• IL CASO

Suarez l'italiano... per inchino e sudditanza

C'è corruzione nel caso Suarez-Juventus? Di sicuro la causa di questo pasticcio su cui sta indagando la Procura sono l’accondiscendenza e la sudditanza verso gruppi sociali, come le squadre di calcio, che esplicano una moral suasion. Dire «passerà, perché guadagna 10 milioni» è sintomatico di un atteggiamento psicologico che vuole chinare il capo di fronte a realtà che si percepiscono più rilevanti delle proprie.

Il pubblico dell’arena ha sentenziato: pollice verso per il calciatore uruguaiano Luis Suarez e per quei docenti che lo avrebbero aiutato a superare l’esame di lingua italiana presso l’Università per gli stranieri di Perugia. Ottenuto l’attestato avrebbe potuto indossare la maglia della Juve come giocatore comunitario.

La pistola fumante c’è: intercettati il direttore dell’ateneo Simone Olivieri, la rettrice dello stesso Giuliana Grego Bolli, i docenti, che avrebbero fatto sostenere l’esame farsa durato 12 minuti con domande già preparate, Stefania Spina e Lorenzo Rocca. Tutte persone attualmente indagate.

Le intercettazioni parrebbero proprio una pietra tombale sulla innocenza degli indagati. La Spina al telefono si lascia sfuggire: «non spiccica na parola. […] Far passare due ore di lezione con uno così non è facile […]. Passerà, perché con 10 milioni a stagione di stipendio non glieli puoi far saltare perché non ha il B1 [il certificato linguistico]. Non coniuga i verbi, non coniuga i verbi. […] Parla all’infinito». In altre intercettazioni i vertici dell’ateneo si sarebbero messi d’accordo con la Juventus affinché questa, in futuro, iscrivesse presso l’Università di Perugia i giocatori della Primavera a patto di promuovere Suarez e di farlo in fretta. Insomma parrebbe un altro caso di sepolcri imbiancati scoperchiati dalle intercettazioni.

Si dirà e pure a ragione: il solito episodio di corruzione. Tu chiudi tutte e due gli occhi ed io ti faccio un favore. Nel caso Suarez, a dar retta alle intercettazioni, sicuramente c’è tale aspetto, ma forse non è stato il vero motivo alla base di questo pasticcio su cui sta indagando il magistrato Raffaele Cantone. La subornazione, intesa non in senso tecnico-giuridico, subita dai docenti e responsabili dell’ateneo non si può spiegare solo in termini di benefit promessi dalla Juve, aspetto comunque che dovrà essere verificato. Qui c’è di più, c’è non la sudditanza verso un club blasonato come quello bianconero, bensì l’accondiscendenza, seppur mostrata obtorto collo.

Esistono dei soggetti pubblici di carattere collettivo a cui non si può dir di no a motivo della loro importanza, della loro influenza sociale, del loro appeal. Sono gruppi sociali che esplicano una assai speciale moral suasion. Le squadre di calcio, naturalmente non tutte, possono far parte di questa schiera. La frase intercettata «passerà, perché con 10 milioni a stagione di stipendio non glieli puoi far saltare perché non ha il B1» è probabilmente sintomatica di questo atteggiamento psicologico che vuole chinare il capo di fronte a realtà che si percepiscono come più rilevanti, in termini di importanza sociale, delle proprie (le Università non fanno tendenza come i giocatori di calcio), rilevanza testimoniata da quei 10 milioni che potrebbero andare in fumo. È un particolarissimo potere questo delle squadre di calcio di cui sono privi i partiti politici e ancor più la Chiesa cattolica. Non l’hanno nemmeno le realtà associative LGBT. Queste ultime – tanto per comprendere la differenza sostanziale con i più celebri e celebrati club di calcio – vengono assecondate nelle loro richieste non perché viene riconosciuto loro un certo prestigio, bensì per paura di conseguenze legali o di venir tacciati come retrogradi.

L’autorevolezza di questi club è assai particolare. Non discende dal potere economico, che chiaramente può produrre alcune influenze di altra natura, e non è poi legata, banale a dirsi, a posizioni ideologiche, bensì da una certa aurea sacra che avvolge il mondo del pallone. In questo senso non far passare Suarez sarebbe stato un sacrilegio, un’offesa al gioco più bello del mondo, non un omaggio alla giustizia e al merito. L’esame farlocco allora diventa una riverenza che si sarebbe potuta e dovuta fare non solo alla Juventus, ma anche ad altri club rinomati. È un inchino che, come accadde a Schettino, andò poi a finir male.