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Chiesa cattolica

I cristiani del Myanmar testimoni di fede

I vescovi del Myanmar in Vaticano per una visita ad limina hanno raccontato la difficile situazione in cui da cinque anni vivono i cristiani a causa della guerra

I vescovi del Myanmar in visita ad limina in Vaticano hanno incontrato il Papa il 5 giugno e con lui hanno pregato per il loro paese e per i cristiani, vittime della guerra civile iniziata nel 2021 quando i militari hanno preso il potere con un colpo di stato e contro di loro si è organizzata una resistenza armata. L’esercito governativo colpisce bombardandole anche le chiese e le strutture religiose. I vescovi di cinque delle 17 diocesi del Myanmar sono stati costretti ad abbandonare la loro sede vescovile a causa dei combattimenti. Uno di loro è monsignor Felice Ba Htoo, vescovo di Pekhon. Intervistato dall’agenzia di stampa Fides, il vescovo ha descritto gli effetti della guerra sulla popolazione e sulla vita religiosa. Molte parrocchie, ha spiegato, sono state chiuse perché danneggiate, troppo insicure, senza più fedeli, fuggiti per mettersi al sicuro. “La nostra missione – ha detto descrivendo l’opera di sacerdoti, religiosi e catechisti – oggi è stare vicini alla gente, agli sfollati interni dispersi nel territorio: alcuni nella giungla, altri nei campi profughi, altri ancora in villaggi meno interessati dalla violenza. Cerchiamo di incontrarli, consolarli, offrire una parola di speranza. Con i cattolici celebriamo i sacramenti. Li incoraggiamo, invitandoli a vivere uno spirito di amore reciproco, di collaborazione e di aiuto, in modo da poter superare questo tempo di precarietà e difficoltà. La gente è stanca e traumatizzata dal conflitto che continua da cinque anni. In questo quadro storico segnato da prove e sofferenze, viviamo il nostro pellegrinaggio della speranza. Confidiamo in Dio e preghiamo che ci sia un tempo di luce per il nostro futuro”. Monsignor Ba Htoo è stato costretto dai combattimenti a trasferirsi in un villaggio, nella parrocchia della Beata Vergine Maria. “Abbiamo dovuto chiudere circa sette parrocchie su 16 – dice – dei circa 60mila cattolici della diocesi, molti hanno lasciato il territorio delle parrocchie e si sono spostati nelle zone rurali, vicino ai loro parenti. Alcune chiese e alcuni conventi sono stati distrutti. Proprio nel centro della diocesi, a Pekhon, vi era la popolazione cattolica più numerosa e vi si trovavano edifici e infrastrutture migliori, ma in tutte queste zone la gente non poteva rimanere e si sono progressivamente spopolate. I sacerdoti diocesani vivono nei campi accanto ai profughi. Vivono lì con la gente. Incoraggiano le persone perché esse, per così dire, si affidano ai sacerdoti, si fidano di loro e si sentono anche un po’ protette. Preti, religiosi, suore e catechisti si spendono per mostrare vicinanza ai fedeli e provvedere ai loro bisogni; cercano di fare in modo che possano partecipare alla Messa almeno la domenica, organizzano classi scolastiche per i bambini, cercano sempre di incoraggiare, consolare e accompagnare le famiglie sfollate. La gente è esausta, ma prega con le lacrime agli occhi, con parole accorate, intense e profonde. I fedeli recitano il Rosario, vanno in chiesa o nelle cappelle improvvisate, fanno Adorazione eucaristica: c'è sempre tanta gente. Questo non è cosa da poco. Significa che la gente ha fede in Dio e non perde la speranza in un futuro migliore”.