«Vaccini? Eseguivo gli ordini»: il codice d'onore del generale signorsì
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L'audizione in Commissione Covid del generale Figliuolo svela l'elefante nella stanza: effetti avversi ed efficacia dei vaccini? Per l'ex commissario straordinario è tutto un susseguirsi di "regole da rispettare", "scienza all'epoca concorde" e "non sapevo". Per ogni cosa chiedere a Draghi e Speranza.
Quando l’allora premier Mario Draghi decise di sostituire Domenico Arcuri con il generale Francesco Paolo Figliuolo alla guida della struttura commissariale per la gestione della pandemia, fu chiaro a tutti un elefante nella stanza: un militare di carriera esegue gli ordini, non fa domande. E in quel momento bisognava eseguire un ordine senza farsi prendere troppo da contrarietà, critiche, evidenze scientifiche e altre cosucce che in una democrazia sono solite accadere: vaccinare tutti, con la forza e senza indugio.
Se ne è avuta una prova plastica, concreta e tangibile però, ieri, durante l’attesa audizione in Commissione Covid del generale Figliuolo. Colui che guidò la macchina della gestione pandemica del governo di Draghi, venne messo lì non perché era il Marchionne dei processi logistici o il super manager degli approvvigionamenti per strutture complesse di rifornimento di vaccini e distribuzione capillare sul territorio. Ma semplicemente perché a un generale si risponde sìssignore, così come il generale è solito rispondere signorsì ai suoi superiori. Che in quel momento erano il governo di Draghi e Roberto Speranza alla guida del Ministero della Salute.
E lo prova non tanto la lunghissima relazione di Figliuolo, fatta di oltre un’ora e mezza di dati, numeri inerenti il come e il quanto ha organizzato la macchina vaccinale e dei dispositivi sanitari, ma gli scambi che l’alto ufficiale ha avuto con i commissari.
Non solo, si badi, quelli della maggioranza di centrodestra, ma anche quelli di insospettabili del centrosinistra, che allora erano al governo. Al deputato Pd Francesco Boccia, ad esempio, che gli chiedeva se le Regioni avessero mai avuto modo di contestare le sue decisioni inerenti l’approvigionamento e la fornitura dei vaccini, Figliolo ha risposto: “No, non c’è stato neppure bisogno che usassi i miei poteri commissariali”.
Il che lascia il campo a un milione di interrogativi. Del resto, l’Italia è il paese dei campanili dove in ogni provincia si pretende di fare diverso dal cugino che sta sull’altra sponda del fiume, figuriamoci se non potevano sorgere liti o polemiche sulla gestione di Figliuolo per un prodotto - un vaccino - che era sconosciuto, sperimentale, di incerta efficacia e di ancor più incerta sicurezza? E invece no. Nessuno fiatò. Perché gli ordini di Figliuolo non si dovevano discutere, sennò mica si metteva un generale alla guida.
Ma il clou dell’audizione si è avuto quando la capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione Covid, Alice Buonguerrieri ha incalzato Figliuolo cercando di scavare un po’ più in profondità. E con lei a ruota tutti gli altri esponenti di Fratelli d’Italia.
Ne è uscito un dialogo serrato tra l’imbarazzato e il grottesco simile alla scena cult di Codice d’Onore dove Tom Cruise e Jack Nicholson (colonnello, però) dibattono in aula sul codice rosso per il povero soldato Santiago.
“Eseguivo gli ordini”. Questo il mantra che Figliuolo ha costantemente ripetuto nel cercare di rispondere alla Buonguerrieri. “All’Hub di Torino lei dichiarò: il vaccino previene il contagio, chi è contrario farà le sue scelte, gli ha ricordato. “Ma dai lavori di questa commissione è emerso che il vaccino non prevenisse affatto il contagio”. Risposta del generale: “Allora le evidenze scientifiche erano diverse da oggi e poi io ero stato investito del compito di portare a casa le vaccinazioni perché la comunità scientifica era convinta che con la vaccinazioni sicuramente si potevano salvare le persone”.
“Ma la comunità scientifica – ha insistito l’esponente di FdI - quando lei dichiarava queste cose, cioè nel luglio 2021 sapeva già che il vaccino non preveniva il contagio…”. “Qualunque cosa va messa in relazione con il rischio/beneficio e noi facevamo riunioni con Aifa e Ministero”, ha farfugliato il generale condendo le sue risposte con afflati romantici, tipo il dovere verso i suoi famigliari e verso il suo nipotino che ancora doveva nascere.
“D’accordo, ma quando lei parla di evidenze scientifiche, ci può dire chi gliele forniva?”, ha insistito la Buonguerrieri (in foto).
“Aifa, Ministero della Salute (cioè Speranza ndr.) … ma ripeto: io avevo un compito preciso: portare a termine la campagna vaccinale.
Anche sul Green pass, diabolico strumento di coercizione vaccinale imposto dal governo dei migliori di allora, Figliuolo non si è discostato dal canovaccio imposto dal suo ruolo. È stato tutto un “chiedete al Ministero”, “sentite da Aifa” e di “io dovevo eseguire gli ordini”, fino poi a capitolare alla domanda decisiva del presidente Marco Lisei: “A me nessuno, allora, disse che la vaccinazione non preveniva il contagio”.
Ecco spiegato come è stato possibile che il vaccino fosse stato imposto così facilmente: con l’inazione dei forti e l’inerzia dei giusti. I danneggiati da vaccino? Non pervenuti, per Figliuolo sono materia della farmacovigilanza di Aifa (che sappiamo bene come ha funzionato) e pertanto nel suo “codice d’onore” e di azione sono completamente inesistenti. Un esercito fantasma perso nelle nebbie del campo di battaglia di cui lui, evidentemente comandante in capo, non si è accorto.
E la necessità di vaccinare con la forza, pena la perdita del lavoro e di alcuni diritti fondamentali anche i più recalcitranti dopo aver raggiunto l’obiettivo del 70% di copertura? I parlamentari Antonella Zedda e Lucio Malan, entrambi di FdI, hanno incalzato Figliuolo su questi temi e su altri, come, ad esempio, l’evidenza fornita dai CdC americani già ad agosto 2021 che il vaccino non bloccava il contagio e provocava eventi avversi. La risposta? “Non fu una scelta mia, non avevo queste potestà, le posso dire che da buon cittadino, una volta che ci sono delle regole vanno rispettate. Io non avevo alcun potere su questo, ma non sono un codardo: per me una volta che le regole vengono prese vanno rispettate”.
Conclusione affidata sempre alla Buonguerrieri: “Lei da servitore dello Stato non si è posto il tema delle decisioni che venivano prese?”. La risposta è semplice, candida e quasi innocua come un signorsì: “Quelle erano decisioni della politica e io le eseguivo”.
Ecco svelato finalmente in Parlamento il volto della campagna vaccinale: un’operazione politica calata dall’alto, incurante delle evidenze scientifiche, che si è imposta con la forza e l’aiuto dell’esercito, il cui potere, guarda caso, ancora oggi è quello di custodire insindacabilmente il criterio di decisione di chi ha eventualmente diritto ad un indennizzo per danno da vaccino o no. Non per iscriversi all’antimilitarismo da strapazzo, categoria che rifiutiamo in toto, ma se per imporre una verità serve l’esercito, significa che quella verità non è poi così tanto verità. E che da Antigone alla pandemia, passando per Norimberga, è tutto un susseguirsi di ordini da eseguire “usi a obbedir tacendo” e di leggi universali naturali superiori a cui rispondere.

