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IL RITRATTO

Mario Draghi, il liberal-socialista. Vuole più Stato per l'Europa

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I discorsi di Mario Draghi sono inequivocabili. Di impostazione liberal-socialista, l'ex premier, già presidente della BCE, vuole uno Stato unitario europeo, con debito comune. Priorità alla transizione verde, alla transizione digitale e anche al riarmo.

Economia 22_04_2024
Mario Draghi (Imago Economica)

Sui contenuti del discorso di Mario Draghi (cfr. video e testo integrale) è stato scritto ampiamente (qui, qui e qui). Meglio ripercorrerne velocemente i punti salienti, ma prima di commentare che cosa ha detto, è utile fare alcune riflessioni sulla sua figura: chi è Mario Draghi? Comprenderlo aiuta a intuire dove si vuole andare a parare.

In un’intervista del 17 dicembre 2014 a Die Zeit, Draghi si è definito un socialista liberale, è stato alla guida della Banca Centrale Europea (2011-2019) e a capo del governo italiano (13.02.2021-22.10.2022), ruoli in cui si è contraddistinto per un approccio statalista e dirigista, di stampo keynesiano. È favorevole a politiche monetarie e fiscali espansive (ricordiamo il suo whatever it takes e il debito buono), che si sono tradotte in dinamiche inflazionistiche, in un allargamento della spesa e del debito pubblico e del perimetro statale. L’allargamento del potere statale comporta inevitabilmente il mantenimento di un elevato livello di pressione fiscale e crea le condizioni per lo sviluppo di logiche di capitalismo clientelare, ai danni soprattutto della micro, piccola e media impresa, e più in generale della classe media. Insomma, Draghi non è esattamente un liberista.

Per comprendere meglio che cosa ha in mente per l’Europa giova ricordare quanto da lui dichiarato, in tempi non sospetti, al 41° Meeting di Rimini di Comunione e Liberazione nell’agosto 2020, con riferimento all’assunzione di “debito comune” in Europa per finanziare “pragmaticamente” politiche keynesiane come il NextGenerationEU (il cosiddetto Recovery Fund), il Piano di rilancio europeo “per la ricostruzione post-pandemica”, a cui è collegato il piano di attuazione italiano, denominato PNRR, “Piano nazionale di ripresa e resilienza”. In tale occasione, Draghi ha affermato che l’assunzione di debito comune a livello europeo è il primo passo verso un possibile futuro «Ministero del Tesoro comunitario». L’idea, quindi, è quella di “indebitarsi insieme” per ridurre ulteriormente la sovranità degli Stati membri e accelerare nella direzione federale degli “Stati Uniti d’Europa”: a partire dalla gestione politica dell’epidemia CoViD-19 e poi con la transizione energetica e digitale. Questo fino a pochi mesi orsono, e rimane valido; ora si è aggiunto un nuovo pilastro: il piano di riarmo europeo, una sorta di keynesismo militare.

Draghi è un membro influente dell’establishment globalista, al di sopra e al di là di qualsiasi logica di consenso democratico: ecco che già si parla del suo prossimo insediamento a Bruxelles, alla guida della Commissione oppure, come auspica Emma Bonino di +Europa, del Consiglio Europeo: +Europa, tutto un programma. La sua visione tecnocratica e socialista liberale sarebbe in continuità con la guida degli ultimi anni di Ursula von der Leyen, che infatti ha assegnato proprio a super-Mario il ruolo di delineare le linee guida per il rilancio dell’Europa a fronte delle nuove sfide del mondo post-pandemico, sempre più frammentato e caotico sul fronte geopolitico. Ora, se è un bene che termini la maggioranza Ursula, un suo passaggio di testimone a Draghi sarebbe, se possibile, ancora peggio. Le derive tecnocratiche diverrebbero ancora più marcate: l’Europa è a rischio di deindustrializzazione a causa delle politiche della transizione ecologica del Green Deal, strozzata dall’impennata dei costi energetici dovuti all’abbandono del nucleare e alla perdita delle forniture di gas russo a basso prezzo, a rischio di derive statalistiche e dirigistiche, in piena crisi demografica e di identità, e sul piano militare sta “flettendo muscoli” che non ha.

Draghi esordisce con alcune considerazioni, condivisibili. Lamentando la crisi della competitività europea, legata alla scarsa produttività, sottolinea che «la Cina sta tentando di catturare e internalizzare tutte le parti delle supply chain nelle tecnologie verdi e avanzate e si sta assicurando l’accesso alle risorse necessarie […] Gli Stati Uniti, da parte loro, stanno adottando politiche industriali di grande scala per attrarre all’interno dei loro confini industrie manifatturiere di elevato valore, incluse industrie europee, mentre usano il protezionismo per chiudere l’accesso ai concorrenti, utilizzando il proprio potere geopolitico per riorientare e rendere sicure le supply chain». Draghi suggerisce quindi una politica industriale comune a livello europeo, come già iniziato con il Repower EU, pena la chiusura di industrie e la delocalizzazione al di fuori dell’Europa. Difende la politica green ma sottolinea che «serve anche un piano per rendere sicure le supply chain, dai minerali critici alle batterie alle infrastrutture di carica». Draghi invoca un «cambio radicale», in particolare verso «sistemi energetici decarbonizzati e indipendenti e un sistema di difesa integrato e adeguato a livello di Unione Europea».

