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REFERENDUM

Regno (dis)Unito. Scozia, Galles, Nord Irlanda puntano alla secessione

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In un incontro a Cardiff, capitale del Galles, i premier di Galles, Scozia e Irlanda del Nord si incontrano per discutere di autodeterminazione. Vogliono uscire dal Regno Unito ed entrare nell'Unione Europea. Volontariamente o meno, Donald Trump sta dando loro una mano. 

Esteri 15_09_2026
Scozia, Irlanda e Galles si vogliono separare dal Regno Unito

Un incontro storico che potrebbe cambiare la mappa del Regno Unito, se non subito, nel breve e medio periodo, si è tenuto ieri (14 settembre) a Cardiff, capitale del Galles. I tre primi ministri delle nazioni non inglesi del Regno Unito e la leader del partito repubblicano (Sinn Féin) nordirlandese, si sono incontrati per parlare di: indipendenza. Non solo devoluzione di nuovi poteri, ma proprio indipendenza da Londra. Il referendum per la secessione della Scozia, indetto dal premier conservatore David Cameron nel 2014, era stato vinto dagli unionisti. Ma gli indipendentisti dello Scottish National party hanno vinto le elezioni, più volte e, confermando la loro maggioranza tornano alla carica. Non sono i soli, appunto. E le circostanze incredibili di questo momento storico rendono le cause indipendentiste più concrete che mai. Tanto che nel comunicato congiunto dei quattro leader spicca lo slogan: “L’era di Westminster sta per finire”.

Il leader del Plaid Cymru gallese, Rhun ap Iorwerth; il leader del Partito Nazionale Scozzese, John Swinney; la vicepresidente del Sinn Féin, Michelle O'Neill, e la presidente e leader dell'opposizione in Irlanda, Mary Lou McDonald, si sono incontrati in veste di funzionari di partito, e non di funzionari di governo, discutendo di cooperazione economica, energetica e internazionale, ma anche di autodeterminazione. Non si tratta dunque di una mossa formale delle tre nazioni, ma di una discussione puramente politica. Anche se le intenzioni sono serie.

Nella dichiarazione congiunta si legge che: «Nessun governo di Westminster ha il diritto di bloccare la democrazia o minare il principio secondo cui il nostro popolo deciderà il proprio futuro». I quattro leader indipendentisti riconoscono che non vi sia una unità di vedute e di strategia, soprattutto per quanto riguarda i tempi: «Riconosciamo che i nostri partiti hanno posizioni costituzionali diverse e che ogni nazione determinerà il proprio futuro a modo suo e nei tempi a sua disposizione». Però, ugualmente: «Chiediamo al governo britannico di prepararsi, pianificare e agevolare il cambiamento costituzionale in ogni giurisdizione».

Come mai, per la prima volta in dodici anni, si ricomincia a parlare di indipendenza in Scozia e questa volta la causa si estende alle altre nazioni non inglesi del Regno Unito? La prima risposta è: Andy Burnham. Il premier laburista, il primo cattolico, è anche molto federalista. È al cuore del suo programma la massima devoluzione possibile di poteri, da Londra agli enti locali, anche nella stessa Inghilterra. Questa tendenza, nelle altre nazioni unite nel Regno, dà una spinta ulteriore all’indipendentismo. L’occasione è stata offerta da una gaffe del nuovo premier.

Durante un dibattito in Parlamento, la settima scorsa, rispondendo a una domanda del deputato dello Scottish National Party (indipendentista) Chris Law, Burnham ha paragonato la situazione scozzese a quella dell'Irlanda del Nord, suggerendo che le condizioni per un secondo referendum sull’indipendenza dovrebbero seguire lo stesso principio degli Accordi del Venerdì Santo. E gli Accordi del Venerdì Santo del 1998 (che posero fine a decenni di conflitto nell’Irlanda del Nord) stabiliscono che si potrebbe tenere un referendum sulla separazione dall’Inghilterra, a condizione che la popolazione dell'Irlanda del Nord si esprima a favore dell’adesione alla Repubblica d’Irlanda. Se si segue lo stesso principio anche per la Scozia, ora la nazione nordica ha una maggioranza indipendentista. Quindi ha diritto a un secondo referendum?

