Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Girolamo a cura di Ermes Dovico
CONTINENTE NERO

Rassegna di vittimismo africano negli interventi alle Nazioni Unite

Ascolta la versione audio dell'articolo

All'Assemblea Generale dell'Onu, diversi presidenti e dittatori africani hanno disertato l'impegno perché i loro paesi sono divisi in guerre civili. Chi ha partecipato ha invece risollevato la vecchia retorica anti-colonialista, dando la colpa all'Occidente per la propria miseria. 

Esteri 30_09_2026
Lamine Zeine Ali Mahaman (AP)

Uno dopo l’altro i leader dei 54 stati africani hanno preso la parola al Palazzo di Vetro dove è in corso l’81esima Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Non tutti i capi di Stato e di governo erano presenti. Manca per l’Etiopia il primo ministro Abiy Ahmed Ali. A rappresentarla è il presidente Taye Atske-Selassie che però ha una funzione meramente cerimoniale. Nel suo intervento Taye ha vantato il ruolo del suo paese nel promuovere cooperazione e integrazione a livello regionale e i passi avanti compiuti dall’Etiopia in termini democrazia e dialogo nazionale, citando le recenti elezioni e il primo storico vertice della Commissione per il Dialogo Nazionale. In realtà il primo ministro Abiy, capo del governo e comandante in capo delle forze armate, è rimasto in Etiopia perché il paese è di nuovo in guerra. È stata formata una coalizione di sette gruppi armati, espressione di diverse etnie del paese, che intende rovesciare il governo. Ne fa parte anche l’etnia Tigré che ha tentato di prendere il potere nel 2020 scatenando una guerra durata due anni e che ha provocato 500mila morti. I combattimenti sono già iniziati. Nei giorni scorsi i ribelli hanno preso il controllo di tre aeroporti strategici nel nord del paese. Il governo accusa l’Eritrea e il Sudan di sostenere militarmente la coalizione.

Non è arrivato a New York neanche il generale Abdel Fattah al-Burhan, alla guida del Sudan dal 2019 quando con un colpo di Stato ha destituito il presidente Omar Hassan al-Bashir. Suo vice e alleato è stato fino al 2023 il generale Muhammad Hamdan “Hemedti” Dagalo, leader delle Forze di Supporto Rapido (Rsf), un potente gruppo paramilitare che conta almeno 100mila unità formatosi nel 2013. Crescenti contrasti tra i due generali, culminati con la decisione di al-Burhan di integrare le Rsf nell’esercito governativo, sono all’origine della guerra scoppiata nell’aprile del 2023 e tuttora in corso, responsabile della peggiore crisi umanitaria del pianeta e degli ultimi decenni. Il presidente Trump ha posto come condizione per rilasciare ad al-Burhan il visto di ingresso negli Stati Uniti che il generale accettasse di ordinare una tregua di 90 giorni. Al-Burhan ha rifiutato. Il Segretario Generale dell’Onu, Antonio Guterres, “profondamente preoccupato”, ha provato inutilmente a far cambiare idea a Washington. Il portavoce del Dipartimento di Stato Usa oltre tutto ha fatto presente che il Sudan, essendo una dittatura, non ha un governo legittimo e costituzionale. Al-Burhan si è vantato di non aver ceduto a indebite pressioni esterne e ha colto l’occasione per ribadire la sua intenzione di combattere l’avversario, il generale Dagalo, fino alla sua sconfitta in tutto il paese.

Oltre al Sudan, altri cinque paesi africani non hanno rappresentanti legittimi perché i loro leader sono militari che hanno preso il potere con un colpo di Stato. Sono: Mali, Niger, Burkina Faso, Guinea Bissau e Madagascar. Tuttavia sedicenti ministri e presidenti si sono recati a New York, sono saliti sul podio, hanno preso la parola e li hanno rappresentati. L’Assemblea li ha ascoltati senza muovere obiezioni.

Quando è stato il suo turno di prendere la parola, «come ritrovare fiducia – ha domandato il primo ministro del Niger, Lamine Zeine Ali Mahman – se, per decenni, la propaganda è stata utilizzata per alimentare l’idea di un’Africa povera, condannata a eseguire ogni ordine pur di sopravvivere grazie alla presunta generosità internazionale, mentre le sue risorse e le sue ricchezze venivano sottratte e accantonate a vantaggio di altri interessi? Per più di mezzo secolo l’uranio del Niger ha illuminato le città d’Europa mentre le nostre sono rimaste al buio».

Ma il Niger sta vivendo un momento particolarmente difficile non perché le sue ricchezze gli sono state sottratte per decenni. Niente lascia il continente africano senza che venga pagato a qualcuno, il problema è come i proventi delle esportazioni vengono poi usati. Come in Mali e in Burkina Faso, la minaccia in Niger sono i gruppi jihadisti che hanno notevolmente intensificato le loro attività ed esteso il raggio d’azione da quando i militari sono al potere. Inoltre a fine agosto le tensioni crescenti all’interno dell’esercito sono esplose. Alcuni reparti hanno tentato un colpo di Stato. Sono stati fermati, ma la crisi è tutt’altro che risolta.

Tuttavia il Niger si allinea al filo conduttore degli interventi africani all’Assemblea Generale: l’accusa a potenze ed entità straniere di impedire lo sviluppo del continente, richiamando ingiustizie storiche e denunciando nuove forme coloniali di sfruttamento, e la richiesta, per rimediare, di risarcimenti miliardari per i danni inflitti e di almeno un seggio permanente, meglio due, al Consiglio di Sicurezza.

Tutti, chi più chi meno, sanno che tornati a casa li aspettano problemi sociali ed economici per i quali devono trovare o almeno far credere di cercare soluzioni. La rivendicazione riparazioni e di un seggio permanente “per fare giustizia e riscattare il continente” fa ancora presa su molti africani, quelli convinti di essere davvero vittime di torti secolari e di ingerenze straniere: su questo contano i leader, per dirottare risentimento e rivalse. Però si direbbe che siano sempre di più gli africani, specialmente tra le nuove generazioni, che, quando scendono in strada per protestare contro povertà, servizi e infrastrutture carenti, violazioni dei diritti umani, inveiscono contro i loro leader e gridano “basta corruzione”, non “basta colonizzazione”.