Iran, dopo due settimane nessuna vittoria in vista
In Iran, dopo i clamorosi successi dei primi giorni, per le forze israelo-americane la guerra sta prendendo una brutta piega. Difese anti-missile americane umiliate nel Golfo, grandi rischi al mercato del petrolio con la chiusura dello stretto di Hormuz.
La guerra all’Iran non è ancora un successo per gli Stati Uniti e Israele e l’impressione è che il contesto e l’evoluzione del conflitto siano oggi a favore dell’Iran.
Certo Teheran ha subito forti danni, ha perso gran parte dei suoi mezzi navali e aerei ma continua ad ostacolare con la sua difesa aerea le incursioni nemiche e, soprattutto, continua a bersagliare le basi americane nel Golfo, i paesi arabi che le ospitano e Israele con ondate di missili balistici, da crociera e droni.
L’Iran ha sofferto circa 2mila vittime civili, quelle militari sono sconosciute (come in Israele) mentre gli americani lamentano 7 morti e 150 feriti ma l’aspetto strategico più rilevante e che 12 giorni dopo l’inizio dell’attacco israelo-americano le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato ieri di aver dato inizio alla 38a ondata di attacchi nell’ambito dell’operazione “True Promise 4” colpendo duramente Israele (soprattutto con missili con testate a grappolo) e diverse basi americane nei paesi arabi del Golfo .
«Pensiamo solo alla resa completa del nemico» si legge nel comunicato del pasdaran. Le devastazioni delle basi statunitensi nella regione, ammesse anche da fonti dei paesi arabi che si affacciano sul Golfo Persico, rappresenta il più grave fallimento delle capacità antimissile e antidrone americane e rischia di avere un forte impatto politico, incoraggiando i Paesi arabi a liberarsi di una presenza americana sempre più ingombrante.
Washington punta ancora a convincere sauditi ed emiratini a partecipare agli attacchi all’Iran ma è difficile che tali pressioni abbiano successo ora che è evidente che le infrastrutture strategiche arabe, inclusi desalinizzatori e impianti petroliferi, sono alla mercè delle armi di Teheran. L’idea che sia l’Iran a porsi l’obiettivo della resa del nemico contrasta con le assicurazioni fornite da Donald Trump circa la quasi conclusione della guerra con la sconfitta del regime iraniano, che appare in realtà ben saldo e conterebbe sul supporto satellitare e d’intelligence fornito da Russia e Cina.
Una fonte dell'intelligence occidentale ha detto a CNN che già nei giorni scorsi erano emerse notizie sull'aiuto di Mosca a Teheran con informazioni sugli obiettivi americani da colpire. I droni Shahed, progettati dall'Iran ma prodotti in serie anche in Russia dove sono chiamati Geran, hanno avuto un successo inaspettato nel penetrare le difese aeree delle nazioni del Golfo, grazie forse anche a sistemi di guida russi. «Quello che era un supporto più generico sta diventando ora più preoccupante, incluse le strategie di targeting con i droni che la Russia ha impiegato in Ucraina», ha detto la fonte senza fornire dettagli.
Tattiche e tecniche utilizzate dai russi in Ucraina e non a caso i militari di Kiev esperti di intercettazione di droni sono attesi nei Paesi arabi del Golfo per condividere le esperienze nella guerra ai droni Shahed.
La guerra sta quindi andando non solo per le lunghe ma si sviluppa senza successi all’orizzonte per gli israelo-americani, anche se il Comando Centrale statunitense (Centcom), che gestisce le operazioni, fa notare che dalle prime 24 ore dell'operazione Epic Fury, gli attacchi con missili balistici e droni iraniani sono diminuiti «drasticamente. La forza di combattimento degli Stati Uniti sta crescendo, quella dell'Iran sta diminuendo».
Molti osservatori hanno però notato che l’Iran ha impiegato all’inizio del conflitto un gran numero di droni e vecchi missili balistici col chiaro intento di far consumare missili antiaerei ai loro nemici per poi utilizzare da alcuni giorni ondate più piccole di missili più moderni, ipersonici, con testate manovrabili e a dispersione. Armi che, abbinate a sciami di droni, hanno già permesso di distruggere almeno 5 grandi radar d’allarme precoce statunitensi, indispensabili a localizzare i missili balistici iraniani al momento del lancio.
