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CRONACA NERA

Spegnete la pornografia del dolore sul delitto di Senago

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Ciclicamente, i media cascano nelle stesse trappole: una di queste è la pornografia del dolore che segue i delitti più efferati. L'uccisione di Giulia Tramontano, a Senago, ha dato il via al solito voyeurismo di chat rivelate, dettagli raccapriccianti e privacy violata. Senza rispetto della deontologia.

Attualità 08_06_2023
Giornalisti a Senago

Andando a ritroso nella cronaca nera degli ultimi anni ciclicamente si ritrovano appelli al mondo dei media da parte delle istituzioni, delle Authority e dell’Ordine dei giornalisti alla sobrietà nel racconto e nel commento dei fatti. Non bisogna accanirsi, spettacolarizzare il dolore, sfruttare la sofferenza dei famigliari delle vittime per ragioni di audience. A un certo punto occorre dire basta e frenare quella che si è soliti chiamare “pornografia del dolore”. Ci si addentra in particolari efferati, si scava alla ricerca di elementi che possano alimentare la curiosità morbosa del pubblico, senza preoccuparsi di proteggere i diritti dei protagonisti delle notizie. E questo rappresenta una grave violazione della deontologia giornalistica, rispetto alla quale troppo spesso i consigli di disciplina dell’Ordine dei giornalisti chiudono un occhio o entrambi gli occhi.

Quanto sta accadendo negli ultimi giorni in occasione della barbara uccisione di Giulia Tramontano da parte del fidanzato ha riacceso i riflettori sulle degenerazioni di certa informazione che specula per miseri interessi di bottega sui drammi personali e famigliari, violando la privacy e la dignità di persone straziate dal dolore (famigliari) o addirittura non più in vita.

La diffusione di dati sensibili, tra cui le chat di WhatsApp di Impagnatiello, reo confesso, oppure le descrizioni macabre del lago di sangue sul pianerottolo del luogo del delitto, unite ad altri comportamenti scellerati che integrano gli estremi di violazioni del segreto istruttorio, disegnano un quadro a tinte fosche dal punto di vista della mancata correttezza dell’informazione.

Di Giulia Tramontano e del suo assassino ormai sappiamo davvero tutto. Manca forse soltanto il gruppo sanguigno per poter dire di conoscere ogni loro più intimo particolare. La vita di una giovane donna incinta di sette mesi uccisa brutalmente dal fidanzato è stata passata ai raggi X da un’informazione morbosa e invadente.

Ci troviamo dinanzi all’ennesima brutta pagina del giornalismo di cronaca nera. E’ stato calpestato il requisito dell’essenzialità dell’informazione, che impone ai giornalisti di selezionare accuratamente i particolari di una notizia anziché divulgarli tutti senza filtri e senza alcuno scrupolo, senza cioè preoccuparsi che possano offendere la dignità dei protagonisti o amplificare la sofferenza delle persone. L’accanimento stucchevole al quale stiamo assistendo ha ben poco a che fare col giornalismo. Puntate-fiume di trasmissioni in ogni fascia oraria sono dedicate esclusivamente o quasi a quella tragedia, ma senza che vengano aggiunti particolari preziosi per la ricostruzione dell’accaduto. Una tv del genere contribuisce ad esacerbare gli animi, a incattivire la società, a brutalizzare i comportamenti e le reazioni ad atroci ed efferati delitti come quello di Giulia Tramontano, ma non arricchisce il diritto dei cittadini ad essere correttamente informati. Li turba, risveglia in loro gli istinti di odio e rivalsa nei confronti di un assassino senza scrupoli, ma non fornisce particolari utili alla completezza del racconto.

E allora, come se ne può uscire? Anzitutto ci sono documenti che andrebbero richiamati all’attenzione degli addetti ai lavori. La deontologia non devono rispettarla solo i giornalisti, ma anche i conduttori non giornalisti che alimentano questa perversa spirale di voyeurismo. Ad esempio, oltre a tutte le norme deontologiche sul rispetto della dignità e degli altri diritti della personalità, il codice sui processi mediatici esiste da quasi 15 anni ed è stato firmato da tutte le televisioni, oltre che dall’Ordine dei giornalisti e dal sindacato. Inoltre, la tv pubblica dovrebbe rispettare maggiormente il contratto di servizio pubblico (peraltro in fase di rinnovo), che contiene riferimenti puntuali e precisi sulla necessità di tutelare i valori della persona dall’invadenza mediatica e dal contorsionismo spregiudicato nella trattazione di dati sensibili riguardanti la vita intima dei protagonisti dei fatti. Probabilmente, con un maggior coinvolgimento del pubblico nelle scelte di palinsesto e nel monitoraggio del gradimento di certi programmi, si potrebbe riallineare più agevolmente la qualità di certe trasmissioni di intrattenimento ai principi posti dalle leggi a fondamento del servizio pubblico.

Si riscontra, purtroppo, una diffusa tendenza ad ignorare questi principi una volta codificati. Lo scandalismo e la spettacolarizzazione dell’informazione italiana rappresentano un unicum nel panorama radiotelevisivo europeo. In altri Stati esistono testate scandalistiche che si occupano di delitti efferati e altre vicende drammatiche, e vanno avanti a parlarne anche quando la notizia esaurisce il suo corso. Ma l’informazione generalista non è così malata, così morbosa come quella italiana. Non è pensabile, ad esempio, che una casalinga che trascorre almeno dieci ore al giorno dinanzi al televisore, per otto ore se non di più senta parlare esclusivamente di un omicidio, per quanto drammatico e atroce, in ogni suo dettaglio. Un’informazione che stimola costantemente gli istinti feroci del pubblico senza dosare buone e cattive notizie non può definirsi tale e viene meno ai suoi compiti. E allora si abbia il coraggio di porre fine a questo straziante stillicidio mediatico.