Il licenziamento di Sechi e il conflitto d'interessi di Angelucci
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Il licenziamento di Mario Sechi da Libero, per volere di Angelucci, è un sintomo. La malattia è il conflitto di interessi degli editori che fanno politica (come Angelucci, che è deputato leghista oltre che imprenditore sanitario) e giornali ridotti a curve di tifosi.
Il licenziamento di Mario Sechi dalla direzione di Libero non è soltanto l’ennesimo avvicendamento nel piccolo teatro della stampa italiana di destra. È il sintomo di qualcosa di più profondo: la progressiva trasformazione di una parte dell’informazione in appendice del potere politico ed economico, senza più neppure il pudore di fingere autonomia.
La cronaca, in fondo, è semplice. Antonio Angelucci — deputato della Lega, imprenditore della sanità privata ed editore di un vasto gruppo di giornali che comprende Libero, Il Giornale e Il Tempo — decide di rimuovere Sechi e di sostituirlo con l’ennesimo direttore proveniente da quella ristretta cerchia di nomi che da anni ruotano attorno all’editoria conservatrice italiana: Sallusti, Feltri, Belpietro, ora anche Cerno, ex parlamentare del Partito Democratico convertito a una nuova militanza editoriale. I direttori cambiano poltrona come in un risiko permanente, ma la linea resta identica: sostegno al governo, polemica quotidiana contro le opposizioni, costruzione di campagne mediatiche aggressive e spesso caricaturali.
Il punto però non è Mario Sechi. Né interessa particolarmente difendere una categoria di direttori che raramente hanno mostrato indipendenza reale dagli editori o dai partiti di riferimento. Il punto è un altro: in quale grande democrazia occidentale un parlamentare in carica può controllare direttamente una fetta così rilevante dell’informazione nazionale senza che ciò provochi uno scandalo permanente?
Il caso Angelucci rappresenta infatti un conflitto di interessi persino più estremo di quello che per anni venne imputato a Silvio Berlusconi. Berlusconi almeno guidava un partito e si sottoponeva al giudizio politico diretto degli elettori come leader di governo. Angelucci invece esercita contemporaneamente il ruolo di deputato, imprenditore della sanità privata convenzionata e grande editore, pur mantenendo una presenza parlamentare prossima allo zero.
I dati parlano da soli. Per lunghi periodi Angelucci non ha partecipato praticamente ad alcuna votazione alla Camera, arrivando a percentuali di assenza superiori al 96%, fino al caso limite di oltre 4.600 votazioni consecutive disertate in un anno. Assenze quasi sempre “giustificate” dal gruppo parlamentare della Lega, evitando così perfino le decurtazioni economiche previste. In altre parole: un parlamentare regolarmente retribuito che non svolge il proprio mandato ma continua a esercitare enormi attività imprenditoriali e mediatiche.
È già difficile accettare che un deputato controlli cliniche private convenzionate con lo Stato. Lo è ancora di più quando quello stesso deputato possiede giornali che orientano il dibattito pubblico sulle politiche sanitarie, sul governo e sull’opposizione. Qui il conflitto non è episodico: è strutturale.
Ma c’è un aspetto ancora più inquietante. L’editoria dovrebbe rappresentare uno spazio di autonomia critica rispetto al potere. Nella tradizione liberale occidentale il giornale non nasce come strumento di fedeltà al governo, bensì come contropotere. E invece una parte consistente della stampa italiana sembra ormai aver rinunciato a questa funzione.
I quotidiani dell’orbita Angelucci non si limitano infatti ad avere una linea conservatrice — cosa perfettamente legittima in democrazia — ma appaiono spesso rigidamente allineati alla narrazione governativa. Raramente si assiste a una critica autentica dell’esecutivo da parte di queste testate. Raramente emerge un’inchiesta capace di disturbare davvero il potere amico. La fedeltà sembra aver sostituito la libertà editoriale.
È qui che il caso Sechi diventa simbolico. Un direttore può essere sostituito, certo. Fa parte delle prerogative di un editore. Ma quando il sistema editoriale assume la forma di una catena gerarchica dove il parlamentare-editore decide, sposta, premia e licenzia direttori come funzionari politici, allora la questione smette di essere aziendale e diventa democratica.
Naturalmente il problema non riguarda soltanto la destra. L’informazione italiana soffre da decenni di dipendenze politiche, economiche e industriali trasversali. Tuttavia nel caso dell’editoria vicina all’attuale maggioranza colpisce la totale assenza di imbarazzo. Per anni la sinistra ha denunciato il conflitto di interessi berlusconiano come una ferita democratica, ma l’ha anche strumentalizzato per occultare altri conflitti di interessi facenti capo a imprenditori e politici della sua area culturale. La stampa cartacea è stata per decenni prevalentemente asservita alla sinistra. Tuttavia oggi, di fronte a un parlamentare-editore quasi assenteista cronico che controlla giornali schierati a sostegno del governo, il silenzio è sorprendente.
Eppure la questione riguarda la qualità stessa della democrazia. Un paese in cui pochi imprenditori controllano giornali, televisioni, cliniche, rapporti politici e consenso mediatico è un paese in cui il pluralismo si indebolisce. Non perché manchino formalmente le libertà, ma perché il sistema dell’informazione si trasforma progressivamente in una rete di fedeltà.
C’è infine una domanda culturale, forse la più amara. Una destra moderna può davvero affidare la propria elaborazione intellettuale a questo circuito di direttori intercambiabili, polemisti permanenti e giornali costruiti più per alimentare tifoserie che per produrre idee? Una cultura conservatrice seria avrebbe bisogno di autonomia, rigore, profondità, persino dissenso interno. Invece prevale spesso il conformismo militante, l’aggressività come linguaggio politico, la subordinazione all’editore o al leader del momento.
Il paradosso è che così si impoverisce anche la stessa destra. Perché senza libertà di stampa non esiste nemmeno una vera cultura conservatrice: esiste soltanto la propaganda.

