Tetto a stranieri in classe: giusto, ma serve altro
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I provvedimenti promessi dalla Meloni sulla scuola possono mettere in moto una reazione a catena. Ma se non si affronta il calo delle nascite e il problema dell'immigrazione difficilmente potranno avere effetti.
Nel nostro povero Paese, da diversi anni, la scuola è diventata una delle vittime sacrificali preferite sull’altare delle ideologie. Per questo, problemi importanti che possono avere una forte ricaduta sull’educazione/formazione delle nuove generazioni, finiscono inevitabilmente nel calderone delle banalità partorite dalle parole d’ordine del mainstream, insieme alle inevitabili e strumentali contrapposizioni politiche.
È quanto sta accadendo, ancora una volta, a seguito delle dichiarazioni che il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, la formazione giovanile di Fratelli d’Italia. Si tratta di un pacchetto di misure sulla scuola in arrivo in Consiglio dei ministri, a riguardo del numero massimo di studenti stranieri per classe, dell’obbligo per i genitori di studenti stranieri con problemi gravi di inserimento scolastico di imparare l’italiano, e del divieto di burqa e niqab a scuola.
Sul velo integrale la posizione della Premier è netta e, vorremmo dire, assolutamente ragionevole: “A scuola si va a viso scoperto e in Italia nessuno, in nome di una vera o presunta tradizione, può decidere che una giovane donna debba nascondersi. La parità tra uomo e donna non è negoziabile. Non lo è nelle nostre strade, non lo è nelle nostre scuole”.
Per quanto riguarda il numero massimo di alunni stranieri per classe, invece, occorre fare qualche riflessione in più, perché si tratta di una questione molto complessa, che non si presta a facili soluzioni.
La bufera, in realtà, era stata preannunciata da quanto accaduto pochi giorni fa a Mestre nell'istituto comprensivo "Caio Giulio Cesare", dove si è verificata una fuga in massa di collaboratori scolastici e impiegati delle segreterie. La spiegazione fornita dal personale è chiara: su 102 bambini iscritti, 100 sono stranieri provenienti dal Sud est asiatico e dal Bangladesh, e in questa situazione è sempre più difficile operare, a partire dalla comunicazione con le famiglie dei bambini. La segreteria, alla fine, è rimasta vuota, perché anche tra i nuovi assunti a livello regionale nessun nuovo candidato ha scelto l'istituto.
Per quanto riguarda la scuola non abbiamo dati aggiornati al momento attuale, mentre a livello nazionale sappiamo che se nel 2001 la popolazione straniera in Italia ammontava a 1,3 milioni di persone (2,3% del totale), oggi si attesta a 5,56 milioni (9,4% del totale). A queste cifre andrebbero sommati anche i clandestini, sempre più numerosi. In ogni caso, si tratta di un aumento importante, dovuto anche ai molti ricongiungimenti familiari (e quindi a tanti bambini), che ovviamente hanno avuto una forte ricaduta anche sul sistema scolastico.
Secondo i dati Istat, gli alunni con cittadinanza non italiana iscritti nell’anno scolastico 2024/25 erano 931.323, su un totale di oltre 8 milioni di studenti: l’11,6% della popolazione scolastica, quasi 12 iscritti ogni 100. La percentuale maggiore si registra nella scuola primaria (13,7%), seguita dalla scuola dell’infanzia (12,7%) e dalla secondaria di primo grado (12,6%). La distribuzione geografica, poi, mostra una forte concentrazione soprattutto nelle regioni settentrionali: la Lombardia raccoglie circa 237 mila alunni con cittadinanza non italiana, oltre un quarto del totale nazionale; seguono Emilia-Romagna (12,2%) e Veneto (10,8%). Sul fronte dei risultati dell’apprendimento, il Rapporto Invalsi indica che gli studenti stranieri in terza media hanno punteggi inferiori di 22,6 punti in italiano e di 13,5 in matematica. Lo studio rileva, infine, che negli ultimi 11 anni la presenza di studenti con cittadinanza straniera è cresciuta del 16% a fronte di un calo del 12,5% degli autoctoni.
Un “problemone”, insomma, che rende decisamente più complicato il lavoro, particolarmente nelle scuole primarie e secondarie di primo grado: “Non esiste che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano bambini italiani perché sono diventati la minoranza. Non si può fare. Chiamare tutto questo integrazione è un’altra menzogna, una menzogna comoda per chi vive di ideologia, per chi ci fa la morale dai salotti e poi i propri figli li manda in scuole nelle quali questo problema non esiste... Un bambino - ha aggiunto la premier - deve imparare la nostra lingua, conoscere la nostra cultura, rispettare le nostre regole. È l’unico modo serio di accogliere”.
