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HOLLYWOOD

Oscar a Everything Everywhere. Ridateci la Potemkin!

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Hollywood è diventata come Venezia? Non stiamo parlando del cambiamento climatico. Ma delle scelte su chi premiare con gli Oscar. Ben sette sono andati a un film di nicchia, con un titolo impronunciabile (Everything, Everywhere, All at Once) che non ha avuto successo di pubblico. Come a un festival di Venezia, appunto. Ma li meritava?

Cinema e tv 14_03_2023
Oscar, i vincitori

Hollywood è diventata come Venezia? No, non stiamo parlando del cambiamento climatico né dell’innalzamento dei mari. Ma delle scelte su chi premiare con gli Oscar. Ben sette statuette sono andate ad un film che per la maggior parte del pubblico è ignoto e che ha un titolo talmente lungo che è persino difficile ricordarlo mentre si va al cinema: Everything, Everywhere, All at Once (titolo solo in inglese anche nell’edizione italiana, ma sarebbe: “tutto, ovunque, al tempo stesso”).

Di solito, appunto, era il festival di Venezia quello noto per dare i premi più ambiti a film di nicchia, molto spesso asiatici, destinati a scomparire dalla circolazione o a rimanere in un circuito chiuso di cinefili. Hollywood, con i suoi Oscar, invece era il premio commerciale per eccellenza. Le statuette arrivavano numerose nelle mani di registi e attori di film che tutti avevano visto e amavano, come Ben Hur, Titanic, Il Signore degli Anelli, Avatar. La tradizione è stata già rotta con la pioggia di Oscar a Parasite, film neppure americano, ma sudcoreano, oscuro e marxista, ben poco apprezzabile per un pubblico che vuole divertirsi o svagarsi. Oggi vengono battuti altri record con Everything Everywhere.

Meritava? Prima di tutto, secondo il pubblico americano: no. Il Wall Street Journal non si limita a registrare le cifre al botteghino, ma ha elaborato un indice a sei fattori, che include, oltre al numero degli spettatori, il gradimento del pubblico, il gradimento del pubblico adulto più qualificato, il grado di candidabilità agli Oscar, il “rumore” che un film provoca sui social network (quanto se ne parla) e il numero di ricerche su Google. Stando all’indice del Wall Street Journal, dunque, fra i papabili agli Oscar, Everything Everywhere si era classificato solo quarto su dieci. Particolarmente basso il grado di apprezzamento: appena ottavo su dieci. In pratica, molti ne parlavano e lo andavano a vedere, ma poi ne uscivano scontenti. Curiosamente, la pellicola era preceduta da altri film, quali Top Gun Maverick, Elvis e Avatar 2 che hanno vinto solo pochi premi tecnici (come nel caso di Top Gun e Avatar 2) o nessun premio (il caso di Elvis). In Italia è stato in sala relativamente poco (ora tornerà dopo gli Oscar) e si è piazzato solo al 58mo posto nella classifica al box office. 

Diverso è invece il parere dei cinefili che si sono espressi in siti come Rotten Tomatoes e la critica, che ha tessuto lodi sperticate alla pellicola vincitrice di questa edizione. Dunque, rompendo con una tradizione consolidata, l’Academy, come un qualsiasi festival radical chic europeo, ha dato retta ai cinefili e ai critici più che al pubblico.

Abbiamo visto Everything, Everywhere, All at Once anche per voi. Sempre che non l’abbiate ancora visto. La prima cosa che possiamo dire: stupisce veramente che abbia vinto così tanti premi, per miglior film, migliori registi (Daniel Kwan e Daniel Scheinert), miglior attrice protagonista (Michelle Yeoh), miglior attore non protagonista (Ke Huy Quan), miglior attrice non protagonista (Jamie Lee Curtis), miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio. Stupisce perché è un film che si può, al massimo, definire come un esperimento curioso.

Il film inizia come una classica commedia dell’immigrazione. Moglie e marito, cinesi immigrati in America, sono in piena crisi matrimoniale, gestiscono una lavanderia mezza fallita e nel mirino del fisco americano, hanno una figlia che è lesbica e per questo non è ben accetta, soprattutto da un nonno maoista (e quindi conservatore, dal punto di vista cinese). Chi ce l’ha fatto fare di scegliere questa vita, si chiede la protagonista? Ed ecco che, andando all’agenzia delle entrate statunitense incrocia suo marito che però non è suo marito. Parla e agisce come se sapesse qualcosa di inconoscibile.

Di qui parte una trama fantascientifica, apparentemente estranea (ed effettivamente la è) rispetto al film che abbiamo visto finora. L’universo è costituito da tante dimensioni, quante sono le possibili scelte di vita di una persona. In ogni dimensione vivono le stesse persone, ma cambiate. Il marito-non-marito in un’altra dimensione è infatti uno scienziato che ha scoperto come passare da un piano esistenziale all’altro. Non solo: ha scoperto come attingere i poteri del sé stesso in un’altra dimensione. Già al primo esperimento Michelle Yeoh attinge i poteri di una sé campionessa di kung fu. E da quel momento in poi, il film di fantascienza diventa pure un film di arti marziali. Ma lo scopo del marito-altro-da-sé? Chiedere l’aiuto della moglie per battere un mostro, chiamato Jobu Topaki, che sta distruggendo tutte le dimensioni, quindi, potenzialmente, tutto l’universo.

Se siete confusi, è normale. Ma vi diciamo subito che Jobu Topaki è la figlia lesbica della protagonista, è nervosetta perché nella dimensione presente non viene accettata così come è. Quindi distruggerà il multiverso. E non temiamo nemmeno di fare uno spoiler, perché lo si scopre a meno della metà del film. Il resto è tutto un susseguirsi di salti dimensionali e combattimenti di kung fu, inframmezzati da scene grottesche, con uno spirito sempre più triviale, volgare, a tratti disgustoso. Lo sperimentalismo è spinto al limite, dal momento in cui, in ogni dimensione, cambia anche lo stile, dal demenziale, al film di kung fu, dalla fantascienza alla commedia grottesca, dal film per bambini al manga. Fino ad un finale che chiunque potrebbe indovinare da subito: l’universo si salva perché la figlia lesbica viene accettata dalla famiglia e accetta se stessa così come è. Ma c’era bisogno di farci subire due ore di multiverso, kung fu, trivialità e frastuono per arrivare a questa banalità?

Sette Oscar, appunto: perché? Non vogliamo essere quelli che pensano male a tutti i costi. Ma il sospetto viene: è un film in cui sono riempite tutte le caselle del codice politicamente corretto, dunque immigrazione, minoranze, Lgbt, il karma, la new age, la spiritualità orientale, così da far vedere che anche Hollywood è al passo coi tempi e non pensa solo al botteghino. È un’esperienza politica, oltre che artistica e per questo, vedendolo, si ha la paura di essere giudicati politicamente deviati, oltre che ignoranti, dai nostri superiori o amici più colti. Come La corazzata Potemkin, insomma. Fino all’urlo catartico di Fantozzi: è una boiata pazzesca!