• IL PUNTO

Ma il premier non è al di sopra della legge

Va bene l'invadenza della magistratura ma il capo del governo deve avere un comportamento consono alle sue responsabilità.

Non si può negare che la magistratura italiana, in questi anni, abbia invaso campi non suoi: a partire da Tangentopoli abbiamo avuto pm e giudici che partecipano alle manifestazioni di piazza, che celebrano i processi sui giornali, che non si preoccupano di essere e anche di apparire imparziali, che intervengono sulle leggi mentre sono ancora in discussione, che abusino delle intercettazioni.


Non credo affatto, però, che il vero problema, la vera emergenza dell’Italia oggi sia quella rappresentata dalla magistratura politicizzata e dalle sue invasioni di campo. Le emergenze, quelle che riguardano davvero i cittadini, mi sembrano altre, e quasi tutte purtroppo assenti dall’agenda della nostra politica: la disoccupazione, la fatica di tante famiglie ad arrivare a fine mese, una scuola e in molti casi anche un’università che stanno perdendo capacità educativa e formativa, una pressione fiscale eccessiva alla quale non corrispondono servizi sempre adeguati. E una giustizia lenta, lentissima, quando riguarda i comuni mortali…


Il presidente del Consiglio, in un’intervista al quotidiano Il Foglio, dice che «i pm di Milano non ce la faranno a mettere a segno il loro golpe perché in una democrazia il giudice di ultima istanza, quando si tratta di decidere chi governa, è il popolo elettore e con esso il Parlamento, che sono i soli titolari della sovranità politica. Stavolta – aggiunge Berlusconi – c’è una coscienza pubblica diffusa dell’intollerabilità costituzionale e civile di un siffatto modo di procedere, il famoso golpe bianco… È per questo che nel documento del Popolo della Libertà si parla di eversione politica. È un giudizio tecnico, non uno sfogo irresponsabile».


Di fronte al dispiegamento dei mezzi messi in campo dalla Procura di Milano, mi sono chiesto (e l’ho scritto sulla Bussola) se questa solerzia venga quotidianamente impiegata nell’indagare sulle notizie di reato che riguardano tanti comuni cittadini. Evidentemente non è così. Mi chiedo però allo stesso tempo se il problema non sia rappresentato anche da una politica che grida alla persecuzione giudiziaria di fronte all’apertura di ogni nuova inchiesta. I continui appelli, le dichiarazioni pubbliche, lo scontro muro contro muro, l’alzare continuamente i toni contro i pubblici ministeri e le Procure, gridare all’eversione: tutto questo sta lacerando il Paese.


Certo, il Cavaliere ha ragione a dire che è il popolo a decidere chi lo governa. Ma ciò non significa e non può significare che allora, chi governa, è sottoposto solo al giudizio degli elettori. No, politici, uomini delle istituzioni, così come i semplici cittadini, sono uguali di fronte alla legge. E se vengono indagati per presunti reati commessi, ne devono rispondere.

La tanto vituperata classe politica democristiana ha offerto a questo proposito un esempio che andrebbe ricordato. Un uomo che per cinquant’anni ha rappresentato l’Italia repubblicana ai massimi livelli, e mi riferisco a Giulio Andreotti, accusato da una Procura di essere organico alla mafia e da un’altra di essere il mandante dell’omicidio Pecorelli, non si è sottratto ai giudici, è andato in aula, si è difeso, ne è uscito assolto.


È chiedere troppo sognare un Paese in cui i poteri dello Stato non si combattono tra di loro in un escalation inarrestabile? Un Paese dove ogni indagato non venga processato in piazza, sui giornali o nei talk show televisivi? Un Paese i cui governanti non attaccano i giudici un giorno sì e l’altro pure, ma affrontano il giudizio come tutti i comuni mortali senza evocare sempre complotti o progetti eversivi?


Mi sento di sottoscrivere in pieno queste parole di Piero Ostellino, tratte da un’intervista pubblicata sul Giornale: «Se Berlusconi ha commesso dei reati spetterà alla pubblica accusa accertarli e al libero dibattimento nella sede di un tribunale pervenire ad una sentenza. Ma Berlusconi non è solo il Cavalier Silvio Berlusconi. È anche il capo del governo italiano, che ha il dovere di mantenere un comportamento consono innanzitutto al ruolo istituzionale che ricopre e in secondo luogo nei confronti di tutti gli italiani che rappresenta dal momento in cui è stato eletto. Una volta che si fosse concretamente provato che tale comportamento è stato non solo disinvolto ma disdicevole, il giudizio non potrebbe che essere estremamente severo. E si tratterebbe di un giudizio non solo morale ma anche politico, al quale anche coloro che lo hanno votato sarebbe bene si attenessero».

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