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Renzi vuole una rivincita. Ma l'Italia vuole un governo

Mentre i negoziati fra partiti e Quirinale non riescono a produrre alcun governo, si consuma l'ennesimo psicodramma in casa Pd. Renzi vuole una rivincita nella direzione Pd di oggi, è convinto che lo stallo attuale sia prodotto della mancata riforma costituzionale che lui avrebbe voluto. Intanto si avvicina l'ipotesi del governo tecnico. E il voto.

Matteo Renzi

La telenovela che si sta consumando in queste ore in casa dem si intreccia in modo indissolubile con quello che appare sempre più come “il canto del cigno” di una legislatura mai nata e che si avvia mestamente alla conclusione. Bisognerà stabilire le tappe dello showdown, cioè capire se il Presidente della Repubblica intenda fare appello alla responsabilità dei partiti affinchè assicurino almeno fino all’inizio del 2019 un governo al Paese, oppure se l’ostinazione dei partiti vincitori determinerà un repentino scioglimento delle Camere, con voto già in autunno.

E il braccio di ferro che si consumerà oggi pomeriggio durante la direzione Pd non è funzionale a quello che potrebbe succedere in questa legislatura, ma è già propedeutico a determinare gli equilibri a sinistra in vista del voto anticipato. Escluso ormai un governo Pd-Cinque Stelle, in casa dem bisogna capire soltanto quali siano i rapporti di forza e chi debba assumere la guida del partito al fine di poter fare le liste per le prossime elezioni politiche anticipate. Tutto il resto è tattica.

Non si escludono altre scissioni in casa dem, perché Matteo Renzi, dopo l’intervista di domenica a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio, ha dimostrato di non volersi fare da parte, tutt’altro. Ancora una volta l’ex premier ha bluffato. Due anni fa, per l’intera durata della campagna referendaria aveva promesso agli italiani che in caso di insuccesso al referendum costituzionale avrebbe lasciato la politica. Dopo la cocente sconfitta al referendum del 4 dicembre 2016 si era dimesso da premier, ma nei fatti aveva continuato a orientare le scelte del governo Gentiloni, succeduto al suo. Le sconfitte alle amministrative del giugno 2017 e alle politiche di due mesi fa hanno determinato suoi apparenti passi indietro, ma senza ridurre in alcun modo la sua brama di potere. Altro esempio lampante della sua ostinazione a voler restare in prima linea è apparso il suo gesto di dimettersi da segretario Pd, salvo poi mettere i bastoni tra le ruote al reggente Maurizio Martina, che stava tentando di tessere la tela di un accordo di governo con i Cinque Stelle, come sotto sotto speravano in molti al Quirinale. Il documento redatto ieri dal renziano Lorenzo Guerini, in vista della riunione di oggi, e sottoscritto da una quarantina di senatori su 50 e da un’ottantina di parlamentari su 105, mirava proprio a dimostrare che Renzi ha ancora una schiacciante maggioranza nel partito, e che dunque non sarebbe stato conveniente per i dem filo-Cinque Stelle andare alla conta interna per far passare una mozione, peraltro ormai fuori tempo massimo, per sondare il terreno di un’intesa con i pentastellati.

A onor del vero, Renzi è stato coerente almeno su un punto, quando ha detto in Tv che il Pd non può e non deve andare al governo con i Cinque Stelle, avendo perso le elezioni. Tanto più che i pentastellati negli ultimi cinque anni hanno contrastato tutte le principali decisioni assunte dai governi di centrosinistra. Il suo tentativo maldestro, però, sembra essere più che altro quello di prendersi la rivincita già in questa legislatura, chiedendo a centrodestra e grillini di fare un governo tutti insieme per varare quelle riforme istituzionali che gli italiani hanno già bocciato con il 60% dei voti nel referendum del 4 dicembre 2016. L’ex sindaco di Firenze vorrebbe quindi far passare il messaggio che lo stallo attuale sia dovuto alla mancata approvazione, in occasione del referendum del 4 dicembre 2016, della sua proposta di riforma costituzionale. L’Italia sarebbe cioè ingovernabile, non tanto per la legge elettorale approvata anche e soprattutto per volontà sua, bensì perché il sistema costituzionale è rimasto quello pre-referendum.

La direzione di oggi presenta comunque dei margini di incertezza. Se nei gruppi parlamentari la maggioranza renziana è fuori discussione, in direzione, su 214 membri, i fedelissimi dell’ex premier sono 103. Poi ce ne sono 13 vicini al presidente dell’assemblea Matteo Orfini, e che di solito si sono allineati alle posizioni renziane. Ma il panorama interno è molto frastagliato, magmatico e in movimento. Peraltro, mentre Matteo Renzi si ostina a volere la rivincita con i compagni di partito, a rischio di compromettere il futuro di ciò che resta del Pd, gli italiani vorrebbero capire se avranno un governo nei prossimi giorni, o se dovranno continuare ad affidarsi all’ordinaria amministrazione del governo Gentiloni.

Il clima incandescente che ormai si è creato nei rapporti tra Lega e Cinque Stelle spinge sempre più verso l’alto le quotazioni di un governo del Presidente, che vari in campo economico le misure necessarie nei prossimi mesi (legge di bilancio), promuova un’intesa su una nuova legge elettorale, e assicuri un minimo di tregua tra le forze politiche, facendo abbassare il termometro dello scontro. E’ evidente che si tratterebbe di un esecutivo a termine. Bisognerà solo capire se Cinque Stelle e Lega accetteranno di appoggiarlo e per quanti mesi.

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