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Signori radical chic, l'agricoltura moderna sfama i poveri

Non si ferma il bombardamento di critiche alle tecniche più moderne e intensive di agricoltura, bersaglio preferito degli ideologi di Expo 2015. Le si contrappone un modello alternativo fatto di cibo "buono, pulito, giusto". E solo per ricchi. I numeri dimostrano quanto l'agricoltura moderna sfami le masse.

Slow Food

In questi mesi di Expo non si fa che parlare della presunta antitesi fra agricoltura intensiva e sviluppo sostenibile. Due modalità di gestione della terra che, a detta di molti, sono incompatibili. Basta leggersi il testo integrale della Carta di Milano, uno dei documenti fondativi dell’Expo, per trovarvi un coacervo di banalità e luoghi comuni contro una modernità che - a detta dei soloni del politically correct – avrebbe ridotto le risorse a disposizione dell’umanità, affamando i popoli poveri del “Sud” del mondo, sempre più denutriti, a vantaggio dei ricchi del “Nord”, sempre più obesi e spreconi.

La realtà è ovviamente ben diversa. Se vi interessano due belle critiche alla Carta potete leggere quanto scritto sulla Nuova Bussola Quotidiana da Luigi Mariani e su ArcipelagoMilano da Marco Ponti, docente del Politecnico che ha illustrato qualche giorno fa il suo pensiero all’Istituto Bruno Leoni. Noi oggi vorremmo fare un ragionamento collaterale, per dimostrare come la modernità, lungi dal distruggere le possibilità alimentari della popolazione mondiale, stia fornendo sempre più cibo a una popolazione mondiale in continua crescita.

Partiamo dall’Italia. Secondo dati Istat oggi il settore primario in senso stretto (agricoltura, allevamento silvicoltura) occupa il 5,1% della popolazione attiva (1,2 milioni di persone su 22,3 in totale) e produce un valore aggiunto di 31 miliardi di euro, il 2,2% del totale. Può sembrare poco rispetto a un terziario che, con circa il 68% degli occupati, produce oltre il 74% del valore. Ma si tratta, ovviamente, di due settori tanto diversi da essere imparagonabili. C’è però da considerare che l’agricoltura nella storia d’Italia non è mai stata tanto produttiva. Basti pensare che nel 1900 gli addetti del comparto agricolo corrispondevano al 43,8% del totale mentre nel Settecento gli addetti al settore agricolo erano più dell’80%.

Un confronto preciso dei dati sulla produttività sarebbe, a dir poco, un lavoro titanico: bisognerebbe comparare la produzione agricola tenendo conto dell’oscillazione dei prezzi e del cambio di valuta. La scarsità di produzione si può però dedurre benissimo da altri dati. Alla nascita del Regno d’Italia, per colpa di malattie e malnutrizione, 227 bambini su mille nati non superavano il primo anno di vita e anche per chi sopravviveva più a lungo la vita non era certo semplice. Secondo il professor Massimo Livi Bacci, docente di demografia dell'Università di Firenze (in Storia minima della popolazione del mondo, Bologna, Il Mulino, 1998, pag. 42), nel 1880 in Italia la speranza di vita alla nascita era di 35,4 anni, divenuti 42,8 nel 1900, 54,9 nel 1930 e 65,5 nel 1959, oggi di media arriva a ottant’anni.

Un risultato a dir poco soddisfacente legato non solo ai progressi nella medicina ma anche a quelli nell’alimentazione. Ancora nel 1929 il professor Carlo Foà, sulla rivista “Gerarchia”, riportava i risultati dell’alimentazione italiana: secondo i suoi studi ogni italiano aveva a disposizione poco più di 909mila calorie l’anno, circa la metà degli Stati Uniti e sotto il livello di un milione raccomandato dai nutrizionisti. Non solo: in alcune zone dell’Italia meridionale i braccianti arrivavano, a stento, a 400mila calorie, poco più di mille al giorno. Malattie derivate dalla scarsità alimentare come la pellagra, oggi scomparsa, erano a dir poco endemiche per non parlare delle infezioni alimentari generate da cibo avariato o di scarsa qualità.

Certo, sappiamo già l’obiezione: l’Italia e in generale l'Occidente stanno meglio perché, invece di produrre il cibo al proprio interno, lo comprano a basso prezzo depredando le popolazioni povere del mondo. È la visione un po’ radical (chic) alla Carlo Petrini, il fondatore di Slow Food che si lamenta ogni due per tre dell’industrializzazione del cibo e propone, come antidoto, il ritorno a un cibo «buono, pulito e giusto». Non accorgendosi che quel trittico di aggettivi non vuol dire altro che “elitario”, quindi per pochi.

Al contrario è proprio l’industrializzazione e il progresso tecnologico ad aver permesso un maggiore e migliore consumo alimentare in tutto il mondo. Secondo il World Food Program a soffrire di denutrizione sono oggi circa 795 milioni di persone, l’11% della popolazione mondiale. Nel 1990 era denutrito il 20% della popolazione globale, nel 1980 il 28%, nel 1970 addirittura il 37%. Un dato che dimostra, chiaramente, come sia stata proprio la tanto vituperata globalizzazione a migliorare lo standard qualitativo mondiale. Non solo: l’innovazione tecnologica permette, col tempo, di ridurre l’impatto ambientale dell’agricoltura. I mezzi agricoli inquinano sempre meno e l’aumento della produttività dei terreni riduce la necessità di sottrarre terreno alla “natura” (foreste, pascoli per animali etc).

Le opinioni, per carità, sono libere. I dati, però, ci dicono chiaramente una cosa: la modernità ha rappresentato un punto di svolta, positivo, per la popolazione mondiale. Peccato che, proprio nei Paesi che godono dei maggiori benefici maggiori, ci sia chi continua a criticarla. Un masochismo tutto occidentale. 

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