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COSTITUZIONE

Riforma del premierato, la Meloni corre un rischio non necessario

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La riforma del premierato, voluta da Giorgia Meloni, presenta vantaggi (governabilità) e tante controindicazioni. Saremmo la prima democrazia ad avere questo sistema. Ma mette a rischio la maggioranza.

Politica 06_11_2023
Tajani, Meloni, Salvini

Ci sono varie scuole di pensiero sul premierato. I contenuti della riforma presentata venerdì scorso in consiglio dei ministri convincono fino a un certo punto e le ragioni dell’accelerazione che Giorgia Meloni ha voluto imprimere a questo progetto rimangono oscure, anche se in parte intuibili.

Nei cinque articoli della riforma è prevista l’elezione diretta del premier, la sua eventuale sostituzione con un altro esponente della sua coalizione o del suo partito (senza accordo su un altro nome bisogna sciogliere le Camere e non sono possibili altre maggioranze o governi tecnici), un sistema maggioritario che assegna il 55% dei seggi al partito o alla coalizione che prende più voti, l’abolizione dei senatori a vita (rimangono tali solo i presidenti emeriti della Repubblica). In linea teorica queste modifiche della Costituzione potrebbero rafforzare l’esecutivo e dunque la governabilità, combattere l’astensionismo e risvegliare la passione partecipativa degli elettori, che sarebbero chiamati a scegliere direttamente il capo del governo.

In realtà le controindicazioni del premierato, che peraltro non esiste in nessuna democrazia, sono molteplici. Le hanno evidenziate fior di intellettuali e costituzionalisti, da Marcello Pera a Luciano Violante a Giuliano Amato, solo per citare i più noti. Anzitutto il depotenziamento del ruolo del Presidente della Repubblica, organo di garanzia e del Parlamento, che esprime la sovranità popolare. In secondo luogo il rischio che il candidato premier diventi uno specchietto per le allodole per prendere tanti voti ma poi venga sfiduciato subito dopo e sostituito con un altro esponente di quella maggioranza, che ha meno appeal sull’elettorato ma risponde al meglio alle alchimie tra i partiti della maggioranza. Il vero premier forte, quindi, sarebbe il secondo, non il primo, quindi non quello scelto dagli elettori.

Sull’abolizione dei senatori a vita e sul fatto che finora abbiano condizionato con il loro voto la vita dei governi si può essere d’accordo. Invece inserire per la prima volta nella Costituzione un riferimento preciso alla legge elettorale è alquanto pericoloso. Siamo proprio sicuri che sia democratico prevedere che un partito del 25% (dei votanti, non dei cittadini) prenda il 55% dei seggi e addirittura cristallizzare tale meccanismo nella Carta fondamentale?

Fin qui i rilievi tecnici, ma la questione presenta dei risvolti altrettanto interessanti sul piano politico. Perché la Meloni, in un contesto internazionale contrassegnato dal conflitto russo-ucraino e da quello israelo-palestinese e alla vigilia dell’approvazione di una legge di bilancio “lacrime e sangue” lancia questa idea del premierato? È un’arma di distrazione di massa per distogliere l’attenzione dalle difficili scelte di politica estera e di politica economica? Può darsi, ma il gioco può diventare rischioso perché tale riforma, fortemente osteggiata dalle opposizioni (tranne Italia Viva di Matteo Renzi, che vorrebbe usarla per avvicinarsi alla maggioranza, magari risultando determinante per la sua approvazione), non vede compatti neppure gli stessi parlamentari del centrodestra. I mugugni in casa leghista non mancano, anche perché si teme che questa riforma possa far passare in secondo piano quella che per il Carroccio è il vero imperativo di questa legislatura: l’autonomia differenziata. Più volte i rappresentanti leghisti, anche i governatori come Luca Zaia, hanno sottolineato che il 2024 dovrà essere l’anno della definitiva approvazione della riforma federalista, senza la quale per i salviniani non avrebbe molto senso restare al governo.

Fratelli d’Italia in campagna elettorale per le europee potrebbe sventolare la bandiera del premierato, mentre la Lega ora come ora non ha in tasca alcun impegno della Meloni sull’autonomia differenziata. Ecco perché il rischio di sgretolamento della maggioranza su una riforma così impegnativa e, tutto sommato, meno importante di altre priorità che il Paese deve affrontare, è assai elevato.

Forse ha ragione Giuseppe Conte a mettere in guardia il premier dal rischio che la maggioranza vada a sbattere sul referendum costituzionale che dovrebbe essere indetto per confermare la riforma del premierato qualora venisse approvata secondo le procedure dell’art.138 della Costituzione (doppia lettura da parte di entrambe le Camere a intervalli non inferiori a tre mesi) con la maggioranza assoluta e non con quella dei due terzi.

E allora viene da chiedersi: chi glielo fa fare alla Meloni di imbarcarsi in un’avventura così rischiosa che rischia di alienarle le simpatie di alcuni alleati, del Quirinale e anche di parte del suo elettorato? Per far dimenticare il caso Giambruno e lo scherzo dei comici russi ci vuole ben altro, a cominciare da un’azione di governo forte ed energica sui temi economici e sociali e sul fronte fiscale, rispetto al quale il malcontento del ceto medio sembra in forte crescita.