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deontologia

Caso Minetti-Fatto, una fonte è solo l'inizio di un'inchiesta

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L'inchiesta vera inizia proprio dove termina la testimonianza. Una fonte può indicare una pista; non può sostituire la verifica. Riflessioni sul caso Minetti/Cipriani-Fatto Quotidiano, che solleva un problema deontologico. 

Politica 12_06_2026

La vicenda che ha coinvolto Nicole Minetti, il suo compagno Giuseppe Cipriani, Il Fatto Quotidiano e la trasmissione Report pone una questione che va ben oltre i protagonisti del caso. Il tema centrale non riguarda infatti la simpatia o l'antipatia verso gli interessati, né la legittimità del giornalismo d'inchiesta, che resta uno dei pilastri dell'informazione democratica. La questione è un'altra: fino a che punto una testata giornalistica può spingersi nel pubblicare accuse gravissime basandosi prevalentemente sulle dichiarazioni di una sola fonte?

Secondo quanto emerso nelle ricostruzioni giornalistiche pubblicate nelle scorse settimane, una delle testimonianze più rilevanti utilizzate per descrivere il ranch uruguaiano di Giuseppe Cipriani come luogo di presunti festini, prostituzione e consumo di droga era quella di un'ex massaggiatrice, Graciela Mabel De Los Santos Torres. Successivamente la donna ha però depositato una dichiarazione giurata davanti a un notaio nella quale ha ritrattato le accuse attribuitele, sostenendo che le sue parole sarebbero state travisate o distorte.

Naturalmente, anche la ritrattazione può essere interpretata in modi diversi. Potrebbe rappresentare il ripristino della verità originaria, oppure il risultato di pressioni, timori o ripensamenti successivi. Nessuno, allo stato, può affermarlo con certezza. Tuttavia proprio questa incertezza dovrebbe indurre a riflettere sul metodo giornalistico utilizzato.

Un principio fondamentale della deontologia professionale impone infatti al giornalista non soltanto di raccogliere informazioni, ma di verificarle attraverso fonti autonome, convergenti e possibilmente documentali. Quanto più grave è l'accusa, tanto maggiore dovrebbe essere il livello di controllo richiesto prima della pubblicazione.

Se una persona sostiene di avere assistito a fatti penalmente rilevanti, il primo interrogativo che un giornalista dovrebbe porsi è se esistano riscontri esterni. Esistono denunce? Esistono verbali? Esistono testimonianze indipendenti? Esistono documenti, fotografie, registrazioni o elementi oggettivi che confermino il racconto?

Il problema non consiste nel dare voce a una fonte. Ogni grande inchiesta giornalistica nasce spesso dalle dichiarazioni di un singolo testimone. Il problema nasce quando quella testimonianza viene presentata al pubblico come sostanzialmente attendibile senza che siano stati resi evidenti i limiti della sua verificabilità.

Nel caso in esame emerge una contraddizione che merita attenzione. Se davvero la testimone non si fidava delle autorità uruguaiane o degli inquirenti del proprio Paese, perché rivolgersi direttamente a un giornale anziché formalizzare una denuncia? Una denuncia, pur non garantendo automaticamente la veridicità dei fatti narrati, comporta almeno l'assunzione di responsabilità davanti alle autorità competenti e consente l'avvio di accertamenti ufficiali.

Quando invece le accuse restano affidate esclusivamente alla pubblicazione giornalistica, il rischio è che sia il giornale stesso a trasformarsi, di fatto, nel principale garante dell'attendibilità della fonte. È un ruolo estremamente delicato, soprattutto quando le contestazioni riguardano comportamenti che possono distruggere reputazioni personali e attività economiche.

Non sorprende quindi che Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti abbiano reagito sul piano giudiziario. La società Cipriani USA ha infatti promosso negli Stati Uniti un'azione civile contro Il Fatto Quotidiano e la Rai chiedendo un risarcimento di 250 milioni di dollari per presunti danni commerciali derivanti dalle notizie pubblicate e trasmesse. Secondo gli atti resi noti dalla stampa, la società sostiene che le ricostruzioni diffuse abbiano causato gravi conseguenze economiche e reputazionali.

A prescindere dall'esito della causa, che sarà eventualmente deciso dai tribunali competenti, la dimensione della richiesta risarcitoria dimostra quanto possano essere rilevanti le conseguenze derivanti dalla pubblicazione di accuse non definitivamente accertate. Il punto fondamentale è che il giornalismo d'inchiesta non coincide con la semplice raccolta di testimonianze. L'inchiesta vera inizia proprio dove termina la testimonianza. Una fonte può indicare una pista; non può sostituire la verifica.

La storia del giornalismo è piena di casi nei quali testimoni apparentemente credibili si sono successivamente rivelati inattendibili, hanno modificato le proprie versioni o hanno fornito racconti parziali. Per questo motivo gli standard professionali richiedono la ricerca costante di conferme indipendenti.

Quando una testata pubblica accuse particolarmente gravi senza disporre di adeguati riscontri esterni, il rischio è duplice. Da un lato si può arrecare un danno irreparabile a persone eventualmente innocenti. Dall'altro si finisce per indebolire la credibilità dello stesso giornalismo investigativo, offrendo argomenti a chi vorrebbe screditare ogni attività di controllo svolta dalla stampa.

Il garantismo non vale soltanto nei tribunali. Dovrebbe rappresentare anche un principio guida dell'informazione. Ciò non significa rinunciare alle inchieste, ma ricordare che la ricerca della verità sostanziale richiede prudenza, rigore e verifiche continue. Una testimonianza può essere il punto di partenza di un'inchiesta; difficilmente può costituirne il punto di arrivo.

Per questo il caso Minetti-Cipriani dovrebbe essere letto soprattutto come una lezione di metodo. Non basta che una fonte racconti una storia clamorosa perché quella storia diventi automaticamente una notizia verificata. Più l'accusa è grave, più elevato deve essere l'onere della prova giornalistica. È una regola che tutela i soggetti coinvolti, ma soprattutto tutela la credibilità della stampa e il diritto dei cittadini a essere informati sulla base di fatti accuratamente controllati e non soltanto di dichiarazioni da verificare.