Dalla Nigeria la sfida all’eterodossia dei vertici anglicani
Ascolta la versione audio dell'articolo
Dal 2008 la Global Anglican Future Conference denuncia le derive dottrinali di Canterbury ma questa volta i 347 vescovi riuniti ad Abuja rifiutano le strutture ufficiali dell'anglicanesimo accusate di aver seguito più il mondo che il Vangelo. Anche all'interno di uno scisma plurisecolare rimane più o meno esplicita la voglia di ortodossia.
Se non è uno “scisma nello scisma” è quantomeno un dichiarato boicottaggio in nome dell’“ortodossia anglicana” quello lanciato dall’Africa nei confronti della sede primaziale di Canterbury, di cui il 28 marzo prenderà possesso Sarah Mullally, prima donna arcivescovo nominata lo scorso 3 ottobre 2025, che ha avuto un ruolo di primo piano nel processo che ha introdotto le “Preghiere dell’amore e della fede” per le coppie dello stesso sesso. Nomina e insediamento in concomitanza con la nascita della Global Anglican Communion, annunciata il 16 ottobre e riunitasi per la prima volta dal 3 al 6 marzo ad Abuja, in Nigeria. Naturalmente la non ancora insediata Mullally non è il solo obiettivo, non più dei suoi predecessori, primo fra tutti Justin Welby. E l’attuale Dichiarazione di Abuja scaturisce da quella di Gerusalemme del 2008 che sancì la fondazione della Global Anglican Future Conference, che riunisce una fetta cospicua dei vescovi anglicani non più disposti ad assecondare i ribaltoni dottrinali dei vertici londinesi.
Fu «in risposta a una crisi interna alla Comunione Anglicana» che oltre mille delegati, tra cui 291 vescovi, si riunirono a Gerusalemme nel giugno 2008. Una crisi triplice identificata in primo luogo nell’«accettazione e promozione, all'interno delle province della Comunione Anglicana, di un “vangelo" diverso (cfr. Gal 1,6-8), contrario al Vangelo apostolico», un «falso vangelo» che nel 2003 «ha portato alla consacrazione di un vescovo che viveva in una relazione omosessuale» (lo statunitense Gene Robinson). Due anni prima la diocesi canadese di New Westminster aveva autorizzato un rito di benedizione delle coppie omosessuali, praticamente una versione anglicana della “nostra” Fiducia supplicans, e otto parrocchie cercarono una guida alternativa rispetto ai propri vescovi.
La seconda conseguenza è infatti consistita nella divisione interna e nella rottura della comunione – specie da parte del Sud del mondo – «con i vescovi e le chiese che promuovono questo falso vangelo». Infine «il palese fallimento degli Strumenti di Comunione» del mondo anglicano – tra cui gli arcivescovi di Canterbury e la Conferenza di Lambeth (che ogni dieci anni riunisce tutti i vescovi anglicani) – accusati di aver assecondato l’eterodossia. Di lì la riaffermazione condensata in 14 punti dei principi dottrinali dell’anglicanesimo, con l’intento di «riformare, guarire e rivitalizzare la Comunione Anglicana ed espandere la sua missione al mondo», rifiutando l’idea «che l'identità anglicana sia determinata necessariamente dal riconoscimento da parte dell'Arcivescovo di Canterbury».
Nel corso degli anni la Global Anglican Future Conference si è nuovamente riunita: a Nairobi (Kenya) nel 2013, e ancora a Gerusalemme nel 2018, a Kigali (Rwanda) nel 2023 e infine quest’anno ad Abuja, dove i vescovi anglicani presenti erano 347 – una quota tutt’altro che irrilevante, considerando che alla Conferenza di Lambeth (quella “ufficiale”) del 2022 ce n’erano 660. Il giudizio su Canterbury si è fatto anche più severo: «Per più di due decenni, abbiamo chiesto con umiltà e preghiera il pentimento di quegli alti dirigenti della Comunione anglicana che hanno rinnegato la fede ortodossa con le parole e con i fatti», il che implica la necessità di «riorganizzare la Comunione Anglicana», poiché «gli Strumenti di Canterbury hanno compromesso l'autorità delle Scritture» e, se nel 2008 erano considerati non necessari, ora vengono esplicitamente rifiutati. Infatti essi «cercano di mantenere unita una confusa comunione di coesistenza istituzionale, basata sulla finzione di "camminare insieme" con coloro che si allontanano dalla verità del Vangelo e dall'insegnamento di Gesù». Un «camminare insieme» illusorio di cui sarà bene prendere nota anche in casa cattolica.
