Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santi martiri ugandesi a cura di Ermes Dovico
novecento

La letteratura armena ridà voce alle vittime del genocidio

Ascolta la versione audio dell'articolo

Le pagine di Antonia Arslan e di Maria Nazle Corinaldi strappano all'oblio una raffinata civiltà che i turchi volevano cancellare anche sul piano simbolico. Oltre la testimonianza storica sono atti di resistenza morale perché i morti non vengano di nuovo uccisi dal silenzio.

Cultura 03_06_2026
Wikimedia Commons - Author: Yerevantsi

Nel mio libro La realtà dell’orco formulo una tesi che è stata giudicata provocatoria e inquietante: il genocidio vero non nascerebbe soltanto dall’odio, ma soprattutto dall’invidia. Oggi il termine è usato a casaccio e a sproposito, anche come oscena calunnia. In realtà il genocidio vero non nasce dall’ostilità verso un nemico potente e aggressivo, ma dal rancore verso una minoranza percepita come culturalmente superiore, più vitale, più creativa, più capace.

L’immagine scelta è quella della fiaba di Biancaneve. La regina vuole eliminare Biancaneve non perché la principessa rappresenti un pericolo reale, non perché minacci il suo regno, ma semplicemente perché è più bella. La sua esistenza è intollerabile. La bellezza dell’altra diventa una condanna. In questa lettura simbolica, la fiaba contiene il nucleo psicologico del genocidio vero: l’impossibilità di sopportare la presenza di qualcuno che incarni una superiorità morale e culturale.

Gli armeni nell’Impero Ottomano costituivano una minoranza numericamente ridotta, eppure occupavano spesso posizioni centrali nella vita economica e culturale. Erano professionisti, artigiani, insegnanti, medici, commercianti. Una comunità dinamica, istruita, cosmopolita. Ed è proprio questa vitalità che, ha alimentato il rancore di chi vedeva nella loro presenza una smentita della propria mediocrità. Gli armeni erano una percentuale minoritaria della popolazione turca, ma erano la metà dei medici, la metà degli ingegneri, il 60% dei professori universitari, il 90% dei fabbri e il 99% degli orologiai.

La fiaba di Biancaneve ci fornisce anche una seconda metafora su chi commette un genocidio vero: è roso dall’invidia sociale ed è quello che Hans Magnus Enzensberger definisce Il perdente radicale. Pur di distruggere Biancaneve la Regina fa il supremo sacrificio: la sua vita e la sua bellezza. Pur di distruggere gli armeni con una guerra mondiale in corso i turchi ammazzano metà dei loro medici e dei loro ingegneri, distraggono dal fronte uomini e mezzi e accelerano la catastrofe. L’odio genocidario infatti raramente nasce soltanto da una divergenza religiosa o politica. Più spesso nasce dall’umiliazione. Il genocida guarda la vittima e vi riconosce qualcosa che sente di non possedere: disciplina, talento, eleganza, memoria, capacità di creare ricchezza e cultura. Per questo lo sterminio non è mai soltanto eliminazione fisica. È cancellazione simbolica. Bisogna distruggere il testimone vivente della propria inferiorità.

Il genocidio armeno del 1915 resta una delle tragedie più atroci del Novecento. Deportazioni, marce nel deserto, massacri sistematici, bambini strappati alle famiglie, villaggi cancellati. Un intero popolo trasformato in polvere e silenzio. Eppure il paradosso più terribile è che chi organizza uno sterminio finisce spesso per mutilare anche se stesso. Distruggendo gli armeni, l’Impero Ottomano distrusse una parte essenziale della propria intelligenza produttiva e culturale. È il gesto suicida della regina di Biancaneve: pur di annientare ciò che invidia, accetta di perdere la propria stessa bellezza. Qui entra in gioco la figura del “perdente radicale”, elaborata da Enzensberger. Il perdente radicale è colui che vive il successo altrui come un’offesa personale. Non sopporta l’idea che qualcun altro possa brillare. Non vuole elevarsi: vuole trascinare l’altro nella rovina. È una psicologia profondamente autodistruttiva. Non costruisce nulla, ma gode nel devastare. E il genocidio rappresenta la forma estrema di questa pulsione.

Enzensberger ci fornisce anche la motivazione di questo spaventoso divario culturale. Quando Gutenberg ha inventato la stampa, nel 1455, il costo dei libri è stato abbattuto e il loro numero moltiplicato. La stampa fu vietata nel mondo islamico in quanto l’unico libro di valore era il Corano. Vietata agli islamici, ma non ai non islamici, la stampa fu usata da armeni, copti, o ebrei per diventare ovunque l’èlite culturale.

La letteratura armena ha raccontato la tragedia del genocidio con una forza umana straordinaria. Tra i libri più intensi vi è La masseria delle allodole di Antonia Arslan, un romanzo che riesce nell’impresa quasi impossibile di trasformare il dolore storico in esperienza viva, concreta, quotidiana. Non ci troviamo davanti a un semplice libro sul genocidio: ci troviamo davanti alla distruzione di una famiglia, di un mondo domestico fatto di profumi, voci, ricette, giochi infantili, lettere, ricordi. Ed è proprio questo che rende il romanzo devastante. La grandezza della Arslan consiste nel non trasformare mai i suoi personaggi in simboli astratti. Gli armeni della Masseria non sono “vittime storiche”: sono esseri umani pieni di ironia, tenerezza, paure, vanità, speranze. Il lettore li vede vivere prima ancora che morire. E proprio per questo il dolore diventa insopportabile.

