin troppo ingenua. Il programma era scrivere una storia basata sulla sua vita. Un libro su una ragazza di Amsterdam che si libera dalla morsa della comunità islamica in cui è cresciuta, e non temeva che tutto ciò le avrebbe causato grossi problemi a casa. D'altronde i suoi genitori, nonostante da oltre vent'anni in Olanda, masticano un olandese povero: non lo avrebbero letto, né ne avrebbero sentito parlare. Anche perché la comunità turca non legge e non guarda quel che non riguarda la Turchia. 

Eppure il contenuto del romanzo attira l'attenzione. Il giorno dopo aver  partecipato al talk show Op1, il telefono della famiglia Gül squilla senza sosta. Parenti, conoscenti, persino sconosciuti hanno sentito della sua storia. Il libro disonora la comunità. È l'autobiografia di un'adolescente che alla scuola coranica domanda perché il velo è solo per femmine. "Questa domanda viene dal diavolo", le rispondono. Capitolo dopo capitolo, racconta di come non le fosse mai stato permesso di ascoltare la musica o guardare film. Niente gioielli o trucco. Mai un compleanno, niente gite o vacanze senza un parente maschio. "Devo vivere come una pianta d'appartamento? Dovrei quindi entrare immediatamente in un matrimonio in cui i miei genitori, e solo loro, hanno deciso a chi concedermi? È per questo che vivo? Allah è contento della mia tragedia?", si domanda la Gül, mentre affida alle pagine di un libro i suoi desideri e pensieri. Ma ad Amsterdam, non in Iran, in Qatar, in Arabia Saudita, ad Istanbul o in Pakistan, non è così scontato che una ragazza possa andare in giro senza velo, scrivere un romanzo in cui critica l'islam, e passarla liscia.

La comunità turca ripete ai genitori,  "vostra figlia è diventata una seconda Ebru Umar". La famosa editorialista turco-olandese che aveva ereditato la rubrica di Theo van Gogh dopo il suo omicidio e che ha dedicato la sua  vita al femminismo e al mondo arabo islamico. Quattro anni fa scrisse che "il 68% degli olandesi non ha più il coraggio di dire quel che pensa. Nei Paesi Bassi non c'è più libertà di espressione". Nel 2016 venne aggredita e le venne svaligiata casa. Ad aprile dello stesso anno mentre era in vacanza in Turchia, è stata arrestata con l'accusa di aver scritto dei tweet offensivi contro Erdoğan. Oggi un po' tutti, come a Lale, ripetono che se l'è cercata.

La ventitrenne non esce più di casa da sola, ha denunciato le minacce di morte della comunità musulmana e delle sua famiglia - solo un fratello ha promesso di difenderla -, ogni tanto c'è una volante sotto casa, ma non le è stata affidata una vera e propria scorta. L'ultima volta un ragazzo marocchino l'ha pedinata fino a casa per vedere dove abitasse, racconta. E se il papà l'unica cosa che ripete a tutti è, "cosa vuoi che faccia, tagliarle la gola?", come ha dichiarato la stessa Lale al quotidiano olandese Volkskrant, un manifesto che recita, "Lela merita di vivere come vuole. Senza ambiguità", è il sostegno che le è arrivato, invece, da una parte della classe politica olandese e da alcuni intellettuali e giornalisti.  Ma anche leader religiosi e scrittori. Tra i firmatari ci sono i presidenti del partito Lilianne Ploumen (PvdA), Gert-Jan Segers (ChristenUnie) e Lilian Marijnissen (SP). Anche i parlamentari Pieter Omtzigt (CDA), Dilan Yeisjesgöz-Zegerius e Bente Becker (entrambi VVD) e il senatore Boris Dittrich (D66).

La Gül si rammarica che la sua storia abbia ricevuto scarso sostegno dal mondo progressista. "La sinistra pensa: gli immigrati stanno già attraversando un periodo difficile. Quindi pensano di controbilanciare le osservazioni della destra lodando la società multiculturale. Ma credetemi, non ci sta facendo alcun favore. Anzi, non è per niente quello che vogliono. L'uguaglianza tra uomini e donne non esiste e le scuole coraniche ostacolano categoricamente l'integrazione". In un'intervista con il Volkskrant il mese scorso, la Gül ha detto di considerarsi islamofoba. "Se così definite chi critica l'islam, l'apostasia, il velo (che ho tolto due anni fa!), gli imam e il divieto per le donne di fare qualsiasi cosa, sì sono un'islamofoba".