L’Odisseo di Nolan, così diverso, così fedele al suo archetipo
L’Odissea in sala in questi giorni fa discutere per le sue imprecisioni innovative, ma è un capolavoro che ci consegna il tratto fondamentale di Ulisse, fedele al dettato omerico, ma con tutte le libertà delle rivisitazioni che la letteratura ha sempre perseguito. E funziona.
D’accordo, ci sono imprecisioni e a tratti veri e propri errori “storici”. Manca l’approdo di Ulisse sull’isola dei Feaci che dà il La a tutto l’impianto narrativo dell’Odissea. Si mescolano gli episodi, il più grossolano è la splendida Calipso (Charlize Theron) che tiene “sequestrato” Odisseo facendogli mangiare il loto. A voler essere pignoli fa sorridere l’incontro improbabile di Telemaco con suo padre a Pilo, dove si era recato per chiedere notizie sulla sua sorte. Se vogliamo analizzare L’Odissea di Christopher Nolan al cinema in questi giorni con la lente del professore e il libro di Omero sottomano troveremmo incongruenze e infedeltà che fanno storcere il naso. Ma è davvero questo ciò di cui abbiamo bisogno per giudicare il capolavoro del regista angloamericano?
Perché è indubbio che l’Odissea di Nolan un capolavoro lo sia. Per capacità narrativa, cura dei personaggi, maestria nel rendere con una visione immaginifica sopraffina il mostruoso e il fantastico che abita le pagine del poema della nostra civiltà e che in sala è tradotto con tre ore incollate allo schermo. Ma soprattutto è capace di mantenere fede al nucleo centrale del personaggio Odisseo, un solido Matt Damon, che ci consegna il tratto essenziale del re di Itaca. Polytropon. Questo è l’incipit del libro e questa caratteristica è assolutamente rispettata nella definizione di un personaggio che non è un personaggio, ma un archetipo.
Ulisse è il polytropon, l’uomo dal multiforme ingegno, l’uomo che sa equilibrare intelligenza e sentimento, coraggio e paura, responsabilità e follia, amore e perdizione, pietà ed empietà, astuzia e clamorosi errori, come quello di voler entrare a tutti i costi nella grotta di Polifemo, la cui mostruosità è finalmente resa con un realismo e un disgusto impensabile nei kolossal degli anni ’50 così vincolati all’umanizzazione dei mostri. Nessuno degli eroi che partirono alla volta di Ilio per la conquista di Troia è mai stato definito così chiaramente, con così tante sfaccettature di carattere. Non Achille il cui orgoglio iroso sovrastava la forza, non Agamennone, la cui violenza accecava la ragione e che qui viene rappresentato esclusivamente in maschera, perché in fondo, noi di Agamennone abbiamo solo la sua maschera micenea. Solo Odisseo ha una varietà di sfaccettature che lo rendono l’archetipo principale della nostra civiltà. E così è in sala.
Dunque, pretendere che Nolan restasse fedele al dettato omerico per narrare la didascalia di quella che è l’opera che ha dato il via alla nostra civiltà letteraria è un esercizio di stile inconcludente, un’inutile pretesa. Forse che Odisseo non sia stato “abusato” nei secoli e reinventato a seconda della sensibilità di chi lo raccontava? Anche Dante lo ha fatto, inventandosi di sana pianta un “finale” che avrebbe fatto storcere il naso a tutti gli aedi della Grecia antica. Eppure, ha funzionato. Gli ha applicato la lente del giudizio cristiano su un aspetto della sua multiforme indole: la sete di conoscenza. Una bestemmia per un classicista, eppure ha funzionato.
Forse che Luciano di Samosata non si è spinto ad attribuirgli un “pentimento” di essere tornato, nella sua volontà sofistica di demistificare il mito dei miti, prendendo a volte le parti dei suoi avversari come quando mette in scena lo scontro con Polifemo visto con gli occhi, anzi l’occhio, del ciclope?
