Il problema democratico non è Trump, ma l'infiltrazione cinese negli Usa
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Il Partito Comunista Cinese ha rubato 220 milioni di dati personali degli elettori americani. Mentre i media si interrogano sul pericolo che Trump possa proclamare l'emergenza e rovinare il voto, la causa dell'emergenza è reale, anche se solo Steven Mosher e pochi altri esperti lanciano l'allarme.
In un anno elettorale, a meno di 100 giorni dal voto delle elezioni di metà mandato negli Usa, i media guardano il dito, ma dimenticano la luna che sta indicando. Fa ancora notizia il discorso alla nazione di Donald Trump sui documenti classificati di intelligence, fra cui il maxi furto di dati, da parte della Cina, di 220 milioni di cittadini ed elettori americani.
L’opposizione dei Democratici ritiene che questa sia una strategia comunicativa di Trump per preparare l’opinione pubblica ad una sospensione o quantomeno ad una contestazione del voto. E, come sempre, i loro sospetti vengono confermati pubblicamente dall’estremista di turno: Steve Bannon ha di nuovo parlato dello “stato d’emergenza” che il presidente intenderebbe proclamare prima delle elezioni di novembre, interrompendo, di fatto, il processo democratico. Non c’è alcuna conferma su questa intenzione da parte dell’attuale inquilino della Casa Bianca e non sarebbe neppure una scelta facile, sul piano legale, soprattutto considerando che le elezioni nazionali negli Usa sono la somma di 50 elezioni locali e ogni Stato gestisce la propria macchina elettorale. Ma Steve Bannon, essendo stato due volte lo stratega di Trump, fa comunque notizia. E il suo parere per una volta coincide con le peggiori paure della sinistra (anche se con un’accezione positiva).
Questo è il dito. Ma la luna? La luna che si intende indicare è, appunto, l’enorme atto di ingerenza cinese svelato dall’intelligence americana. Se i dati elettorali di 220 milioni di americani aventi diritto al voto sono ora nelle mani del Partito Comunista Cinese, si può solo immaginare come possano essere usati. Se di ogni elettore possiede tutti i dati personali e il partito di riferimento, può condurre campagne mirate di influenza, con una precisione ormai al dettaglio.
Steven Mosher, antropologo e ottimo conoscitore della Cina, odiato da Pechino a causa del suo studio sulla politica del figlio unico, nel suo recente editoriale sul New York Post sottolinea come il furto dei dati personali degli elettori sia solo l’ultimo di una lunga serie di infiltrazioni di Pechino nel tessuto sociale e politico americano. «L'America si è resa conto dello spionaggio informatico cinese nel 2015 – scrive Mosher - quando abbiamo scoperto che Pechino aveva hackerato i computer dell'Office of Personnel Management, rubando moduli dettagliati per l'ottenimento dell'autorizzazione di sicurezza di 22 milioni di americani (incluso il mio)».
L’antropologo, direttore del Population Research Institute concentra l’attenzione soprattutto sullo spionaggio contro i singoli, soprattutto contro i dissidenti e i critici del regime comunista. «Abbiamo chiuso la stazione del Partito Comunista Cinese a Manhattan, nel quartiere di Chinatown, ma altre stazioni di polizia segreta , camuffate da centri comunitari o associazioni culturali, continuano a operare qui. Sorvegliano i cittadini americani e i residenti permanenti di origine cinese, intimidendo e molestando coloro che criticano il potere di Pechino. Il pastore Bob Fu di Midland, in Texas, è solo uno dei tanti cino-americani presi di mira dagli agenti cinesi. Dopo aver denunciato la persecuzione dei cristiani in Cina, folle di manifestanti hanno circondato la sua casa, urlando minacce di morte, finché l'Fbi non è intervenuta». Ne sappiamo qualcosa anche in Italia (e in Europa, in generale) dove le stazioni di polizia cinesi “oltremare” hanno fatto notizia per qualche tempo, prima di tornare nel dimenticatoio.
Oltre ai dissidenti, la Cina mira a conquistare influenza, per cambiare il comportamento degli Usa dall’interno. E punta anche molto in alto, come si evince dal caso di Linda Sun, processata per spionaggio: era assistente di due successivi governatori dello Stato di New York, Andrew Cuomo e Kathy Hochul. Più capillarmente: «Le aziende americane che operano in Cina e le università americane che ricevono milioni di dollari in finanziamenti legati alla Cina subiscono continue pressioni per promuovere la narrativa del PCC e sopprimere le critiche, e persino i critici stessi».
La Cina comunista non punta solo a creare una base di consenso negli Usa, ma anche ad alimentare il dissenso interno. Una rete di cyber attivisti cinesi, la rete chiamata Spamouflage Dragon, organizza troll apparentemente americani che disturbano sistematicamente il dibattito politico sul Web. La mobilitazione è anche nel mondo reale. Ad esempio, come riporta Mosher, nei moti degli Antifa del 2020, il Dipartimento di Stato (allora guidato da Mike Pompeo) aveva chiuso il consolato cinese di Houston, per sospetti fondati di reclutamento di agitatori. Anche in questi ultimi due anni, la Cina sarebbe attiva nelle proteste popolari contro i Data Center, il futuro dell’economia IA americana.
E tutto questo per raggiungere cosa? «Tutto ciò ha lo scopo di piegare l'America alla volontà della Cina: sopprimere le critiche, infiltrarsi in istituzioni e individui e plasmare percezioni e politiche – scrive Mosher - E per prepararsi alla guerra: altrimenti perché agenti legati alla Cina starebbero acquistando terreni vicino alle nostre basi militari più sensibili?».

