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Il Papa premia Mattarella: schiaffo ai cattolici coerenti

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Il Premio Paolo VI assegnato al capo dello Stato, elogiato da Francesco che lo addita a "maestro", "testimone" e modello cristiano di "servizio". Poco importano la legge Cirinnà e altri cedimenti sui principi non negoziabili: la Costituzione conta più della fede.

Editoriali 31_05_2023

Sorprendente la consegna del premio Paolo VI al presidente della Repubblica Sergio Mattarella direttamente dalle mani di papa Francesco. Eravamo rimasti colpiti quando Mario Draghi fu nominato membro della Pontificia accademia delle scienze sociali mentre era ancora in carica a Palazzo Chigi, ora rimaniamo allibiti per il premio a Mattarella, che pure è ancora in carica al palazzo del Quirinale. Ogni bambino capisce che un premio dato a chi è ancora in carica indica un apprezzamento anche politico di quanto ha fatto e sta facendo. Almeno attendere il giorno dopo le dimissioni o la scadenza del mandato! C’erano pressioni così urgenti?

Il premio Paolo VI è dedicato a chi si è distinto nell’impegno in vari campi per una società giusta seguendo le tracce di papa Montini. Le parole di Francesco alla consegna del premio a Mattarella sono state di una retorica imbarazzante: «Sono lieto, signor presidente, di farmi strumento di riconoscenza a nome di quanti, giovani e meno giovani, vedono in lei un maestro, un maestro semplice, e soprattutto un testimone coerente e garbato di servizio e di responsabilità». Lo ha anche proposto come modello di vita cristiana: «Per il cristiano, grandezza è sinonimo di servizio. Amo dire che “non serve per vivere chi non vive per servire”. E credo che oggi il conferimento del Premio Paolo VI al presidente Mattarella sia proprio una bella occasione per celebrare il valore e la dignità del servizio, lo stile più alto del vivere, che pone gli altri prima delle proprie aspettative. Che ciò sia vero per Lei, Signor presidente, lo testimonia il popolo italiano, che non dimentica la sua rinuncia al meritato riposo fatta in nome del servizio richiestole dallo Stato». Queste ultime parole si riferiscono all’accettazione del secondo mandato presidenziale da parte di Mattarella, interpretato qui in modo tendenzioso come sacrificio personale. Il nostro presidente come esempio eminente e nobile di incarnazione delle esigenze della Dottrina sociale della Chiesa e come la realizzazione compiuta di quanto la "Nota Ratzinger" del 2002 chiamava: «la testimonianza della fede cristiana nel mondo e l’unità e coerenza interiori dei fedeli»

Se ci è concesso, ci dissociamo dall’assegnazione di questo premio, non solo per la sua inopportunità data la permanenza in carica del premiato, ma perché non riteniamo che la sua figura possa costituire un esempio come il premio suggerisce.

Immediatamente prima del passaggio sopra ricordato, la “Nota Ratzinger” parlava dei principi davanti ai quali il cattolico impegnato in politica non può scendere «a compromesso alcuno»: «La coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale sono sovvertiti».  Ne discende che nessun premio Paolo VI dovrebbe essere assegnato a chi, invece, come Mattarella, proprio questo fa. Egli è stato eletto al Quirinale il 3 febbraio 2015 e poi rieletto il 29 gennaio 2022. In questi anni il Parlamento ha sfornato leggi assolutamente ingiuste, certamente contrastanti con i «contenuti della fede e della morale», senza che il presidente dicesse alcunché: nemmeno una di esse è stata rimandata in Parlamento prima di essere firmata, il che è il minimo sindacale in campo di dissociazione morale.

Il 20 maggio 2016 egli firmava la legge Cirinnà sulle unioni civili anche di persone dello stesso sesso, che venivano equiparate al matrimonio, avvalorando un’ingiustizia dalle tragiche conseguenze in molti campi. È vero che c’è un “dovere di firma” da parte del Presidente, ma molte leggi da lui firmate contrastavano con la Costituzione o ne rappresentavano un palese raggiro. Senza contare che la Presidenza della Repubblica ha molte armi in mano per frenare o addirittura pilotare in itinere la formazione delle leggi, come la storia ha dimostrato. Inoltre, la Costituzione non è l’ultima istanza morale. Come dice la "Nota Ratzinger", ci sono anche «i contenuti fondamentali della fede e della morale».

Premiare Mattarella significa condannare i cattolici che cercano di praticare la coerenza. I premi non sono neutri: se si premia uno, si condanna implicitamente chi fa il contrario. Quel premio ha discriminato una parte di Chiesa ed è non solo ingiusto ma anche, proprio per ciò, divisivo. Impone come criterio teologico e cristiano il “patriottismo della Costituzione” che è il principio dietro al quale si cela l’ideologia mattarelliana della “doppia verità” in politica e in religione. Ideologia che ora il papa, premiandolo, fa propria e ripropone.

Se poi si va indietro nel tempo, a prima della sua salita al Colle, troviamo che Mattarella si è sì dimesso dal governo contro le TV di Berlusconi il 17 luglio 1990, ma mai contro le leggi offensive della vita e della famiglia, che ha sempre promosso. Da ministro della difesa nel governo D’Alema alla fine degli anni Novanta ha dato il via libera ai bombardamenti italiani in Cossovo. Politicamente è sempre stato di “sinistra”, prima nella sinistra DC, poi nella Margherita e poi nel Partito Democratico.

È sempre stato un cattolico molto “adulto”. Da presidente difende l’Unione Europea oltre ogni ragionevole dubbio, ha coperto le famigerate e anticostituzionali politiche sanitarie dei governi Conte e Draghi, avvalora istituzionalmente tutte le “transizioni” in progetto.
Vogliamo premiare anche tutto questo? Allibiti, dissentiamo.