Abbandonarsi al film e alla visione di Nolan è un esercizio di rispetto del personaggio nella misura in cui il nucleo centrale del personaggio tramandatoci da Omero resta fedele a sé stesso, accresciuto nella sua umanità. Che è l’umanità di un eroe vittorioso, ma sconfitto, che si interroga sul sacco di Troia, quasi chiedendosi pentito e patetico che senso abbia avuto tutto questo male provocato da lui con lo stratagemma del cavallo. Un’altra bestemmia che ha fatto impallidire i grecisti improvvisati. Ma perché? Non è forse vero che tutti i racconti del nostos (i racconti del ritorno, che narrano le peripezie degli eroi achei di ritorno in patria) che non ci sono pervenuti, ma che conosciamo nel loro intento, siano stati scritti per narrare la vendetta degli dei, di alcuni dei, per le empietà commesse a Troia? Non c’è eroe che sia tornato a casa con un happy end rassicurante: Nestore, Filottete, Idomeneo, Diomede, Aiace Oileo, Agamennone… tutti hanno patito, chi con l’esilio, chi col tradimento delle mogli, chi con un naufragio fatale, chi morendo per mano vindice della consorte. Per la loro empietà. Solo Ulisse, alla fine torna a casa e ristabilisce il suo ordine, che poi è il progetto della sua vita.
Realistico, dunque, inserire quel monologo finale, così nolaniano, che non è un chiedere scusa come se si trattasse di un soldato improvvisamente pacifista di fronte alla Palestina martoriata, ma è l’eroe che si piega al divino sottomettendosi all’ordine capriccioso degli dei, per espiarlo e portare a compimento il suo viaggio.
E non è forse un lamento il suo, sulla fine di una civiltà e sulle civiltà future anch’esse destinate a morire? Il nuovo monologo nolaniano sul rogo di Troia da parte di Ulisse si inserisce perfettamente nel topos letterario del lamento sulle rovine, che da Polibio arriva fino a Petrarca passando per la Città di Dio di Sant’Agostino. E ricorda tanto il pianto di Scipione l’Emiliano sulle rovine di Cartagine che preconizzò la fine di Roma proprio citando la fine del regno di Priamo con quell’omerico “verrà giorno in cui anche le sacre mura di Ilio periranno…”. Insomma, niente di più classico, pur nell’innovazione di un’invenzione.
L’Odissea assume così l’aspetto del racconto di una vita, più che di un viaggio, perché è il viaggio di un uomo che sa che tornare a casa significa portare a compimento il progetto della sua vita. Che, guarda caso è fatto di una moglie, di un figlio e di un regno a cui dare continuità. Ciò che i suoi compagni d’arme non perseguivano, impegnati ossessivamente chi nel potere (Agamennone), chi nel possesso (Menelao) e chi nella gloria (Achille).
Ulisse, invece, eroe moderno torna a casa perché ha un progetto di vita, un amore, che resiste al tempo suadente di Calipso, alle mille tentazioni del mondo delle sirene, alla pazzia del rancore di Circe. Inutile lamentarsi, dunque, di tutte le incongruenze, come ad esempio Elena, rappresentata dall’attrice keniota-messicana Lupita Nyong’o. Tutti si sono scandalizzati perché Elena era dalle “bianche braccia”, senza accorgersi che anche la sorella Clitennestra è della stessa razza africana (si può dire?). Solo che la moglie di Agamennone è cattiva, quindi nessuno ci ha fatto caso. Ma anche Elena nel film è “cattiva” o per lo meno risentita, sfregiata nel volto, accanto ad un marito, Menelao, rozzo e vendicativo dell’oltraggio subito. Ma è un tentativo per demitizzare la figura di Elena come innocente oggetto del contendere consegnatoci nei secoli. E funziona, per lo meno perché per la prima volta ci dà la misura della sua personalità, altrimenti impalpabile. Non più un oggetto da tenere sul comodino, si prova a scavare nella sua psicologia.
E Penelope? Anne Hataway è sontuosa, femminile e dignitosa, materna e amorevole custode dell’amore. Fa sorridere sentirla dire al figlio “caccia quei bastardi da casa mia”, ma è il vezzo tipicamente americano, anzi è il loro limite, di ridurre a slang anche i momenti più poetici. Però con una Penelope così determinata nell’amore e nel ricordo, anche noi avremmo sfidato mari e monti per poterla riabbracciare. Ed è per questo, in fondo, che Odisseo ha fatto tutto. Banale? Beh, non proprio, se pensiamo che Ulisse fa uscire l’uomo arcaico dell’età del bronzo consegnandogli la prospettiva dell’amore e dell’umano che poi il Cristianesimo avrebbe elevato a sacramento, non è per nulla poco. Con buona pace dei suoi avversari. E dei grecisti improvvisati in sala in questi giorni.
