Israeliani o palestinesi, il dramma di giovani per cui la guerra è normalità
Per i giovani mediorientali, sia israeliani che palestinesi, la guerra con l'Iran viene affrontata con un misto di orgoglio e spirito combattivo (per gli israeliani), paura e rassegnazione. Ma il problema è che la guerra sta diventando "normale".
Paura. Rabbia. Rassegnazione. Tre verità che i giovani israeliani e palestinesi ingeriscono, ogni giorno, senza nemmeno poterle masticare. Altro che entusiasmo: questa nuova guerra li travolge come un’onda nera, inevitabile per alcuni, per altri solo una tragedia scritta da tempo. Ma c’è una certezza: chi ha vent’anni oggi non si fa illusioni, la guerra non è la porta della pace. È una condanna, un destino che si ripete, uno spettro che infesta ogni notte di questa generazione cresciuta tra sirene, posti di blocco e bombardamenti.
A Tel Aviv, Haifa o in altri centri di Israele, non si fanno più sogni tranquilli: la sera cala con il ringhio delle sirene antiaeree, colonna sonora che si mescola al traffico e al vento salato del Mediterraneo. L’atmosfera è velenosa, i telefoni vibrano come cuori impazziti, le notifiche si rincorrono, gli sguardi si alzano verso un cielo che promette solo tempesta. Radar, intercettori, missili: la guerra tra Israele e Iran non è più una storia da dossier segreto o da dibattito televisivo. È la cruda realtà di ogni giorno, fatta di allarmi, mobilitazioni, paura che scava nelle abitudini e nella vita della gente. Bisogna sedersi accanto ai ragazzi, quelli che sfiorano il telefono ogni trenta secondi, che fingono di continuare la conversazione, ma hanno il pensiero altrove.
Israele: terra dove la gioventù cammina sul filo dell’orgoglio e il rifugio antiatomico. Il patriottismo pulsa nei cuori, ma la paura è ormai una compagna fedele, la guerra non è più un lampo improvviso, è la routine quotidiana. I sondaggi sono una sentenza: il 93% degli ebrei vuole colpire l’Iran, convinto che sia l’unico modo per schiacciare la minaccia nucleare di Teheran. Tra i ventenni questo consenso è istinto puro, una reazione nata tra le macerie di Gaza, i missili di Hezbollah, l’ombra lunga del regime iraniano.
La guerra, per questa generazione, è lo sfondo di ogni risata, di ogni abbraccio. Per le strade di Tel Aviv e Gerusalemme si respira un’aria satura di rassegnazione combattiva. In Israele, la sicurezza è molto più che una parola: è dogma, è disciplina, è religione civile. La scuola e il servizio militare obbligatorio sono officine che forgiano giovani pronti a reagire, ad affrontare l’emergenza come routine. La chiamata alle armi è sempre un rischio personale: ogni incursione può strappare via un amico, un fratello, un compagno di università. Qui la normalità si misura con il suono delle sirene e il battito accelerato di chi non vuole arrendersi, ma sa che la guerra è ormai parte della vita. Ma c’è il risvolto della medaglia. Non sono più soltanto i razzi provenienti da Gaza a suscitare timore, ma lo scontro con una potenza regionale, in grado di colpire l’intero territorio israeliano. È una paura che si insinua silenziosa, mettendo a dura prova la capacità di sentirsi al sicuro anche nei luoghi più familiari.
Allo stesso tempo, però, si fa spazio anche una voce critica, minoritaria ma presente. Nei campus universitari e tra i movimenti civili c’è chi prova a guardare oltre la compattezza apparente della società. Sono giovani che si interrogano sul senso della militarizzazione permanente, preoccupati per il rischio di un conflitto regionale senza fine e consapevoli del legame irrisolto tra la guerra con l’Iran e la questione palestinese. Le loro riflessioni, pur rimanendo ai margini in un periodo in cui la sicurezza nazionale sembra essere la priorità assoluta, rappresentano un segnale di pluralismo e di ricerca di alternative. In questo clima, la società israeliana si ritrova sospesa tra il bisogno di protezione e la consapevolezza delle proprie fragilità, divisa tra la compattezza patriottica e le voci di chi chiede un futuro diverso.
Se tra molti giovani israeliani l’idea di una guerra con l’Iran è ormai una triste realtà, tra i giovani palestinesi la reazione appare molto più complessa. Non è indifferenza pura, ma una miscela di distacco, calcolo politico e rabbia sedimentata negli anni. Per una parte consistente della gioventù palestinese, soprattutto in Cisgiordania e a Gaza, l’eventuale conflitto tra Israele e Iran non rappresenta il centro della propria esperienza. La loro percezione della guerra è diversa perché la loro guerra, in un certo senso, non è mai davvero finita.
Nella vita quotidiana di molti giovani palestinesi la crisi è una presenza costante: restrizioni alla libertà di movimento, incursioni militari, arresti, tensioni con i coloni, scontri ricorrenti. In questo contesto, una nuova escalation regionale viene spesso vissuta come uno scenario geopolitico lontano, quasi come un livello superiore del conflitto che si sovrappone a una realtà già segnata da tensioni permanenti. È per questo che, per molti di loro, la prospettiva di una guerra più ampia non produce lo stesso senso di shock o di emergenza che si registra nella società israeliana. La guerra, nella percezione di questa generazione, non è un evento straordinario che irrompe nella normalità: è parte della normalità stessa.
Accanto a questo distacco esiste però anche un altro elemento, più politico. In alcuni ambienti giovanili palestinesi si sta diffondendo una forma di simpatia strategica nei confronti dell’Iran. Non si tratta necessariamente di un’adesione ideologica o religiosa, ma piuttosto la percezione che Teheran sia uno dei pochi attori regionali disposti a sfidare apertamente Israele sul piano militare. Questo atteggiamento è più visibile tra i giovani politicamente radicalizzati o vicini a movimenti militanti. Allo stesso tempo, però, tra molti giovani palestinesi cresce anche la preoccupazione per le possibili conseguenze di una escalation nella regione. Questo conflitto tra Israele e Iran potrebbe infatti avere effetti pesanti proprio sui territori palestinesi. Il timore è che la guerra rafforzi ulteriormente il militarismo israeliano, riduca l’attenzione internazionale sulla questione palestinese e contribuisca ad aumentare la violenza nei territori occupati.
Infatti, mentre i missili attraversano i cieli della regione e le tensioni geopolitiche dominano le cronache internazionali, nei villaggi della Cisgiordania la vita continua sotto la pressione di scontri locali, raid militari e tensioni quotidiane. In questo contesto difficile, i coloni intensificano la loro avanzata, appropriandosi sempre più del territorio: le case vengono demolite, gli alberi secolari incendiati e i campi devastati, lasciando dietro di loro un senso di impotenza e rabbia tra gli abitanti. La quotidianità è segnata da atti di violenza che si ripetono, con intere famiglie costrette ad abbandonare i propri beni, mentre la speranza di una stabilità sembra allontanarsi ogni giorno di più.
Nonostante queste differenze, c’è però un elemento che accomuna entrambe le società. Per milioni di giovani in Medio Oriente la guerra sta progressivamente perdendo il carattere di un evento eccezionale. Sta diventando, sempre di più, un elemento strutturale della vita quotidiana.

