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A Taybeh, dove gli ultimi cristiani sono ostaggio della sicurezza

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A Taybeh, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania alle porte di Ramallah, la sicurezza rischia ancora una volta di diventare un pretesto per nuove restrizioni. L'appello di Pizzaballa non è sufficiente a fermare l'esodo. 

Libertà religiosa 12_08_2026

C’è una nuova sbarra che si abbassa e, dietro quella transenna, c’è una comunità antichissima: case, chiese, famiglie, ulivi e terreni coltivati. A Taybeh, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania alle porte di Ramallah, la sicurezza rischia ancora una volta di diventare un pretesto per nuove restrizioni. L’esercito israeliano, infatti, ha dichiarato la località “zona militare chiusa” agli israeliani non residenti, chiarendo che il provvedimento è stato adottato per la necessità di prevenire nuove violenze nella zona.

Formalmente, l’ordinanza non vieta ai palestinesi di entrare o uscire. Ma la decisione nasconde un pericolo: un diritto può essere formalmente riconosciuto, ma di difficile attuazione. Per gli abitanti di Taybeh muoversi significa affrontare continui controlli, posti di blocco, attese e tanta incertezza che entra inesorabilmente nella vita quotidiana, creando le condizioni per uno stato di isolamento. Andare al lavoro, raggiungere una scuola o un ospedale può trasformarsi in un percorso ad ostacoli. Il controllo del territorio così organizzato potrebbe rendere ogni spostamento più incerto, ogni ritorno meno scontato.

Il pericolo è che Taybeh finisca per vivere dentro una libertà sempre più compressa, fino a trasformare quello che dovrebbe essere un normale villaggio in una comunità sospesa, separata dal mondo. È questo il punto che non può essere nascosto dietro la terminologia amministrativa. Taybeh è una piccola comunità, già esposta all’emigrazione, alle difficoltà economiche, alla pressione sui terreni e alle tensioni con gli insediamenti israeliani circostanti. Il nuovo provvedimento si inserisce in un territorio nel quale la circolazione è già condizionata da una fitta rete di posti di blocco e restrizioni. Non è necessario pronunciare la parola espulsione per produrre un effetto di sradicamento. Una comunità può essere indebolita anche rendendo la permanenza più faticosa, più incerta, più costosa. Quando la normalità diventa un percorso ad ostacoli, la partenza smette di apparire come una scelta lontana e comincia a diventare un’opzione concreta.

Il cardinale Pierbattista Pizzaballa ha descritto la situazione della Cisgiordania come «molto fragile» e in continuo peggioramento, sottolineando il peso dei posti di blocco e delle restrizioni sulla vita delle comunità. E proprio a Taybeh, negli ultimi mesi, la pressione è diventata concreta. A giugno scorso, un vasto incendio ha colpito i terreni nei pressi del villaggio. Secondo la Protezione civile palestinese i coloni israeliani avrebbero ostacolato le operazioni di spegnimento, mentre l’esercito israeliano avrebbe inizialmente ritardato l’accesso dei vigili del fuoco per le procedure di coordinamento della sicurezza. L’incendio, alla fine, è stato domato, ma l’episodio si aggiunge a una sequenza di aggressioni e intimidazioni.

Già nei primi mesi del 2026 erano state denunciate confische di terre, incursioni, vandalismi e intimidazioni contro i residenti. Pizzaballa, parlando della situazione della comunità cristiana in Terra Santa, ha dichiarato che la presenza si va progressivamente riducendo e che esiste la difficoltà di chiedere alle famiglie di restare, quando non si vede più un futuro possibile. «Ci vuole grande coraggio per restare», ha osservato il patriarca.

È in questo contesto che assume un peso particolare anche l’inchiesta delle Nazioni Unite sulla violenza dei coloni in Cisgiordania. Nel rapporto si afferma che le autorità israeliane sono direttamente coinvolte nelle angherie dei coloni contro i palestinesi e che le forze di sicurezza israeliane spesso accompagnano o proteggono gli aggressori. Secondo l’inchiesta, gli attacchi contro villaggi e terreni agricoli palestinesi sono aumentati e la violenza si è inserita in un clima di impunità favorito anche dalle istituzioni giudiziarie e di sicurezza. Naturalmente Israele respinge le conclusioni del rapporto, sostenendo che le istituzioni condannano le prevaricazioni contro i palestinesi.

L’allarme, dunque, non riguarda soltanto la violenza dei coloni, ma ciò che accade quando quest’ultima s’intreccia con l’esercizio del potere statale. Quando chi dovrebbe garantire la sicurezza non riesce a proteggere una popolazione dagli attacchi, la paura diventa una condizione quotidiana. È qui che la vicenda di Taybeh assume un significato che supera i confini del villaggio cristiano.

Non è soltanto la storia di una comunità esposta alla violenza. È la storia di una presenza antica che rischia di essere consumata lentamente dall’insicurezza, dall’isolamento e dalla perdita di prospettive. La tragedia delle piccole comunità non ha bisogno di un ordine di espulsione. Può avvenire lentamente: i giovani partono, le famiglie si riducono, i terreni vengono abbandonati o occupati con la forza dai coloni, le attività economiche si indeboliscono, le chiese si svuotano. Alla fine restano le pietre, le case vuote, gli ulivi e la memoria di una presenza che per secoli ha attraversato guerre, imperi e cambiamenti politici. È un processo silenzioso, quasi invisibile, e proprio per questo ancora più pericoloso. La comunità non scompare in un giorno: si assottiglia fino a quando la sua stessa sopravvivenza diventa impossibile.

Il provvedimento dell’esercito israeliano nasce, secondo la versione fornita dalle autorità militari, dall’esigenza di fermare le violenze dei coloni ultraortodossi e proteggere gli abitanti. È un elemento che va registrato. Ma resta una contraddizione che non può essere ignorata: la protezione di una comunità palestinese passa ancora una volta attraverso un ulteriore controllo militare del territorio. E mentre agli israeliani non residenti viene vietato l’ingresso, gli abitanti palestinesi continuano a vivere in un sistema di restrizioni alla mobilità che rende più difficile la quotidianità.

Taybeh non è un simbolo costruito dalla cronaca. È un paese reale, con famiglie che vogliono continuare a vivere nella propria terra. Le sue chiese, i suoi ulivi e le sue case raccontano una presenza cristiana radicata nella storia della Palestina. Per questo ciò che sta accadendo merita attenzione prima che l’emergenza diventi normalità e che l’isolamento si trasformi in abbandono. La vera minaccia, infatti, non è soltanto la sbarra abbassata. È la consuetudine alla chiusura. È l’idea che un controllo, una strada interrotta, un terreno irraggiungibile o un nuovo divieto siano ormai parte inevitabile della vita. È così che un territorio cambia volto senza che nessuno debba annunciarne formalmente la trasformazione.

Nonostante le angherie, gli assalti dei coloni ultraortodossi israeliani, Taybeh è ancora lì. Le campane suonano, gli ulivi restano sulle colline, le famiglie continuano a vivere nelle loro case. Ma attorno a loro lo spazio si fa più stretto. E quando lo spazio per vivere, muoversi e progettare il futuro si restringe, anche restare nella propria terra può diventare un atto di resistenza e coraggio.