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Questi nostri giovani, in ansia per la "lunga marcia"

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Siamo mediocri e viviamo vite mediocri, ma chiediamo ai nostri figli l’eccellenza. Perché? Perché in fondo crediamo anche noi che sono partecipanti alla "Lunga Marcia", e che saranno eliminati; se non sarà successo prima ai loro compagni.

Editoriali 23_05_2026

Mi è capitato in studio l’ennesimo ragazzino angosciato dai voti scolastici, in competizione con i compagni e, ovviamente, un malessere manifestato attraverso svariati sintomi. L’ennesimo, perché si tratta, ormai, di una situazione endemica, tanto da potersi considerare, in termini statistici, normale. Mi ha spiegato che un brutto voto, se non recuperato prontamente, può precludergli tutta la vita; il fallimento non è emendabile, equivale a una vita fallita, indegna di essere vissuta. Mi sono chiesto se ci fosse un’immagine che potesse rappresentare o chiarire, almeno a me, questa situazione in modo da chiarirmi cause e possibili soluzioni. Mi è venuto alla mente un film recente intitolato La lunga marcia (2025).

Il film è ambientato negli Stati Uniti, nel ventesimo secolo. C’è una dittatura militare e l’America devastata da una crisi economica; ogni anno viene organizzata la Lunga Marcia, nella quale cento giovani, provenienti da tutti gli stati, camminano per centinaia di chilometri senza mai fermarsi, mantenendo una velocità minima costante. Chi rallenta riceve avvertimenti e, alla terza infrazione, viene ucciso sul posto dai soldati che accompagnano i ragazzi a bordo di mezzi blindati.

Lungo il cammino i concorrenti cedono uno a uno - per esaurimento fisico, crolli psicologici o semplice mala sorte - mentre la folla ai bordi della strada li guarda come uno spettacolo. La marcia finisce solo quando rimane un unico sopravvissuto, che ottiene in premio denaro e la possibilità di chiedere qualsiasi cosa voglia.

Il film è tratto da un romanzo che lo scrittore Stephen King ha vergato durante gli anni universitari con lo pseudonimo di Richard Bachman. La collocazione temporale del racconto è piuttosto vaga, anche se alcuni indizi fanno pensare che sia ambientato negli anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale; tuttavia, King lo scrisse alla fine degli anni Sessanta, in piena guerra del Vietnam, nella quale migliaia di giovani americani venivano mandati a morire in una guerra lontana, spesso senza capirne il senso.

Eppure, a me sembra che sia ambientato nel mondo occidentale attuale; e che i partecipanti alla Lunga Marcia siano i nostri ragazzi. È così che si vedono: all’inizio di una lunga marcia che solo uno, per merito o fortuna, potrà concludere. Rallentare o fermarsi equivale all’essere eliminati. La marcia è crudele ma equa, tutti hanno la possibilità di vincere il premio: «qualsiasi cosa voglia per tutta la vita». La vita è una competizione: sacrifica tutto, sopporta tutto, e alla fine sarai ricompensato. Se sopravvivi. Altrimenti sarai un perdente – un loser – e non c’è posto, nella nostra società, per un perdente: la sua vita sarà miseria e vessazioni senza tregua.

Altro che «beati i poveri, i mansueti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati» (Mt 5, 3-12); altro che «gli ultimi saranno i primi» (Mt 20, 16). Sono parole che forse ripetiamo ancora, ma alle quali non crediamo nemmeno noi. Mors tua, vita mea; homo homini lupus; ecco la realtà che gli mostriamo. Non importa se gli abbiamo insegnato o meno le preghiere; se li abbiamo educati o costretti ad andare a Messa alla domenica. Il nostro mondo funziona così, la sua regola fondamentale è la competizione. Alla morte.

E, pensandoci, anche noi li abbiamo educati così: ogni volta che li abbiamo puniti per un brutto voto; ogni volta che abbiamo confrontato i loro risultati con quelli dei compagni, ogni volta che, ad un buon voto, abbiamo commentato «Hai fatto solo il tuo dovere», oppure «Perché non hai fatto meglio?».

Fin da piccoli celebriamo ogni piccolo successo come se fosse un successo mondiale, assoluto; fin dall’asilo devono imparare una lingua straniera, perché «prima cominci, meglio è». Meglio cominciarla subito, la competizione. E poi lo sport, uno strumento, esperienze di ogni tipo, viaggi all’estero, Erasmus. Il tempo dello svago, del gioco o dell’amicizia è tempo perso: bisogna correre, accumulare vantaggi sugli altri, prepararsi per la lotta.

Siamo mediocri e viviamo vite mediocri, ma chiediamo ai nostri figli l’eccellenza. Perché? Perché in fondo crediamo anche noi che sono partecipanti alla Lunga Marcia, e che saranno eliminati; se non sarà successo prima ai loro compagni.

Poi hanno l’ansia. Certo, sono terrorizzati dalla competizione: in palio c’è la vita. Così – come accade nel film – alcuni ragazzi cedono alla tensione e rinunciano alla Lunga marcia prima che inizi.

Perché non c’è posto per i loser nel nostro mondo; un mondo nel quale – al di là di slogan sempre più ipocriti – non c’è posto per il Vangelo; né per gli ultimi o, semplicemente, per i mediocri. È il mondo della competizione, della concorrenza, della performance: il nostro valore dipende da quanto produciamo.

E torno a ripensare a quel ragazzino seduto nel mio studio. Alla sua vita e al suo futuro. Mi chiedo se qualcuno, un giorno, gli dirà che la Lunga Marcia è soltanto una «costruzione sociale», che è solo nella nostra testa. Che la competizione non è una legge di natura, ma un inganno.