Sull'accordo Usa-Iran la sfida di Netanyahu in Libano
La prima incognita del Memorandum di Intesa firmato da Usa e Iran è l'atteggiamento del governo di Israele, che ha già dichiarato di non sentirsi vincolato e di non avere alcuna intenzione di ritirarsi dal Libano.
In anticipo sui tempi previsti inizialmente, giovedì 18 giugno Donald Trump ha firmato l’accordo con l'Iran alla Reggia di Versailles, Francia, a margine della sua partecipazione al G7. Il protocollo d'intesa, controfirmato dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, è articolato in quattordici punti e vincola le due parti a raggiungere un accordo definitivo entro sessanta giorni per porre fine alla guerra e riaprire lo stretto di Hormuz.
Il testo del punto 1 recita che gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica dell'Iran, «unitamente ai loro alleati» nella presente guerra, stabiliscono «l'immediata e permanente cessazione delle operazioni militari su tutti i fronti, compreso il Libano»; che gli stessi si impegnano a non iniziare guerre o operazioni militari, usare la forza o le minacce gli uni contro gli altri, e ad «assicurare l'integrità territoriale e la sovranità del Libano»; che «l'accordo finale confermerà la cessazione permanente della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano, e le altre disposizioni» del protocollo d'intesa.
Non è un caso se il Libano è citato tre volte nell'articolo di apertura del memorandum: sul fronte libanese gli “alleati” degli USA e dell'Iran, rispettivamente Israele ed Hezbollah, continuano a combattere nonostante la firma dell'accordo. Trump ha fatto sapere di aver mandato, prima della firma, una copia dell'accordo a Netanyahu, «un brav'uomo», secondo il presidente USA, che potrebbe essere «un po' più morbido» con il Libano.
Che Israele faccia saltare la quadra infine raggiunta tra USA e Iran è un'ipotesi niente affatto peregrina, dato che lo Stato Ebraico ha comunicato in tutti i modi e con tutti i mezzi che le sue «operazioni militari» in Libano continueranno a prescindere dall'accordo, a cui Israele «non si sente vincolato».
Mentre a Versailles i belligeranti siglavano l'intesa, Netanyahu ha reso noto che lo Stato Ebraico ristabilirà la «sicurezza del Nord» di Israele, e per far questo necessita del mantenimento della «zona di difesa avanzata» nel Libano. «Non dobbiamo ritirarci», ha dichiarato, ma «preservare i nostri interessi di sicurezza» da altre sfide e «mantenere i rapporti con i nostri amici americani».
Se le truppe israeliane non si ritireranno dal territorio libanese, sarà però difficile «assicurare l'integrità territoriale e la sovranità» del Paese dei Cedri, soprattutto se l'esercito israeliano (IDF) continua a colpire, come fa, la popolazione civile. Perfino Trump, che finora non si era mai pronunciato apertamente sui massacri di civili perpetrati da Israele in Libano negli ultimi mesi – o anni, se si considera la feroce aggressione del Paese dei Cedri dell'autunno 2024 – ha ammesso davanti ai giornalisti radunati al G7 che Netanyahu «va un po' su di giri a volte». «Abbiamo avuto una piccola discussione sul Libano», ha dichiarato. «Dico, non è che (gli israeliani, ndr) non abbiano diritto a proteggersi, ma quando due droni (di Hezbollah, ndr) vengono sparati nel deserto e cadono senza far danni non c'è bisogno di buttare giù palazzi a Beirut».
Il problema è che quando si tratta di Libano, l'alleato USA va costantemente «su di giri». Nella mattinata della ratifica di un accordo raggiunto dopo mesi di faticose mediazioni, un drone israeliano ha colpito un'automobile vicino a Kfar Tebnit, nel sud del Libano, uccidendo due persone; un giovane è rimasto ucciso a Zebdine, quando l'IDF ha colpito la sua vettura; i resti di un uomo, ucciso dal fuoco israeliano in un precedente attacco, sono stati ritrovati a Baqbouk, nord di Tiro.
Sempre nelle stesse ore il portavoce di IDF in lingua araba, Avichay Adraee - tristemente noto alla popolazione libanese per gli ordini di evacuazione emessi in questi mesi all'indirizzo di decine di località del Paese dei Cedri - ha pubblicato una nuova mappa della «zona di difesa avanzata» stabilita dallo Stato ebraico sul territorio – e nel mare – del Libano, quella “linea gialla” occupata militarmente da Israele e da cui la popolazione libanese deve tenersi lontana.
Anche se la superficie dell'area sembra leggermente ridimensionata rispetto alle “conquiste” territoriali delle ultime settimane, in cui l'IDF si è spinto a 40 chilometri a nord dal confine con lo Stato Ebraico, la zona oltrepassa abbondantemente il fiume Litani, comprende l'area del Castello di Beaufort, «conquistato eroicamente» (parola di Netanyahu) dalle truppe israeliane e si estende ad est nella valle della Bekaa fino al confine tra il Libano e la Siria. IDF ha precisato che continuerà a «controllare la zona» e a «eliminare le minacce», imponendo all'esercito libanese e alla popolazione di non avvicinarvisi.

Se questa è la risposta di Netanyahu e del suo governo (maggioranza e opposizione, la gran parte degli isrealiani considera l'accordo con l'Iran “fallimentare”) all'invito di Trump ad «essere più razionale» - anche in vista delle prossime elezioni – e di JD Vance a «rispettare il processo di pace», sarà interessante capire cosa ne pensa l'Iran. Dal canto suo l'anziano leader di Hezbollah, Naim Qassem, in un videomessaggio si è congratulato con la Repubblica Islamica per la «grande vittoria» ottenuta, che ha riportato la pace nella regione.
Secondo gli ultimi dati del Ministero libanese della Salute Pubblica, dal 2 marzo scorso le vittime del fuoco israeliano in Libano sono 3912, 28 in più rispetto alle ventiquattr'ore precedenti alla rilevazione – quando l'accordo di pace era già stato annunciato da due giorni.

