Ucraina quattro anni dopo, la sconfitta non diventi disfatta
Un conflitto sviluppato su «due grandi errori»: l'illusione russa di arrivare a Kiev in un lampo e l'autogol occidentale di puntare al logoramento della Russia. A guerra finita la ricostruzione ucraina dovrà fare i conti con una immane crisi sociale e demografica. Dall'intervista di Riccardo Cascioli a Gianandrea Gaiani.
Ucraina 4 anni dopo: a tracciare un bilancio è Gianandrea Gaiani, direttore di Analisi Difesa e firma della Nuova Bussola Quotidiana. Quello che doveva essere un conflitto lampo nelle intenzioni dei russi, convinti di entrare a Kiev in 24 ore combattendo poco o nulla, si è invece prolungato all’infinito, riducendo l’Ucraina al «Paese delle vedove e degli orfani», alle prese con prospettive drammatiche sul piano sociale e demografico anche una volta che la guerra sarà conclusa, spiega Gaiani intervistato dal direttore Riccardo Cascioli nel corso della trasmissione del 27 febbraio dei "Venerdì della Bussola".
L’Europa deve avere un ruolo nei negoziati di pace ma «lo potrà avere solo nel momento in cui riconosce le cause profonde di questa guerra» che «non è cominciata quattro anni fa, ma dodici anni fa, dopo il Maidan e la repressione dei diritti anche linguistici delle popolazioni russe dell’Est. Quattro anni di guerra su vasta scala, che in realtà c’era anche prima, ma veniva ignorata finché era limitata al Donbass», e che gli Accordi di Minsk (2015) avrebbero dovuto far cessare. Allo stato attuale – «che non è tanto positivo per nessuno» - «sul campo i russi stanno lentamente vincendo la guerra». Il loro obiettivo, spiega Gaiani, «non è conquistare rapidamente il territorio», ma «la demilitarizzazione dell’Ucraina, cioè demolirne le capacità militari». E quando sarà raggiunto non sappiamo cosa succederà.
L’attuale conflitto si è sviluppato su «due grandi errori», che Gaiani attribuisce rispettivamente alla Russia e all’Occidente. Il primo da parte russa, con l’illusione di «fare un grande show, un contro-Maidan, mettere un loro uomo a Kiev e ritornare ad avere influenza sull’intera Ucraina». Il secondo invece da parte occidentale un mese e mezzo dopo: «a fine marzo [2022] gli accordi di Instanbul avrebbero già portato alla soluzione della guerra, i russi si stavano già ritirando dalla zona di Kiev, gli ucraini avrebbero concesso ampia autonomia – non indipendenza – alle regioni del Donbass», tuttavia, «alcune potenze hanno impedito che si firmasse». La guerra doveva continuare, si diceva, «perché logorerà la Russia». Ma non è andata così. «La Russia si è compattata, certo paga un prezzo ma ha una “resilienza”, come si dice oggi, che nessuno si aspettava».
«L’obiettivo di logorare la Russia si è rivelato un autogol, perché è vero che i russi si saranno logorati ma l’Ucraina è devastata». Nel frattempo si è indebolita anche l’Europa e persino la Nato, perché «ha perso l’“azionista di riferimento” che sono gli Stati Uniti». Nel corso di questi quattro anni è infatti cambiato anche l’inquilino della Casa Bianca, archiviando la precedente “dottrina Obama-Biden” fondata sul logoramento russo. «L’America si rende conto che la Russia e i suoi alleati si sono rafforzati e Trump dice: basta, fermiamoci. Dobbiamo recuperare i rapporti con la Russia per strapparla all’abbraccio con la Cina». Di conseguenza, «la sconfitta o la disfatta dell’Ucraina saranno anche la sconfitta o la disfatta dell’Europa, non degli americani che questa guerra l’hanno cercata, salvo poi sfilarsi e lasciarci col cerino in mano». Bisogna però riconoscere a Trump che «ancor prima di essere eletto parlava di questa guerra come di un disastro anche per gli americani quanto ai rapporti tra Usa e Russia».
