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Quell’«architetta» sarda

Dopo Bergamo, Roma, Torino, Milano, Modena e Treviso, anche l’Ordine degli architetti di Cagliari ha permesso di porre sul timbro dei propri iscritti donne la dicitura «architetta», dietro richiesta dell’architetto Silvia Mocci. Quest’ultima aveva dichiarato, nella sua richiesta all’Ordine: «ritengo che il timbro con la dicitura 'Architetta' contribuisca alla continua costruzione di un'identità professionale sempre più consapevole e riconosciuta e che costituisca un primo tassello inscritto all'interno di un più ampio dibattito culturale per la parità di genere. Credo che contribuisca a sviluppare una cultura partecipata dell'uguaglianza in generale e specificatamente nel campo dell'architettura».

Ma pare che queste declinazioni al femminile non riscontrino il successo sperato, perché sono trovate di alcuni singoli non supportate dal sentimento collettivo. Spiega la sociologa e linguista Vera Gheno: «La declinazione al femminile è contenuta da sempre nei dizionari italiani, dimostrando la natura non neutra del termine. Ma, come accaduto per altri status professionali (si pensi a ministra, medica, arbitra che erano in uso già con il latino), ha ceduto il passo alla versione maschile» Ed aggiunge: «Non di rado, le donne stesse faticano a usare tali femminili perché li sentono come svilenti rispetto al corrispettivo maschile (la maestra fa venire in mente quella di scuola primaria, la direttrice quella del collegio, la segretaria è quella che scrive le lettere)».

Quante lotte da parte delle donne per cambiare le vocali, quando la loro identità femminile passa prima di tutto nell’essere madri e mogli, così come l’identità maschile passa prima di tutto nell’essere padri e mariti.