Cogliendo la palla al balzo, il premier scozzese Swinney ha scritto una missiva ufficiale al premier britannico Burnham per formalizzare questo “principio accettato” in un meccanismo legale. Burnham ha però risposto a Swinney per ribadire che una ripetizione del referendum sull'indipendenza scozzese rimaneva “fuori discussione”.

A Cardiff, comunque, John Swinney e la premier dell'Irlanda del Nord Michelle O'Neill hanno chiesto l'indizione del referendum per l’indipendenza. Più cauto, invece, il primo ministro gallese Rhun ap Iorwerth si è rifiutato di fornire un calendario per un eventuale voto sul Galles. Mary Lou McDonald ha definito l'incontro di lunedì “storico”, dichiarando: «Abbiamo il diritto al referendum. Abbiamo il diritto di decidere il nostro futuro. Non accetteremo né tollereremo che alcun primo ministro ci dica che questo diritto non è in discussione».

Il Plaid Cymru, invece, ha escluso un referendum sull'indipendenza durante il suo primo mandato. Quindi si va a una data posteriore al 2030, ma nel frattempo, il governo gallese punta a ottenere maggiori poteri di devoluzione, al pari di Scozia e Irlanda del Nord. Un'ipotesi, questa, a cui Burnham si è detto “aperto”.

Oltre alle dinamiche interne al Regno Unito, ci sono due altri fattori centrifughi esterni. Il primo è l’Unione Europea. L’uscita del Regno Unito, formalizzata nel 2020, dà la possibilità ai governi indipendentisti locali di chiedere la secessione da Londra per riunirsi a Bruxelles. Tutte e tre le nazioni non inglesi sono infatti fortemente europeiste e tutte, nel 2016, avevano votato a gran maggioranza per restare nell’Ue. Non si tratta più, dunque, di localismi destinati a perire per le loro piccole dimensioni e scarsità di risorse, umane e materiali, perché ci sarebbe la prospettiva di accedere al più vasto spazio politico ed economico dell’Europa continentale (di cui anche l’Irlanda fa parte).

Paradossalmente, visti gli ultimissimi sviluppi, l’Unione Europea garantirebbe a eventuali nazioni indipendenti delle isole britanniche di continuare anche a far parte della famiglia del… Commonwealth. Perché è di ieri la proposta del premier canadese Mark Carney, di fare del suo paese un “membro associato dell’Ue”, dopo la rottura e la guerra dei dazi scoppiata con gli Stati Uniti di Trump.

L’altro fattore centrifugo è, appunto, lo stesso Donald Trump, che, dopo la questione delle Falkland, non perde occasione per picconare la sua storica alleanza con il Regno Unito. Andando in Irlanda ad assistere al torneo di golf Irish Open, presso il campo di sua proprietà di Doonbeg, si è intrattenuto con il primo ministro irlandese Micheál Martin e ha sganciato la sua bomba diplomatica: «Non voglio creare problemi, ma vi dico che mi piacerebbe molto vedere l’Irlanda unita. Ho amici da entrambe le parti, persone fantastiche. Sono irlandesi. Come potrebbero essere cattivi, giusto?». Una dichiarazione assolutamente informale, pronunciata in un contesto sportivo, ma che ha avuto l’effetto di riaprire una vecchia ferita. Un’Irlanda unita implica un’Irlanda del Nord separata dal Regno Unito. Martin ha commentato con un certo imbarazzo le dichiarazioni del presidente Usa, ritenendole un’assoluta “sorpresa”. E Trump stesso ha successivamente dichiarato, nell’incontro all’ambasciata Usa di Dublino che «questa è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice o da quanto bene lo si dica, non esiste una risposta giusta».