San Gennaro, tra letteratura e devozione
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Alexandre Dumas padre, Johann Wolfgang von Goethe, Sándor Márai, Benedetto Croce, Matilde Serao: sono alcuni dei tanti scrittori che si sono soffermati sul santo patrono di Napoli, di cui oggi ricorre la memoria liturgica.
«San Gennaro risale, per la sua origine, ai primi secoli della Chiesa. Vescovo, ha predicato la parola di Cristo e ha convertito al vero culto migliaia di pagani; martire, ha sopportato tutte le torture inventate dalla crudeltà dei suoi carnefici e ha sparso il suo sangue per la fede; innalzato al cielo, prima di lasciare questo mondo dove tanto aveva sofferto, ha rivolta a Dio una preghiera suprema per far cessare la persecuzione degl’imperatori». Queste non sono parole di una pagina tratta da chissà quale agiografia del santo patrono di Napoli di cui oggi ricorre la memoria. La penna da cui sono uscite è di ben altra natura. Chi scrive è Alexandre Dumas padre (1802-1870), autore dei famosi Tre moschettieri e del monumentale Il conte di Montecristo. Questo ritratto del santo, assai curioso, lo troviamo nel suo Il corricolo (1841), libro semisconosciuto.
Il volume di Dumas nasce dal suo soggiorno nella città campana: le parole dello scrittore francese sembrano viaggiare tra i vicoli della città che da millenni conserva ancora un sapore e un sapere tutto suo. Dumas si ritrova immerso in una folla di ferventi devoti che attendono il prodigio della liquefazione del sangue di san Gennaro. Lo scrittore ci fa vivere il momento dell’attesa in tutta la sua veracità napoletana; mentre il miracolo si fa attendere, la folla, quasi inferocita, inizia ad avere con il santo un dialogo abbastanza animato, diretto, “ruspante”. Ma finalmente, alla notizia del sangue sciolto, tutto cambia. Tutto muta. E quelle grida che poco prima avevano colore quasi di invettiva si tramutano in gioia incontenibile: il popolo rotola «per terra», si rialza, si abbraccia, gridando «“Miracolo! Miracolo!” e, agitando i fazzoletti intrisi di lacrime, domandava perdono a san Gennaro degli eccessi cui si era spinto nei suoi riguardi». La scena è uno spaccato di una Napoli d’altri tempi. Ma forse anche di oggi. Certamente questa pagina coglie la devota anima partenopea, ma è nella presentazione generale del santo che Dumas si scopre agiografo: «Cittadino prima di tutto, san Gennaro non ama in realtà che la sua patria; la protegge contro ogni pericolo, la vendica di tutti i nemici: Civi, patrono, vindici, come dice una vecchia tradizione napoletana».
In fondo, già un altro autore d’oltralpe era rimasto affascinato da questa città così legata al suo santo patrono. Stiamo parlando del tedesco Johann Wolfgang von Goethe (1749-1832) che giunse il 25 febbraio 1787 a Napoli, altra tappa del suo tour italiano raccontato poi in Ricordi di viaggio in Italia nel 1786-87, certamente uno dei suoi libri più famosi. «Qui gli uomini (...) non fanno altro fuorché correre tutto il giorno sù e giù per questo paradiso, senza guardarsi attorno, e quando la voragine infernale vicina comincia a romoreggiare cupamente, allora ricorrono al sangue di san Gennaro, come del resto il mondo tutto ricorre, o vorrebbe poter ricorrere al sangue, per difendersi contro la morte, e contro il diavolo». Così annota nel suo diario, alla data 17 marzo 1787.
Fra i nomi degli autori stranieri che sono rimasti più colpiti dalla figura del santo ce n’è uno in particolare che sorprende, un po’ per la sua provenienza geografica e un po’ per il carattere della sua prosa: è lo scrittore Sándor Márai (1900-1989), ungherese naturalizzato statunitense, che prima di partire per gli Stati Uniti visse nella città partenopea tra il 1948 e il 1952. Da questo periodo napoletano nascerà il libro Il sangue di san Gennaro, romanzo “corale” in cui si incontrano donne, uomini, bambini della città, catturati nella loro lacerante miseria, nella loro fatica di vivere ma anche colti in quel tipico orgoglio di appartenere a una città così ricca di storia e tradizioni. Fra le pagine, una in particolar modo cattura l’attenzione, una pagina intrisa di attesa, di speranza e devozione: «Così ci siamo inginocchiati. Allora il coro delle donne ha iniziato, inaspettatamente, a mormorare. Come un coro greco d’oltretomba, in un antichissimo mistero, usciva da quelle gole un brusio, una litania ritmica, lamentosa, insofferente, di fede e di impazienza. Quando queste voci avevano cominciato a risuonare, qualcosa era cominciato. Cosa?... Il miracolo?». Ed è in questo istante del racconto che Márai scrive una delle frasi-chiave del romanzo: «Abbiamo capito che il miracolo bisogna chiamarlo. Non basta aspettarlo, comodamente. Il miracolo non arriva per posta, su ordinazione. Abbiamo capito che il miracolo si prepara, talvolta, con questa sua esteriorità appariscente, ma non è questo il punto. L’importante è crederci, l’importante è chiamarlo». Nell’«importante è chiamarlo» c’è tutto un mondo. Poche parole per descrivere l’importanza del credere e del chiedere, del perseverare nella preghiera.
Ma si potrebbe fare quasi un “peccato” contro san Gennaro se non si ricordassero due firme prestigiose come quelle di Benedetto Croce (1866-1952) e Matilde Serao (1856-1927), figli di quella Napoli a cavallo tra XIX e XX secolo così tanto prolifica di pagine di grande letteratura. Il filosofo Croce scrive del santo in Storie e leggende napoletane del 1919 in cui documenta la sua centralità nella storia e nel costume di Napoli. La Serao gli dedicò un libro intero: San Gennaro nella leggenda e nella vita, pubblicato nel 1909. Con la sua avvincente scrittura, la giornalista partenopea ci lascia un testo in cui la devozione (mista anche al folklore) si armonizza perfettamente con le note agiografiche di san Gennaro. «Chiediamo, chiediamo allo Spirito Santo di darci tutta un’anima semplice, tutta un’anima candida, io, per narrare questa leggenda, tu, per leggerla», così scrive la Serao. Un’invocazione da rinnovarsi sempre.


