Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Maria Faustina Kowalska a cura di Ermes Dovico
SPAGNA

Lo sfratto di Sanchez: il caro-casa fa saltare la maggioranza di sinistra

Ascolta la versione audio dell'articolo

Il governo socialista di Sanchez resta senza maggioranza. Due decreti sulla crisi abitativa sono stati bocciati. E nel paese scoppia la protesta. Sanchez vorrebbe risolvere la crisi con misure a tutela degli inquilini, ma contro i proprietari delle case. Tanto da tirarsi contro anche gli alleati catalani.

Esteri 05_10_2026
Protesta a Madrid contro il caro affitti (AP)

Spagna, il governo resta senza fondamenta. La doppia bocciatura dei decreti sulla casa trasforma l’emergenza abitativa nel possibile epitaffio della legislatura di Pedro Sánchez. Dopo la crisi di Ceuta e mentre le inchieste che coinvolgono esponenti del Psoe (il Partito Socialista spagnolo, ndr) e persone vicine al premier continuano ad alimentare la pressione politica, il governo inciampa proprio sul terreno che avrebbe dovuto certificare la supposta superiorità sociale della sinistra: la tutela dei più vulnerabili. Il 2 ottobre il Congresso ha respinto entrambi i decreti approvati appena tre giorni prima dal Consiglio dei ministri. Il primo è caduto con 172 voti favorevoli e 178 contrari, il secondo con 166 sì e 184 no. Le risoluzioni pubblicate dal Boe (la Gazzetta ufficiale spagnola, ndr) ne hanno disposto formalmente la decadenza (primo decreto, secondo decreto). Non è stato un incidente parlamentare qualunque: un esecutivo che presenta due provvedimenti d’urgenza come risposta a una crisi nazionale e non riesce a garantirsi i voti per mantenerli in vigore mostra di non controllare più la propria maggioranza.

Il detonatore politico è stato lo sfratto di Maricarmen Abascal, 87 anni, portata fuori in barella dall’abitazione madrilena nella quale viveva da settant’anni. Il suo ritorno nell’appartamento non cancella il problema che quelle immagini hanno reso visibile. Il testo del governo riconosceva un deficit di circa 750mila abitazioni rispetto ai nuovi nuclei familiari formatisi negli ultimi quindici anni e ricordava che l’indice dei prezzi delle case è quasi raddoppiato dal 2015 al primo trimestre del 2026. Dietro le statistiche vi sono giovani che non riescono a lasciare la casa dei genitori, coppie che rinviano il matrimonio e famiglie che destinano all’affitto una quota insostenibile del reddito.

I decreti prevedevano, fra l’altro, nuove tutele contro gli sfratti senza alternativa abitativa, una disciplina più rigida degli affitti stagionali e delle stanze, limiti agli acquisti speculativi e la proroga dei contratti di locazione. Ma proteggere l’inquilino non significa poter ignorare l’offerta. Se la norma trasferisce rischi e costi sui piccoli proprietari senza garanzie adeguate, il risultato può essere il ritiro delle abitazioni dal mercato e un ulteriore aumento dei canoni. È la ragione indicata dai catalani di Junts, che ha votato con Partito Popolare e Vox e ora propone di riaprire la trattativa: colpire i fondi speculativi, sostiene il leader del partito secessionista Jordi Turull, ma senza sacrificare la sicurezza giuridica e i piccoli proprietari. Il governo replica che molte richieste catalane erano già state accolte. Resta il fatto politico: Sánchez dipende da alleati che non riesce più a convincere.

Intanto la piazza è esplosa. Sabato decine di migliaia di persone hanno manifestato a Madrid e in oltre cinquanta città. Le proteste si sono svolte per lo più pacificamente; a Valencia, invece, la tensione davanti al Palau de les Arts, sede di un congresso immobiliare, è sfociata in incidenti. Come documenta El Mundo, il movimento degli inquilini non si limita più a chiedere correzioni legislative: parla apertamente di sciopero generale e avverte che la mobilitazione continuerà «governi chi governi». È un passaggio decisivo, perché impedisce alla Moncloa di attribuire tutta la responsabilità a Popolari, Vox e Junts. La rabbia si rivolge anche contro chi governa la Spagna dal 2018 e interviene con due decreti d’urgenza soltanto dopo che un caso umano ha incendiato l’opinione pubblica.

Qui emerge la contraddizione messa bene a fuoco dal quotidiano El Debate: si rischia il paradosso di una protesta incoraggiata dall’area governativa contro l’opposizione, mentre al governo spetterebbe rispondere di otto anni di politiche abitative, della scarsità di edilizia sociale e dell’assenza di una maggioranza capace di approvare le sue stesse misure. Trasformare ogni fallimento in un nuovo “muro” contro la destra può servire a una campagna elettorale, ma non costruisce una casa, non abbassa un affitto e non restituisce fiducia nel governo socialsita e nelle istituzioni da esso guidato per un decennio.

Per questo le elezioni anticipate sono tornate al centro del dibattito. Sánchez prosegue le consultazioni, una larga parte del Psoe lo spinge verso il voto del 29 novembre e anche Sumar si prepara ormai a una campagna imminente, ma una decisione formale non è stata ancora presa. I catalani di Junts lo accusano di voler fare «elettoralismo sulla pelle dei vulnerabili»; Feijóo gli chiede di non tergiversare, Vox pretende elezioni immediate. Dopo l’impossibilità di approvare nuovi bilanci e la caduta dei decreti, tuttavia, la domanda non è più soltanto quanto a lungo il premier possa restare alla Moncloa, ma che cosa sia ancora in grado di governare.

La legislatura può forse essere prolungata, ma il fallimento politico di Sanchez e del Psoe, è ormai difficile da nascondere, siamo arrivati allo sfratto del “mito della sinistra italiana”.