Le priorità indicate da Draghi riguardano la transizione energetica, quella digitale e le sfide alla sicurezza. Rispetto ai primi due punti – su cui siamo bersagliati dalla propaganda da anni e che costituiscono i due binari dell’iniziativa del Great Reset di Davos – ecco che fa capolino anche la strategia del riarmo, giustificata dalla frammentazione crescente sul fronte geopolitico e dal progressivo disimpegno statunitense. Draghi non ne parla, ma è evidente che l’ombrello protettivo statunitense sia destinato a chiudersi ancora, sia in caso di conferma di Biden sia, e a maggior ragione, in caso di vittoria di Trump: nel volgere di pochi anni è tramontata definitivamente la Pax americana, e ci siamo risvegliati in un mondo multipolare e caotico. Ora, è vero che la politica della difesa è un ruolo precipuo dello Stato, che gli armamenti hanno un ruolo di deterrenza e che l’Europa è il classico vaso d’argilla tra i due vasi di ferro, Stati Uniti e Cina. Per di più, è molto vicina alla Federazione Russa al cui confine è calata una cortina d’acciaio che ha rotto il paradigma vincente di crescita basato sull’importazione di gas russo a basso prezzo e sull’esportazione di manufatti verso la Federazione russa: un modello andato in crisi e che danneggia principalmente l’economia tedesca, la locomotiva europea, e a cascata gli altri Paesi dell’area.

Non si tratta quindi di essere pacifisti senza se e senza ma: il problema, tuttavia, è che l’espansione della spesa militare, alimentata dal debito comune, sottrarrà inevitabilmente risorse ai privati e faciliterà un’ulteriore avanzata pubblica, per di più nella prospettiva del super-Stato Europeo. Le crisi, vere o presunte, o comunque ingigantite, sono sempre state funzionali ad accrescere le tasse, aumentare le spese, allargare i perimetri statali, creando nel contempo un neocorporativismo clientelare tra il potere politico e i grandi gruppi industriali e finanziari, ai danni della micro, piccola e media impresa e della classe media; in questo caso, anche a detrimento della sovranità nazionale. Dopo l’impennata delle spese sanitarie e di quelle legate alla transizione energetica e digitale la prossima frontiera è quindi la corsa agli armamenti. I sacrifici saranno resi accettabili da una narrazione che soffierà sul fuoco delle tensioni geopolitiche, certamente esistenti, per allargare i bilanci della difesa, ai danni, ovviamente, di altri capitoli di spesa, e con l’ausilio dei capitali privati: più cannoni, meno burro.

La soluzione proposta da Draghi va nella direzione di un maggior ruolo dei governi, con politiche più integrate, per fornire quei public goods che il singolo Paese non avrebbe interesse a produrre, in particolare sulle spese per il clima e la difesa. E siccome i finanziamenti pubblici non saranno sufficienti, occorrerà convogliare i capitali privati, «molto elevati ma giacenti nei depositi, realizzando una vera e propria Unione dei Mercati dei Capitali». Su tutti i fronti Draghi rivendica un ruolo ancora più interventista da parte dei governi, che dovranno agire in modo sempre più coordinato e possibilmente unanime: «dobbiamo creare un nuovo strumento strategico per il coordinamento delle politiche economiche, anche in assenza di tutti i Paesi, ma possibilmente agendo sempre insieme». Draghi conclude dicendo che «dobbiamo agire come Unione Europea come non abbiamo mai fatto prima […] serve una ridefinizione della nostra Unione, che non è meno ambiziosa di quanto fecero i Padri fondatori 70 anni orsono con la creazione della Comunità Europea del carbone e dell’acciaio».

Ma come faranno le pseudo-élite europee a restringere ancora la sovranità nazionale e a convincere i cittadini europei a lasciarsi guidare, e a gestire i propri risparmi, dai migliori? Se l’esperienza degli ultimi anni ci ha insegnato qualcosa, possiamo escludere che l’accentramento di poteri, risorse e decisioni nelle burocrazie europee possa avvenire col consenso popolare e a mezzo di referendum. No, la via che si sceglierà è quella della prassi: mantenendo uno stato di eccezione permanente, una situazione di crisi percepita, generale e continua, che richiede l’uomo forte al timone. L’Europa, anche unita e riarmata, rimarrà comunque piccola nel gioco delle super-potenze; a maggior ragione non è perseguibile, purtroppo, l’ipotesi di un Italexit: l’Italia è un Paese sempre più vecchio, pesantemente indebitato, senza risorse energetiche, senza l’atomica, senza un esercito adeguato. Da soli non andremmo da nessuna parte; guidati dalle burocrazie europee, purtroppo, stiamo andando nella direzione sbagliata.

È assai improbabile che un’Europa trainata dal socialista liberale Mario Draghi possa migliorare la situazione. Ci aspettano tempi interessanti, speriamo non troppo interessanti.

Maurizio Milano è l'autore del libro appena uscito "Il pifferaio di Davos - Il Great Reset del capitalismo: protagonisti, programmi e obiettivi" - D'Ettoris Editore