Quando la violenza irrompe, ciò che viene distrutto non è soltanto un popolo, ma una civiltà intera fatta di dettagli minimi e preziosi. Lo stile di Antonia Arslan è limpido, quasi pudico. Non indulge mai nella retorica dell’orrore. Non ha bisogno di urlare. Le scene restano impresse come ferite: i bambini in fuga, il silenzio delle donne, la dignità ostinata di chi comprende di essere condannato ma continua a difendere la propria umanità fino all’ultimo istante.

Un nuovo libro si aggiunge. Con Memorie di una lady armena la memoria armena trova oggi una nuova voce, diversa ma complementare. Il libro, curato da Antonia Arslan e Benedetta de Mari, non racconta soltanto una tragedia: racconta un mondo perduto. La figura di Maria Nazle Corinaldi emerge dalle pagine con una grazia quasi ottocentesca, attraversando Costantinopoli, la Grecia, l’Europa aristocratica e infine l’Italia. Non è soltanto una testimonianza storica, ma il ritratto di una civiltà cosmopolita e raffinata spazzata via dalla barbarie.  La grande qualità del libro sta nella sua eleganza narrativa. Le memorie non assumono mai il tono del documento freddo: hanno invece il respiro del romanzo, la leggerezza malinconica di chi osserva il passato da una distanza irreparabile. Costantinopoli appare come un luogo sospeso tra Oriente e Occidente, tra lusso e decadenza, tra splendore e minaccia. Ogni pagina sembra custodire il presentimento della fine. Gli Armeni qui tornano a essere volti, gesti, salotti, conversazioni, viaggi, amori. La memoria privata diventa resistenza contro l’oblio.

Forse è proprio questo il senso più profondo della letteratura armena: impedire che i morti vengano uccisi una seconda volta dal silenzio. La scrittura alterna raffinatezza aristocratica e nostalgia domestica. Ci sono pagine in cui il lettore sente quasi il rumore delle stoviglie, il profumo delle spezie, il riflesso del Bosforo nelle stanze dei palazzi. E poi, lentamente, su tutto cala l’ombra della Storia. Non una storia astratta, ma quella concreta violenza che spezza le famiglie, disperde gli archivi, cancella le lingue, interrompe le genealogie. In questo senso Memorie di una lady armena dialoga idealmente con La masseria delle allodole. Il primo custodisce il ricordo di un mondo elegante e cosmopolita; il secondo racconta il momento della distruzione. Insieme compongono un grande affresco della civiltà armena prima della catastrofe e del suo annientamento. In un momento in cui la nazione turca continua a negare il genocidio, se non a deriderlo, questi due libri diventano obbligatori.

Ed è per questo che libri come quelli di Antonia Arslan o le memorie di Maria Nazle Corinaldi hanno un valore che supera la semplice testimonianza storica. Sono atti di resistenza morale. Ci ricordano che ogni genocidio non tenta soltanto di uccidere delle persone: tenta di cancellare la bellezza del mondo. Ma la letteratura, quando è autentica, possiede una forza opposta. Ricostruisce volti, restituisce nomi, riaccende le voci perdute. Ed è forse questa la sconfitta definitiva di ogni sterminatore: scoprire che ciò che voleva cancellare continua ostinatamente a vivere nella memoria degli uomini.

Antonia Arslan sarà ospite alla prossima Giornata della Bussola, il 19 settembre a Seveso.



MEMORIA

Antonia Arslan, i vecchi e nuovi volti del genocidio

27_01_2016 Stefano Magni

Il 27 gennaio è il giorno della memoria della Shoah. Il 24 aprile scorso si è commemorato il centenario del genocidio armeno. Fra i due grandi crimini del Novecento c'è un nesso diretto, come ci spiega la scrittrice Antonia Arslan, nota per il romanzo La Masseria delle Allodole. E non è solo storia: nuove violenze genocide si compiono ora negli stessi luoghi di deportazione del popolo armeno. Il movente è religioso, stavolta, ma gli attori sono molto simili a quelli del passato.

RICORRENZE

Il genocidio degli armeni può ripetersi

25_04_2024 Stefano Magni

Il giorno prima della nostra ricorrenza della Liberazione, il 24 aprile è il giorno della memoria del genocidio armeno. A 109 anni di distanza, l'Armenia rischia di essere invasa dall'Azerbaigian

CAUCASO

La fuga degli armeni dal Nagorno Karabakh, tragedia annunciata e ignorata

03_10_2023 Stefano Magni

Circa 100mila armeni hanno abbandonato il Nagorno Karabakh appena occupato dall'Azerbaigian. Si è trattato di una tragedia annunciata da molto tempo: fuggono per il timore (fondato) di una pulizia etnica. Ignavia della comunità internazionale e rischio di guerra allargata.

GENOCIDI

Non solo gli armeni, ecco gli altri massacri dei turchi

16_04_2015 Marco Respinti

Grazie a quella che oramai è una vera messe di libri e di testimonianze, l’olocausto armeno è cosa finalmente nota. Ma praticamente pochissimi ricordano o persino sanno che negli anni della mattanza turca ai danni degli armeni i turchi perpetrarono altri genocidi. 

PAPA FRANCESCO

Armeni, "fu il primo genocidio del Novecento"

13_04_2015 Marco Respinti

Nel saluto prima della Messa in San Pietro per i fedeli di rito armeno, Papa Francesco definisce apertamente "genocidio" quello subito dagli armeni nella Turchia del 1915. Il termine genocidio non è casuale e non è affatto scontato. L'avvocato polacco Lemkin lo coniò nel 1944 e venne applicato per la prima volta al caso della Shoah.