Un esempio illuminante del “problemone” è il racconto, sui social, di una docente: “Io in una classe di 12 alunni ho avuto 4 ragazze marocchine e 1 cinese, 3 DA (disabilità medio grave e grave), gli altri 3 certificati come Bes. Prima cosa: un ragazzo non italofono a 14 anni ha gravissime difficoltà, non si integra coi compagni e coi genitori è impossibile parlare, spesso quello che parla meglio è proprio l’alunno stesso. La situazione familiare è spesso promiscua: “con chi sto parlando, scusi?” “Con la zia…!” Eh… vai a capire te se è così! E perché quel figlio è lì e come ci è arrivato? La scuola, propone le ore di L2 sia la mattina che il pomeriggio, ma questi ragazzi il pomeriggio a scuola non vengono, i genitori non li mandano, perché se sono cinesi devono lavorare nell’attività di famiglia, se sono ragazze marocchine i padri non li mandano. Se sono maschi marocchini/egiziani/ nord africani in generale… non vengono e basta, non hanno voglia. Gli unici sono gli ucraini e i filippini. Loro sì. Vengono. Ma sono pochi. Per questo non si riesce ad aiutarli. La scuola non riesce a portare avanti nessuno se ci sono così tante situazioni complesse, né gli stranieri, né gli italiani. Il limite di alunni non italofoni vi farà venire anche l’orticaria, ma se questi figli non imparano la lingua prima di entrare in una classe, di qualsiasi livello essa sia, non si va da nessuna parte. Né loro né noi.”
Un problema grosso, insomma, soprattutto perché la soluzione non è a portata di mano. Come ha giustamente sottolineato qualche esponente dell’opposizione (sebbene in mezzo a un mare di banalità e vere e proprie sciocchezze), il limite massimo del 30% di studenti stranieri per classe è già previsto da una circolare dell’allora ministra Gelmini, poi derogata per ragioni territoriali. E anche il presidente dell’ANP (Associazione nazionale presidi) avverte che è «difficile trovare una soluzione tecnica». Il problema, spiega Giannelli, è l’obbligo per le scuole di accogliere le iscrizioni dei ragazzi del quartiere, soprattutto all’infanzia e alla primaria: “Se in quella zona è maggioritaria la presenza di stranieri, che facciamo? Li mandiamo via?”. Per il presidente dell’Anp il tema non si risolve solo dentro le aule: “C’è anche una questione di urbanizzazione che deve essere affrontata”, perché in alcuni quartieri la concentrazione di famiglie di origine straniera è più alta.
Eccoci al dunque: il problema non è, in prima battuta, la scuola, ma le dissennate politiche di immigrazione incontrollata che sono state praticate negli ultimi decenni; insieme al terrificante inverno demografico che colpisce il nostro paese, dove gli italiani non vogliono più mettere al mondo figli. Come ne usciamo…se ne usciamo?
Innanzitutto smettendo di tirare in ballo le solite inutili parole d’ordine che fomentano solo polemiche: il ritorno del fascismo razzista, Don Milani, il mondo diviso dalle destre suprematiste, le neuroscienze che promettono un apprendimento migliore per tutti solo dove c’è multiculturalismo (!), l’accoglienza e l’inclusione senza limiti, il pluralismo etnico e religioso come frontiera della vera pace, etc. etc…Poi, guardando lealmente in faccia il problema per ciò che è e mettendo mano alle sue cause.
Occorrono innanzitutto delle decise politiche familiari che incentivino le nascite; una attenta ed equilibrata gestione dei flussi migratori, bloccando gli sbarchi incontrollati e favorendo semmai (come spiegava il grande Cardinale Biffi) l’immigrazione di quanti condividono le nostre radici culturali e religiose; una diversa gestione delle politiche abitative delle nostre città, nelle quali si trovano ormai interi quartieri (talvolta inaccessibili…) interamente colonizzati da stranieri; leggi più severe a riguardo dell’obbligo di integrazione per chi entra nel nostro paese.
Nella scuola, invece, sarebbe necessario introdurre dei sistemi “filtro” per cui, prima di essere introdotti in una qualsiasi classe, occorre imparare bene la lingua italiana. Non si tratta né di escludere, né di ghettizzare (come accusano i politici dell’opposizione), ma di avere a cuore il bene di tutti, a partire da quello dei bambini stranieri, che inseriti in classi in cui non capiscono una parola, vivono delle situazioni di disagio terribile. La vera integrazione passa inevitabilmente da qui: «La scuola deve essere usufruibile per tutti — dice una mamma moldava — ma purtroppo per esperienza vedo ogni anno arrivare bambini che non conoscono l’italiano, e questa situazione è difficile da gestire. Imparare la lingua è fondamentale, perché solo così possiamo essere tutti integrati». È il libro dei sogni? Probabile. E anzi, si dirà che sono le solite teorie fasciste.
I provvedimenti promessi dalla Premier, di fronte ad una situazione così complessa, probabilmente non otterranno grandi risultati, ma ci auguriamo almeno che mettano in moto una reazione a catena che vada a smuovere un sistema che, diversamente, ci porterà al crollo definitivo della nostra civiltà.

