«Coppia gay adotti»: l'ultimo step del figlio vittima degli adulti
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Il Tribunale dei minori dà il via libera all'adottabilità di un bambino straniero da parte di una coppia gay civilunita. Ecco l'ultima tappa del figlio come vittima eccellente degli adulti. Deciderà la Consulta, ma le premesse sono negative.
La vittima eccellente dell’epoca contemporanea è il figlio. Viene ucciso con l’aborto, prodotto in provetta, commissionato con l’utero in affitto, costretto a subire la separazione dei genitori, strappato dallo Stato alla famiglia, indottrinato al mainstream nelle scuole, violentato, abbandonato nelle mani di nutrici digitali, stravolto nella sua identità sessuale psicologica e infine affidato a coppie omosessuali. E ora, dopo la decisione del Tribunale dei minori di Venezia, persino dato in adozione ad una coppia gay.
In Italia il tema dell’omogenitorialità ha avuto negli ultimi anni diverse varianti, tutte contrarie alla legge dato che per il nostro ordinamento giuridico una coppia di genitori non può che essere formata da un padre e da una madre. La possibilità che due persone dello stesso sesso possano diventare genitori inizia con la legge Cirinnà che ha istituito le unioni civili. In quella legge c’è scritto esplicitamente che unione civile e matrimonio pari sono eccetto nella materia della filiazione.
Però, come scrivevamo a suo tempo, «la legge Cirinnà al comma 20, in merito alla materia “filiazione” e pur vietandola per le coppie gay, prescrive in modo sibillino: “Resta fermo quanto previsto e consentito in materia di adozione dalle norme vigenti”. La legge 184/83 prevede l’adozione in alcuni casi particolari che nulla riguardano le coppie omosessuali, ma che, in mano ai giudici e aggrappandosi al puntello normativo volutamente ambiguo contenuto nella Cirinnà, hanno permesso loro di consentire la stepchild adoption» (lo strumento della stepchild è illegittimo come abbiamo spiegato in questi articoli: Adozioni gay: via libera dal giudice, come previsto, Fatta la legge si ripete l'inganno: altre adozioni gay , Acrobazie legali sulla pelle dei bambini e I giudici replicano: altra adozione per una coppia gay).
La stepchild adoption permette al partner non genitore biologico del minore di adottare il figlio dell’altro partner, genitore biologico del minore oppure genitore adottante. Permesso questo caso di doppia omogenitorialità perché non permetterne altri di diversa tipologia? E così negli anni abbiamo avuto partner di coppie gay che si sono visti riconosciuti in Italia lo status di genitore acquisito all’estero e partner di coppie lesbiche che hanno avuto un bambino tramite eterologa fatta all’estero e poi partorito in Italia riconosciute in Italia come genitori (qui un caso recentissimo).
C’è da sottolineare che questi ultimi due casi – riconoscimento del rapporto di filiazione costituitosi all’estero o in Italia – rivestono una particolare importanza perché tali riconoscimenti significano che i due uomini o le due donne sono genitori legittimi al pari dei genitori naturali. Quindi il partner che non è padre o madre biologica del minore viene qualificato dallo Stato come se lo fosse. È a tutti gli effetti equiparato ad un padre o ad una madre eterosessuale che ha generato e riconosciuto un figlio. L’unica differenza sta nel fatto che nel caso di coppia gay occorre ogni tanto l’intervento del giudice, quando la coppia non trova un ufficiale di stato civile compiacente, nel caso di coppia etero no.
Ora se già abbiamo questo tipo di riconoscimento – il massimo a cui una coppia omosex possa aspirare – permettere ad una coppia gay di adottare un bambino dovrebbe essere un risultato più facile da ottenere.
E così veniamo alla recente vicenda di una coppia di quarantenni, uniti civilmente, che ha chiesto al Tribunale dei minori di Venezia di poter adottare un bambino straniero. A romper le uova nel loro paniere c’è però la legge 184/83 sulle adozioni che permette queste ultime solo alle coppie sposate, non alle coppie omosessuali unite civilmente. Il Tribunale ha così chiesto alla Corte costituzionale di intervenire dichiarando illegittimo l’art. 29 bis della legge 184 che non consente anche alle coppie gay unite civilmente di adottare un bambino straniero. «Qualora persistesse il divieto di accesso all’adozione internazionale per le coppie unite civilmente, si produrrebbero effetti irragionevoli, discriminanti e non giustificati», ha scritto il giudice.
La richiesta può avere buone probabilità di essere accolta per più motivi. In primis perché la Consulta l’anno scorso ha aperto le adozioni ai single. E quindi si potrebbe così argomentare: se è possibile che un single adotti, perché negarlo ad una coppia gay? Commenta la dottoressa Valentina Pizzol, l’avvocato che assiste la coppia omosessuale: «È assurdo, se i nostri clienti divorziassero, ciascuno di loro potrebbe adottare un bimbo e dopo anche ricostituire l’unione civile, aggirando così l’ostacolo». In secondo luogo la fumata che uscirà da comignolo della Consulta sarà probabilmente bianca perché, come già accennato, si è già legittimato, seppur a livello giurisprudenziale e non normativo, la doppia omogenitorialità mimando quella matrimoniale. In terzo luogo se è lecita l’adozione di prossimità, ossia la stepchild adoption, perché vietare l’adozione, potremmo dire così, remota, ossia l’adozione non del figlio del partner, ma di un minore qualsiasi? È pura coerenza logica, ahinoi.
In buona sostanza e purtroppo ha ragione il Tribunale veneziano quando così scrive: «Il matrimonio nel nostro ordinamento non ha più l’attitudine esclusiva a qualificare il rapporto di filiazione». La filiazione oggi nasce anche in seno alla convivenza e, rimanendo aderenti al nostro caso, in seno alle coppie omosessuali, come abbiamo visto. Insomma le premesse già ci sono tutte per arrivare alla conclusione che la legge sulle adozioni debba essere modificata al fine di permettere che una coppia gay possa adottare.
Il punto critico sta nel fatto che un minore ha il diritto ad avere un padre e una madre, non due padri e due madri. Ha bisogno di una educazione maschile e femminile. È di avviso opposto il giudice di Venezia il quale, anche sulla scorta di perizie di psicologi e assistenti sociali, appunta che i due uomini sono assolutamente idonei a diventare due papà perché «mostrano un legame molto solido e intenso (…) una coppia matura, equilibrata, traspare fiducia e stima nell’altro (…) caratterialmente sono l’opposto ma questo non li divide, piuttosto li integra». Ma il buon senso, l’intuito e soprattutto una valanga di studi scientifici confermano l’opposto: la mancanza di una figura paterna o materna provoca molti e gravi danni al minore sotto il profilo psicologico, fisico e sociale.
In definitiva e sulla scorta delle ultime notizie di cronaca, verrebbe proprio da commentare che lo Stato toglie i figli alla Famiglia nel bosco per lasciarli in una selva oscura.

