• RIFORME

Renzi, populismo "morbido" dalla base fragile

Se anche il Pd si spacca sulla riforma del Senato, che cosa resta della maggioranza che sostiene questo governo? Berlusconi. Ma il leader di Forza Italia potrebbe ben presto uscire di scena. E il suo sostegno al Pd non paga.

Maria Elena Boschi e Matteo Renzi

La spavalderia con cui il premier si mostra intransigente sulle riforme ("Si discute, ma poi decido io") sta suscitando molti malumori in tutte le forze politiche, anche nel Pd. La proposta Chiti, alternativa a quella del premier per quanto riguarda la riforma del Senato, potrebbe ottenere nelle prossime ore appoggi insperati, non solo da parte del Movimento Cinque Stelle ma anche da parte dei Popolari di Mario Mauro e di settori di Forza Italia.

Sembra, peraltro, una proposta assai più ragionevole e temperata rispetto a quella del premier, che invece appare radicale nella cancellazione del carattere elettivo del Senato (di fatto le leggi le farebbe una sola Camera senza alcuna possibilità di verifica, di ponderazione e di controllo democratico da parte dell'altra,che non voterebbe neppure la fiducia al governo).

Nel Pd i bersaniani, parlando delle riforme proposte da Renzi, denunciano una deriva sudamericana, con rischi autoritari, e quindi minacciano battaglia in Parlamento, considerato che i gruppi parlamentari dei democratici non rispondono affatto al nuovo segretario ma in larga parte ancora alla vecchia guardia.

Il paradosso resta dunque quello di un Berlusconi azzoppato ma principale alleato di Renzi. Tuttavia, il tavolo delle riforme tra i due scricchiola per varie ragioni. La campagna elettorale per le europee è entrata nel vivo, Renzi sa di giocarsi molto nella prossima tornata elettorale e quindi alza i toni; dall'altra parte, il Cavaliere, che a partire da oggi attende il verdetto del giudice di sorveglianza sul suo affidamento ai servizi sociali, è spaventato dai sondaggi che danno il suo partito sotto il 20% e dietro il Pd e i grillini.

I sondaggisti sono concordi nel ritenere che il progressivo appiattimento dei berlusconiani sulle posizioni renziane abbia raffreddato l'entusiasmo nella base forzista. L'elettore di Forza Italia si chiede perché il suo leader stia avallando il progetto riformatore di Renzi, visto che nei sondaggi quest'alleanza sta portando voti solo al Pd. Evidentemente l'opinione pubblica di centrodestra capisce sempre meno le ragioni della scissione di Alfano, al di là delle schermaglie personalistiche,visto che sia gli ortodossi che i transfughi ora appoggiano l'attuale premier,tanto sulle scelte governative quanto sul terreno delle riforme.

Molto dipenderà da quanto potrà spendersi Berlusconi in campagna elettorale. Il probabile affidamento ai servizi sociali con obblighi assai blandi (si parla di mezza giornata alla settimana da dedicare all'assistenza agli anziani disabili presso un istituto nei pressi di Arcore) restituirebbe molta dell'agibilità politica invocata dagli avvocati del leader del centrodestra per il loro assistito, il che potrebbe consentire a quest'ultimo di far risalire il suo partito nei sondaggi. Per lui diventa fondamentale impedire la diaspora di senatori verso il Nuovo centrodestra e scongiurare il sorpasso grillino. Se il Movimento Cinque Stelle alle europee si posizionasse al secondo posto dietro il Pd, diventerebbe di fatto la prima opposizione alla sinistra. Inevitabile, a quel punto, una ricomposizione nell'area del centrodestra tra berlusconiani, alfaniani, truppe di Fratelli d'Italia (che difficilmente supereranno la soglia di sbarramento del 4%) e cespugli vari in vista delle elezioni politiche.

Ma intanto alle europee si corre ognuno per conto proprio e il rischio di flop è dietro l'angolo. Ecco perché i falchi berlusconiani come Brunetta provano a tenere alto il termometro dello scontro con Renzi e lo incalzano sull'Italicum e sulle altre riforme, chiedendo il rispetto dell'agenda stabilita nel famoso incontro del Nazareno tra i due leader. Sono ore decisive queste, anche per quanto riguarda la composizione delle liste per le europee. Il Pd ha deciso che i capilista saranno tutte donne: una scelta alquanto demagogica che ancora una volta penalizza criteri meritocratici in nome di una aprioristica preferenza di genere. Forza Italia è ancora incerta se svecchiare o coniugare continuità e rinnovamento, affiancando alle nuove leve qualche cavallo di razza. Tra gli alfaniani, alleati con l'Udc e comunque spaventati dalla possibilità di non raggiungere il 4%, circola la voce di una candidatura di qualche ministro che traini consensi e li tolga a Forza Italia.

Intanto Renzi, con provvedimenti figli di un populismo "morbido" (riduzione compensi manager pubblici, 80 euro in busta paga da maggio,restituzione dei debiti delle pubbliche amministrazioni alle imprese), cerca di recuperare i voti del ceto medio e punta segnatamente ad andare all'incasso già alle europee, per poter forzare la mano subito dopo,completando le riforme (del fisco,della giustizia,della pubblica amministrazione) oppure per andare alle elezioni politiche anticipate ma da una posizione di forza. Ci riuscirà?

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