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coinvolta anche l'italia

La carità dal basso per il Libano

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Aiuti e iniziative di solidarietà per i cristiani del Libano arrivano dalle parrocchie romane e si affiancano a quelle della Farnesina. L'Ordine di Malta perde un soccorritore in un attacco dell'IDF: «Chiediamo alla comunità internazionale di supportare il nostro lavoro».

Attualità 16_03_2026

“Mi circondavano flutti di morte, mi travolgevano torrenti infernali; nell’angoscia ho invocato il Signore: dal suo tempio ha ascoltato la mia voce”.

Il Salmo 17 è compreso nel formulario per la Santa Messa “In tempo di guerra o di disordini” del Messale Romano, che la CEI ha chiesto alle realtà ecclesiali di utilizzare in occasione della Giornata di preghiera e digiuno per la pace in medioriente organizzata per venerdì 13 marzo.

Nonostante la Santa Sede non abbia previsto un momento dedicato nella Basilica di San Pietro, come accaduto in altre occasioni, le parrocchie e le comunità ecclesiali di tutta Italia si sono organizzate per seguire in qualche misura il suggerimento. Di più, molte realtà hanno iniziato spontaneamente a raccogliere aiuti concreti da destinare in particolare ai cristiani libanesi - colpiti a tal punto dai bombardamenti israeliani, assieme al resto della popolazione, da essere a rischio di sparizione.

Così don Pedro Savelli, Procuratore Generale dell'Ordine Benedettino Vallombrosano, ha sensibilizzato alle necessità del popolo libanese i fedeli della Basilica di Santa Prassede a Roma di cui è rettore; lo stesso ha fatto don Angel Luis Alba Leon, parroco di Santa Margherita Maria Alacoque nella periferia estrema della Capitale.

Questi sono probabilmente solo alcuni casi di carità “dal basso” di cui La Nuova Bussola Quotidiana è venuta a conoscenza, che affiancano gli ingenti aiuti inviati in Libano dalla comunità internazionale – la sola Farnesina ha comunicato di aver destinato 10 milioni di euro per “interventi di emergenza” in Libano che – sperabilmente – arriveranno alla popolazione.

Dal canto suo la Santa Sede ha inviato il nunzio apostolico in Libano, monsignor Paolo Borgia, a portare aiuti umanitari nei villaggi del Sud del Paese, distrutti dal fuoco israeliano.

Nelle stesse ore in cui le parrocchie italiane si raccoglievano in preghiera sotto la guida della Cei, in Libano un altro grave lutto ha colpito direttamente la Chiesa Cattolica dopo l'uccisione, nei giorni scorsi, del sacerdote maronita padre Pierre Rahi.

Il ventenne Chadi Ammar, membro del Sovrano Ordine di Malta in Libano, è rimasto vittima di un attacco aereo di IDF nel villaggio cristiano di Ain Ebel, al confine con Israele. All'indomani del grave episodio Oumayma Farah, direttrice del settore Sviluppo e Comunicazione dell'Ordine di Malta in Libano, ha accettato generosamente di rispondere ad alcune domande della Nuova Bussola Quotidiana.

Signora Farah, a cosa stava lavorando il giovane Chadi quando è stato colpito? Era un soccorritore, o lavorava con gli sfollati?
Chadi era un giovane e dinamico membro del nostro staff nel settore agricolo-umanitario. Lavorava ad un progetto volto a garantire la sicurezza alimentare nella regione sul confine con Israele, e in particolare nel nostro centro di Ain Ebel. Al momento dell'attacco, verso le sei del pomeriggio di venerdì 13, Chadi si trovava sul tetto di un edificio assieme ad altri due giovani cristiani che si sono rifiutati di lasciare i loro villaggi: stavano provando a ripristinare la connessione internet, in modo che chi aveva deciso di restare ad Ain Ebel nonostante le circostanze sarebbe stato in grado di rimanere connesso. Nell'attacco sono morti eroicamente tutti e tre.

Quanto personale ha l'Ordine di Malta in Libano?
Abbiamo più di sessanta progetti e programmi in tutto il Paese, specialmente nelle zone più remote e meno servite, dal nord al sud passando per la valle della Bekaa e dalla regione del Mount Lebanon. Abbiamo seicento membri nel nostro staff e centinaia di volontari che assistono diverse volte l'anno 300.000 persone (e circa un milione di beneficiari indiretti) erogando un milione e mezzo di servizi l'anno.

Su cosa si sta concentrando l'Ordine di Malta in questo momento di terribile emergenza umanitaria?
Lo staff e i volontari sono dislocati in tutto il Paese e presidiano dodici centri sanitari, dodici unità mediche mobili e tre cucine comunitarie mobili. Offrono agli sfollati e a chi è costretto a dormire in strada assistenza medica, farmaci, pasti caldi, pacchi di cibo, kit per l'igiene personale, kit per la protezione dal freddo, assistenza psicosociale e psichiatrica. Soprattutto, il nostro staff offre un sorriso, un abbraccio caldo e una speranza. 

Dopo la morte del giovane Chadi interromperete le vostre attività nel Paese?
Niente affatto. Siamo guidati dalla nostra Fede, che ci insegna a non aver paura. La nostra missione come Ordine di Malta è servire nostro Signore sofferente, dunque proprio adesso dobbiamo prendere ancor più coraggio e fare un ulteriore passo nel nostro servizio. Il coraggio e lo spirito di Chadi ci ispireranno.

Cosa si sente di chiedere alla comunità internazionale? Cosa possiamo fare in occidente per aiutare la popolazione libanese?
Chiediamo alla comunità internazionale di supportare il nostro lavoro, in modo da poter non solo continuare ma rafforzare la nostra missione, che va oltre la semplice carità. Serviamo tutte le comunità, senza nessuna distinzione di denominazione religiosa in un Paese che ne annovera diciotto; l'Ordine di Malta, essendo apolitico, ha dimostrato di essere uno strumento di pace, coesistenza e stabilità in Libano. Alla comunità internazionale chiediamo anche di proteggere il nostro Paese, questo "messaggio al mondo" secondo le parole di Giovanni Paolo II.
Chiediamo soprattutto di proteggere i villaggi cristiani sul confine con Israele con la loro popolazione: dalle loro strade è passato Cristo per recarsi a predicare a Tiro e Sidone. La cristianità in Libano non deve scomparire: se succedesse, sarebbe a rischio l'esistenza stessa dei cristiani in Terrasanta.

Secondo le ultime stime del Ministero libanese della Salute pubblica, in quasi due settimane di aggressione israeliana in Libano sono morte 850 persone, di cui 66 donne, 107 bambini e 32 medici, paramedici e soccorritori; i feriti sono 2,105 e gli sfollati più di ottocentomila.