Attacco all'Iran, Israele trascina gli Usa nella "sua" guerra
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All'alba di oggi bombardate diverse città iraniane, oltre alla capitale Teheran. L'obiettivo vero è la caduta del regime degli ayatollah, una pericolosa illusione di ottenere in questo modo la sicurezza di Israele e l'equilibrio del Medio Oriente.
Attacco congiunto di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, all’alba di sabato 28 febbraio. Attacchi su vasta scala, diverse città colpite, oltre alla capitale Teheran (nella foto LaPresse le esplosioni a Teheran e nella mappa le città colpite). Quello che si sperava non accadesse, è invece accaduto, preceduto da una lunga preparazione della macchina bellica di cui abbiamo dato conto nelle ultime settimane, ma potremmo dire negli ultimi anni.
Il pretesto è sempre quello di una minaccia nucleare da parte dell’Iran, il che peraltro smentisce i toni trionfalistici con cui il presidente americano Donald Trump e il premier israeliano Benjamin Netanyahu avevano salutato la fine della “guerra dei 12 giorni” lo scorso giugno. Ricordiamo che Trump, parlando il 22 giugno 2025 alla nazione dalla Casa Bianca aveva assicurato che «i siti nucleari chiave iraniani sono stati completamente e totalmente distrutti» con «massicci attacchi di precisione»; aveva quindi parlato di «uno spettacolare successo militare» che «mette fine alla minaccia nucleare rappresentata da un Paese che è il principale sponsor globale del terrorismo».
In realtà non ci sono mai stati riscontri oggettivi sui risultati veri di quegli attacchi, ma la minaccia nucleare – pur ammesso che ci sia – non è chiaramente lo scopo vero, anche se l’operazione in corso ha ovviamente come obiettivi anche la distruzione dei depositi missilistici e i siti nucleari. Nel discorso alla nazione fatto stamattina per confermare la partecipazione militare americana a fianco di Israele, Trump lo ha lasciato chiaramente intendere appellandosi direttamente al popolo iraniano: «Quando avremo finito – ha detto -, prendete il controllo del vostro governo, sarà vostro. Questa sarà probabilmente la vostra unica possibilità per generazioni».
In altre parole, quello che si vuole è la distruzione dell’apparato militare iraniano per arrivare alla caduta del regime degli ayatollah, approfittando di quello che viene percepito come un momento di debolezza del regime, tra le dure proteste interne, le falle dimostrate nella sicurezza (vedi le spettacolari azioni terroristiche israeliane a Teheran) e le condizioni precarie di salute dell'anziana Guida suprema, l’ayatollah Khamenei.
Il cambio di regime è poi funzionale a un nuovo assetto del Medio Oriente che cancelli una volta per tutte la minaccia all’esistenza di Israele, visto che l’Iran ne è il nemico numero 1 e il vero sponsor delle milizie di Hezbollah (Libano meridionale) e di Hamas (Gaza) nonché degli Houthi (Yemen). Per questo si è fatta la guerra ad Assad in Siria, alleato dell’Iran, al punto di favorire paradossalmente l’ascesa di un governo jihadista come quello attuale.
Quella contro l’Iran, dunque, è la guerra di Israele – ma sarebbe meglio dire la guerra di Netanyahu – a cui Trump si accoda malgrado sia arrivato alla Casa Bianca con ben altre promesse. Anche la definizione dell’Iran come «principale sponsor globale del terrorismo» tradisce questa subalternità: il terrorismo di matrice iraniana-sciita riguarda essenzialmente obiettivi israeliani, ma se vogliamo parlare di "globale" il terrorismo da cui ci dobbiamo difendere in Europa e anche negli Stati Uniti ha tutt’altra matrice; e finanziamenti da governi arabi con cui l’Occidente mantiene ottimi rapporti.
Che Trump lo faccia per convinzione o sotto ricatto (gli Epstein files potrebbero offrire qualche spunto al proposito), fatto sta che il presidente autocandidatosi al Nobel per la Pace getta gli Stati Uniti in un’altra guerra dagli esiti incerti, ma con sicure conseguenze anche per gli alleati occidentali e con la possibilità di un allargamento del conflitto a tutta la regione.
L’Iran è senz’altro un regime brutale e sanguinario, non ci sono dubbi; è anche una delle principali cause dell’instabilità in Medio Oriente, certamente. Ma pensare che la soluzione alla violenza di un regime sia altra violenza e perfino una guerra, è pura follia. L’esperienza degli ultimi decenni dovrebbe averlo dimostrato abbondantemente. Anche gli auspicati e perseguiti cambi di regime si sono risolti in problemi ancora più gravi. Libia, Iraq, Afghanistan, Siria sono lì a dimostrarlo: si abbatte un regime odioso ma se ne ricavano solo guerre, sofferenze infinite per le popolazioni civili e destabilizzazione politica. E non è neanche detto che in Iran sia oggi così facile far saltare gli ayatollah.
Pensare e far credere che la eventuale caduta di Khamenei e dei suoi pasdaran si risolva con la nascita di un nuovo governo democratico e magari filo-occidentale è una pericolosa illusione, come lo fu l’appoggio alle “primavere arabe”.
Israele potrebbe avere un guadagno immediato e certo dalla scomparsa di un regime, come quello degli ayatollah, che ne vuole la distruzione, ma sarebbe soltanto di breve respiro. Pensare di fondare la propria sicurezza sulla violenza e sulla legge del più forte, può solo allontanare nel tempo la propria rovina: una vera lettura biblica della storia di Israele aiuterebbe Netanyahu a rinfrescarsi la memoria.