Gli Stati Uniti e i loro alleati sembrano essere inoltre a corto di missili anti-missile, come era accaduto a Israele dopo dieci giorni di guerra nel giugno 2025. Aerei da trasporto stanno trasferendo molti Patriot basati in Corea del Sud nel Golfo ma l’Iran pare abbia consumato poco più di 500 missili balistici dei 2.500/3.000 di cui dispone, stoccati in depositi sotterranei a grande profondità per tenerli al riparo dai bombardamenti nemici. Inoltre, dopo l’attacco israeliano alle infrastrutture petrolifere iraniane, i pasdaran hanno accentuato gli attacchi alle petroliere in transito nel Golfo e nello Stretto di Hormuz anche seminando mine navali colpendo ieri almeno due navi
«La nave israeliana Express Rome, battente bandiera liberiana, e la nave portarinfuse Mayuree Naree sono state colpite da proiettili iraniani e sono state fermate dopo aver ignorato gli avvertimenti» delle Guardie, si legge in un comunicato diffuso dall'agenzia di stampa iraniana Isna. Su X il comandante delle forze navali iraniane Alireza Tangsiri ha scritto che «qualsiasi nave che desideri attraversare Hormuz deve ottenere il permesso dall'Iran» prima di entrare nello stretto. Secondo quanto riferito ieri dall'agenzia che monitora la sicurezza marittima, United Kingdom Maritime Trade Operations (Ukmto), sono state tre le navi colpite ieri nei pressi dello Stretto.
L'Iran ha minacciato di non permettere il passaggio «di neanche un solo litro di petrolio» attraverso lo Stretto di Hormuz per gli Stati Uniti, Israele o i loro alleati. Un portavoce militare ha dichiarato che qualsiasi nave o carico di petrolio appartenente agli Stati Uniti, a Israele o ai loro alleati sarà considerato "un obiettivo legittimo".
A partire dai primi giorni del nuovo conflitto in Medio Oriente lo Stretto di Hormuz è stato dichiarato ufficialmente "zona di operazioni belliche" causando il blocco quasi totale del traffico marittimo che in tempo di pace è attraversato da oltre 130 navi al giorno.
La guerra ha fatto crollare il volume di traffico del 90-94%, con transiti giornalieri al massimo di 5 navi negli ultimi giorni, per lo più russe o cinesi autorizzate dall’Iran. L'International Maritime Organizzativo parla di oltre mille imbarcazioni ferme al 10 marzo e di almeno 3.000 navi commerciali bloccate nel Golfo Persico con oltre 20mila marinai. Il valore complessivo delle navi e delle merci bloccate supera i 25 miliardi di dollari, considerando che circa la metà di queste imbarcazioni trasporta petrolio o gas. La guerra ha portato alle stelle i costi per il trasporto marittimo di energia con il nolo di una superpetroliera Vlcc (Very Large Crude Carriers) balzato a quasi 450.000 dollari, dieci volte superiore alla media operativa di una superpetroliera in condizioni di mercato stabili.
«Preparatevi a un petrolio a 200 dollari al barile», ha detto il portavoce del comando unificato Khatam al Anbiya, Ebrahim Zolfaqari. Il prezzo del greggio, ha sottolineato a quanto riportano i media iraniani, «è legato alla sicurezza della regione che voi avete destabilizzato».
Una minaccia che la Casa Bianca ha preso di petto. «Il presidente Trump non permetterà ai terroristi iraniani fuorilegge di fermare la libertà di navigazione e il libero flusso di energia» nello Stretto di Hormuz, ha detto ieri la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt.
Il presidente «ha ribadito il suo impegno a garantire il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, affinchè gli Stati Uniti e tutti i nostri alleati possano soddisfare le loro necessità energetiche», ha rimarcato Leavitt, sottolineando come Trump abbia «chiarito inequivocabilmente nella sua dichiarazione di ieri agli ultimi elementi di questo regime terroristico: se faranno qualcosa per interrompere il flusso di petrolio o merci nello Stretto di Hormuz, saranno colpiti dalla forza militare più potente del mondo, 20 volte più duramente di quanto non siano stati colpiti finora».
In realtà gli Stati Uniti devono fare i conti con le conseguenze dell’attacco israeliano alle infrastrutture petrolifere dell’Iran. Attacco a cui Washington era contraria proprio per le ripercussioni sul mercato petrolifero, le sue quotazioni e i riflessi sul costo del carburante, in salita anche negli Usa con forti rischi per Trump di perdere consensi.
Contrastare i pasdaran nelle acque ristrette del Golfo non è però un’operazione facile perché esporrebbe le navi militari americane ad attacchi di missili antinave e alle mine navali contro le quali gli statunitensi non sembrano avere contromisure efficaci nella regione poiché ha dismesso i suoi ultimi 4 cacciamine dislocati proprio nel Golfo Persico, i cui compiti sono passati ora alle poco affidabili fregate leggere del tipo Lcs la cui presenza nella regione del Golfo peraltro non è stata finora segnalata.


