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il caso a bologna

Adozione dei libri, scuola nel mare agitato dell'ideologia

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La protesta dei comitati di risposta alla riforma ministeriale sulle indicazioni nazionali per il primo ciclo è di natura ideologica. Se si vuole protestare è proprio per il troppo Stato nella scuola. 

Educazione 04_06_2026

Entrare nella scuola italiana, a qualsiasi titolo lo si faccia (alunno, docente, dirigente, assistente amministrativo o collaboratore scolastico, genitore...) è come imbarcarsi su un vecchio vascello un po' malconcio, costretto a navigare in acque perennemente tempestose, senza possibilità di dirigere autonomamente il timone e con la bussola fuori uso. L’equipaggio e i passeggeri, soggetti ad un costante malessere da mal di mare, tentano frequenti azioni di protesta reclamando un mezzo più sicuro e moderno, ma ben sapendo che nulla possono contro la forza di un oceano che è in permanente agitazione per sua stessa natura. Peggio ancora: buona parte dell'equipaggio, a partire da quelli che sono nelle posizioni di comando, si trova (e non sempre suo malgrado) nella spiacevole condizione di chi è costretto a collaborare al sistematico sabotaggio del timone e della bussola...

L'ultima protesta, in ordine di tempo, è partita in questi ultimi giorni da Bologna e coinvolgerà dal prossimo anno scolastico circa 700 studenti delle classi prime degli istituti tecnici e alcune classi della scuola primaria. Si tratta della cosiddetta “adozione alternativa” ed è una contestazione delle riforme promosse dal Ministero dell’Istruzione e del Merito, in particolare della revisione degli istituti tecnici che entrerà in vigore da settembre e delle nuove Indicazioni nazionali per il primo ciclo. In pratica, in diversi istituti i collegi docenti hanno deciso di non adottare i tradizionali libri di testo. L’adozione alternativa non rappresenta, in realtà, una novità normativa, dato che è una possibilità riconosciuta da decenni nell’ambito della cosiddetta autonomia scolastica e della tanto sbandierata quanto fragile libertà di insegnamento. Le disposizioni ministeriali consentono infatti ai collegi dei docenti di sostituire i tradizionali manuali con materiali didattici diversi, purché coerenti con il Piano dell’offerta formativa e con i limiti di spesa previsti.

Come ci spiega Orizzonte scuola, «l'adozione alternativa può prevedere l’utilizzo di libri di narrativa, testi di divulgazione, materiali digitali, atlanti, dizionari, software didattici o percorsi costruiti direttamente dagli insegnanti. La scelta può riguardare tutte le discipline oppure soltanto alcune materie. Questa modalità è già presente in diverse realtà scolastiche italiane, soprattutto nella scuola primaria e nelle esperienze didattiche ispirate alla ricerca, alla lettura integrale dei libri e ai laboratori. Secondo i sostenitori di questo tipo di scelta, l’obiettivo è favorire un apprendimento meno legato al manuale unico e più orientato alla costruzione autonoma delle conoscenze da parte degli studenti».

Fin qui, dunque, nulla di realmente nuovo e sconvolgente. La scuole di Bologna e provincia che hanno aderito a questa iniziativa, però, vogliono apertamente attribuirle un significato politico e sindacale, utilizzandola come strumento di contestazione nei confronti delle nuove e discutibili riforme ministeriali e soprattutto della mancanza, secondo i docenti coinvolti, di testi aggiornati e coerenti con i programmi che entreranno in vigore dal prossimo anno scolastico. E, se le cose stanno davvero così, le rimostranze appaiono fondate: non sarebbe certo la prima volta che il Ministero mette il carro davanti ai buoi… Tuttavia, a portare avanti la lotta è la Rete della scuola pubblica dell’Emilia-Romagna insieme al Movimento cooperativo educativo.

Si tratta di Comitati nati in risposta alle riforme ministeriali e ai processi di dimensionamento scolastico, e che si mobilitano per difendere “la scuola pubblica, laica e democratica”. In sostanza, si tratta di realtà che hanno la medesima matrice ideologica statalista che è causa del mare permanentemente in tempesta. Tutto il problema, infatti (come la gran parte delle difficoltà della scuola italiana) nasce dall'esasperato centralismo statale: ogni governo, ogni ministro, con i suoi pedagogisti (veri o presunti) di riferimento, pretende di lasciare un segno nella storia imponendo una sua "riforma".

Dal 1861 ad oggi, il sistema scolastico italiano ha subito innumerevoli modifiche. È possibile identificare almeno una ventina di riforme strutturali e organiche maggiori, a cui si aggiungono centinaia e centinaia di decreti e leggi minori che hanno costantemente rimodellato l'istruzione nel corso dei decenni, apportando modifiche su modifiche appena varate, cambiando costantemente sigle con fantasiosi e improbabili acronimi, giustificando con fragili ragioni educative/formative decisioni che hanno in realtà solo motivazioni economiche (normalmente tagli di spesa…).

Entrare nel merito della bontà o meno dei cambiamenti continuamente introdotti è quasi inutile (e dunque anche protestare, in sostanza) perché quanto previsto dal ministro in carica sarà sicuramente modificato da quello che prenderà il suo posto nella successiva legislatura. Da questo mare in tempesta non se ne verrà fuori, se non mettendo fine al predominio centralista che rende lo Stato (cioè i Governi in carica, con tutto il loro "pacchetto ideologico") gestore diretto del sistema scolastico nazionale.

Sarebbe necessario imparare da quei sistemi scolastici (e nel mondo sono la maggioranza) che delegano la gestione didattica, finanziaria e organizzativa direttamente ai singoli istituti o ai governi locali, riducendo l'intervento dello Stato centrale per rispondere meglio alle esigenze del territorio. Spesso, sui nostri media e sulla stampa specializzata si cita la Finlandia come paese che nel panorama internazionale ha il miglior sistema scolastico, ma non si dice mai che proprio la Finlandia rappresenta il massimo livello di fiducia istituzionale: lo Stato stabilisce solo linee guida generali, lasciando che siano i comuni e i singoli insegnanti a progettare i programmi; i docenti godono di totale libertà metodologica; non esistono ispettori scolastici o test standardizzati nazionali a livello primario. Chissà perché…

Ecco: se veramente si vuole protestare, occorre iniziare a chiedere con forza di liberare la scuola dal tallone dello Stato che la schiaccia e la paralizza, con una vera e definitiva riforma di sistema che renda le scuole davvero autonome e responsabili, con tutto ciò che questo comporta. Ma, allo stato attuale delle cose, pare fantascienza, anche perché quelle stesse organizzazioni che protestano (insieme ai sindacati storici della scuola) sono i primi a non volere alcun vero cambiamento di questo tipo.