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Pd e Forza Italia, due cantieri aperti

Nel Pd c’è un Renzi solo al comando e tutti gli altri che sotto sotto sperano che fallisca; Forza Italia è un partito elettoralmente “acefalo”, perché Berlusconi non è più candidabile. Ma le europee ci diranno se entrambi i partiti hanno un futuro.

Berlusconi

Fra due mesi ci saranno le elezioni europee e i due maggiori partiti sono alle prese con la preparazione delle liste e la scelta dei candidati. Tra i democratici, dietro l’ostentata compattezza nel sostegno a Renzi, si celano molti malumori. Se il partito non dovesse superare il 30% alle prossime elezioni per Strasburgo, si aprirebbe il “processo” al segretario, cui verrebbe rinfacciata la pugnalata ai danni di Letta per scalzarlo da Palazzo Chigi e l’ostinazione nel mantenere il doppio incarico (Presidenza del consiglio e segreteria Pd). Già ci sono segnali in questo senso, considerato che in molte realtà locali gli uomini vicini all’ex sindaco di Firenze fanno fatica ad imporsi nelle primarie o addirittura soccombono nei duelli contro uomini del vecchio apparato.

Ciò conferma due cose: il renzismo non si è per ora affermato, Renzi non ha ancora formato una squadra compatta di fedelissimi che abbiano un consenso forte all’interno del partito e quindi non ha in mano il partito, così come non ha il controllo fino in fondo dei gruppi parlamentari, pronti a rendergli la vita difficile se i suoi proclami riformatori non si traducessero in tempi brevi in realizzazioni concrete; inoltre, il personale politico che fa riferimento all’attuale premier non è particolarmente radicato nel territorio e non si sta dimostrando sufficientemente esperto, né al governo nazionale né in alcune amministrazioni di periferia, a riprova del fatto che il nuovo non necessariamente è più rassicurante del vecchio o, come si suol dire, dell’usato sicuro.

Il premier si sta giocando il tutto per tutto, legando le sorti della sua carriera politica alla realizzazione di riforme epocali come l’abolizione del Senato, o al conseguimento di tangibili risultati in campo socio-economico (ottanta euro in più in busta paga, riduzione del cuneo fiscale, drastico calo delle spese pubbliche superflue). Se in due mesi riuscirà a imprimere una svolta su quei fronti e a dare l’impressione di un reale cambiamento, al di là degli slogan di facciata, è possibile che il Pd riesca a vincere le elezioni europee, sforando il tetto del 30% dei voti, indicato dallo stesso Renzi come soglia minima da raggiungere per evitare contestazioni interne. Se invece il processo riformatore faticosamente avviato dal governo dovesse incepparsi, gli elettori della sinistra potrebbero non premiare Renzi e disperdere le loro preferenze. A quel punto, le cassandre del renzismo avrebbero buon gioco nel denunciarne il flop e il futuro del governo potrebbe diventare incerto.

Sul fronte del centrodestra, la conferma dell’interdizione di due anni rende Berlusconi non candidabile alle europee. La verità è che erano in pochi, anche tra i suoi, a credere nel miracolo. Il ricorso alla Corte europea appare un espediente più teorico che di sostanza per continuare ad alimentare nella base del partito la fiammella della speranza e per galvanizzare un elettorato che non si riconoscerebbe, almeno per il momento, in altri leader. Ma ormai è chiaro che l’ex Cavaliere (ieri ha rinunciato anche al suo titolo onorifico) non è più spendibile per campagne elettorali se non come “padre nobile” e figura ispiratrice del partito che lui stesso ha fondato vent’anni fa. Ecco, dunque, riaffacciarsi, l’ipotesi Marina o l’ipotesi Barbara: una delle due figlie potrebbe candidarsi alle europee e ciò consentirebbe di mantenere sulla scheda elettorale il cognome Berlusconi, che, almeno stando ai sondaggi, continua ad esercitare un innegabile effetto attrattivo su oltre il 20% degli elettori. Se poi l’ex premier dovesse andare ai servizi sociali anziché ai domiciliari (la decisione verrà presa il 10 aprile), potrebbe in prima persona trovare spazi di agibilità per fare campagna elettorale e quindi affiancare una delle sue due figlie nella corsa al voto.

Ma anche in Forza Italia, al di là delle incerte sorti del suo leader, si celano lotte intestine per la scelta delle candidature. Il duo Pascale-Rossi starebbe facendo moral suasion su Berlusconi, 24 ore su 24, affinchè escluda dalle liste per le europee tutti i big, tra i quali Fitto e Scajola. Si tratta di due personaggi che fanno politica sul territorio da molti anni e che consentirebbero a Forza Italia di riscoprire l’intuizione delle origini, cioè la sua anima di forza liberale e moderata aperta alla società civile, e di smentire con i fatti le accuse di essere un “partito di plastica” o un “partito padronale”.  Ci sono ancora alcune settimane per la definizione delle liste, ma è certo che, se dovessero prevalere imbarazzanti “nuovismi”, con la proposizione di candidati ufficialmente nuovi ma privi di esperienza politica e di rapporto con l’opinione pubblica e scelti con il solo criterio della vicinanza al capo, Forza Italia imploderebbe definitivamente. E le personalità di spicco che sperano ancora di portare all’interno un contributo di idee liberaldemocratiche, cattoliche e moderate, avrebbero buon gioco nel prendere definitivamente le distanze dal “partito azienda”.

Nel Pd c’è dunque un Renzi solo al comando e tutti gli altri che sotto sotto sperano che fallisca; Forza Italia è un partito elettoralmente “acefalo”, perché Berlusconi non è più candidabile. Ma le europee ci diranno se entrambi i partiti hanno un futuro oppure se cederanno altri voti ai partiti della sfiducia, dell’euroscetticismo e del grillismo nichilista.

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