L’ex primate Justin Welby è accusato di aver dato un colpo al cerchio e uno alla botte, di aver «affermato sia un "insegnamento tradizionale" sia un "insegnamento diverso"» «gravemente compromesso l’autorità morale e spirituale della sede di Agostino»: naturalmente il riferimento non è al santo di Ippona ma all’omonimo Apostolo dell’Inghilterra inviato alla fine del VI secolo da san Gregorio Magno, e sulla cui cattedra non siede più un vescovo cattolico da cinque secoli. L’ultimo fu Reginald Pole, che segnò il temporaneo ritorno del cattolicesimo dopo la deposizione del “protovescovo” anglicano Thomas Cranmer autore del Book of Common Prayer.
Naturalmente anche i dissidenti conservatori sbandierano l’eredità dottrinale di Cranmer, più che di Agostino (quello di Canterbury, non di Ippona...), di fronte alla signora Mullally che tra due settimane siederà sulla cattedra dell’uno e dell’altro. Proprio nel nome del “padre della chiesa” d’Inghilterra sostengono che «chi si dissocia dagli Strumenti di Canterbury non è scismatico. La Chiesa d'Inghilterra è stata riformata da Thomas Cranmer, abbandonando gli errori della Chiesa di Roma. Come Cranmer, stiamo riformando la Comunione dall'interno e abbandonando gli Strumenti di Canterbury». La neonata Comunione Anglicana Globale quindi non sostituisce la “classica” Comunione Anglicana né se ne separa, poiché essa è «la storica Comunione Anglicana riorganizzata dall'interno».
Esclusi Canterbury e Lambeth, gli araldi dell’ortodossia anglicana si dichiarano «in comunione con tutti coloro che aderiscono alla Dichiarazione di Gerusalemme» (quella del 2008) perché «la vera comunione è confessionale, piuttosto che definita da una storia condivisa o da strutture istituzionali». Ma siccome le strutture sono pur sempre necessarie, anch’essi se ne danno: la neonata Comunione Anglicana Globale, guidata dal Consiglio Anglicano Globale (un organismo conciliare perché «se vogliamo abbandonare le vecchie strutture, dobbiamo abbandonare anche i vecchi titoli»), presieduto dall’arcivescovo Laurent Mbanda, con l’arcivescovo Miguel Uchoa in veste di vicepresidente e il vescovo Paul Donison come segretario, per un mandato biennale (l’appuntamento è ad Atene nel 2028).
Insomma, il Sud del mondo anglicano non transige sulle “novità” dottrinali, ricordando con le dovute differenze la reazione in blocco dei vescovi cattolici dell’Africa a Fiducia supplicans – a scanso di equivoci, senza alcun boicottaggio verso la Sede Apostolica, ma ovviamente ci muoviamo in ambiti differenti. E dimenticando per un attimo di trovarci nell'anglicanesimo, vale la pena interrogarsi sulla (giusta) percezione che la fede non cambia secondo le mode e sull’ardente voglia di ortodossia che si fa strada anche all’interno di uno scisma che dura da cinquecento anni.
Gli ex ministri anglicani passati da Sua Maestà a Sua Santità
Un terzo dei preti cattolici inglesi ordinati tra il 1992 e il 2024 proviene dall'anglicanesimo. E sono in tutto 700 gli ex chierici censiti dalla St. Barnabas Society che hanno lasciato sicurezze e ministero per essere accolti nella Chiesa di Roma. Anche grazie agli Ordinariati voluti da Benedetto XVI.
Malagestione di abusi, si dimette il primate anglicano
Terremoto al vertice della comunione anglicana: l'accusa di negligenza e insabbiamento del caso dell'abusatore seriale John Smyth ha spinto Justin Welby alle dimissioni.
Che liti e botte tra gli anglicani. Sembrano cattolici…
Convocati dall'Arcivescovo di Canterbury, i Primati nazionali della comunione Anglicana si sono riuniti per verificare loro azione pastorale. E subito le cose sono presto virate su questioni di morale sessuale e dell'omosessualità dei sacerdoti. Con divisioni e polemiche, fino alla minaccia di una scisma.