Quale via d’uscita si intravede? «Non c’è una prospettiva di soluzione militare», risponde Gaiani, «perché gli ucraini non hanno nessuna possibilità di riconquistare i territori perduti né di impedire alla Russai di conquistarne altri», mentre «l’unica prospettiva politica di accordo viene osteggiata proprio dall’Europa». L’unica speranza al riguardo è il cambiamento dei leader europei: «Fra qualche anno non ci saranno più in sella i governi che hanno voluto a tutti i costi il braccio di ferro con la Russia», che peraltro vanno perdendo consensi. Gaiani cita l’esempio di Starmer: «se per dare soldi all’Ucraina hai le forze armate al minimo di efficienza della storia e per dare 3 miliardi in armi all’Ucraina ogni anno togli sussidi per le bollette elettriche a 300mila famiglie disagiate, e sei pure di sinistra... non credo che questo aiuti a cementare i consensi». E gli appelli pro-Ucraina rischiano di lasciare il tempo che trovano riducendosi a slogan: «Se vogliamo essere uniti al fianco degli ucraini, loro hanno una grande esigenza: 300mila soldati da mandare in trincea, meglio se addestrati e preparati»: se l’Europa è pronta a mandare 300mila dei suoi, allora i proclami hanno senso, altrimenti vuol dire soltanto «continuare a far sterminare i ragazzi ucraini senza una prospettiva di vittoria».
C’è infatti da considerare la «catastrofe demografica» quando si parla di ricostruzione, osserva Cascioli. Tra perdite sul campo e profughi che hanno abbandonato l’Ucraina, «ci sarà ancora una popolazione in grado di ricostruire?». Alla drastica diminuzione della popolazione giovanile maschile si tenta di porre rimedio congelando lo sperma e già prima della guerra nel Paese era fiorente l’utero in affitto («c’è tutta una catastrofe anche sociale cui si deve porre attenzione quando si parla di ricostruzione»). Se da un lato c’è l’incognita del futuro di «chi pensando di morire ha lasciato in freezer la possibilità di avere figli», dall’altro – spiega Gaiani – c’è già ora il vuoto di «milioni di lavoratori che mancano in Ucraina». Assenti non solo perché in guerra, ma anche perché in guerra non ci vogliono andare: maschi in età da arruolamento (tra i 25 e i 60 anni) emigrati in altri Paesi europei, che non hanno intenzione di tornare.
Anche le conseguenze sociali rivelano la differenza con la Russia, che ha avuto le sue perdite, ma con maggiore capacità di “assorbimento”, con un territorio esteso su 11 fusi orari e una popolazione di 150 milioni di abitanti che ha dato in gran parte una risposta positiva. In breve, dall’altro lato del fronte la guerra non ha intaccato la società, «nessuno vive col terrore di ricevere una cartolina», come avviene in Ucraina, dove oltre ai combattenti, ai caduti e agli emigrati, “mancano” anche quelli «che vivono nascosti in cantina e non vanno al lavoro» per evitare le retate dei reclutatori, che si presentavano davanti agli uffici e alle fabbriche, dove gli imprenditori vedevano portar via i loro operai per mandarli in guerra. Una popolazione “sommersa” che potrebbe riemergere dopo la guerra, specie se ci sarà un’amnistia per disertori e renitenti.
Giustamente i vertici ucraini non retrocedono sull’età minima di arruolamento, che finora ha salvaguardato «la fascia 18-25 anni che domani potrebbe far ripartire il Paese sia in termini di forza-lavoro sia di forza-famiglia, persone giovani che possono sposarsi e fare figli assicurando un futuro all’Ucraina». Una fascia da tutelare anche rispetto alle pressioni esterne – fra tutti il cancelliere tedesco Merz – che vorrebbero convincere Zelens'kyj a mandare in guerra anche i diciottenni per ampliare la fascia di arruolamento: «Evidentemente non volendo mandare i propri soldati preferiscono indurre gli ucraini a mandare anche i ragazzi». Una ragione in più perché il conflitto trovi soluzione e la sconfitta non si trasformi in disfatta senza appello e senza possibilità di futuro.

