L’obbedienza non è cieca ma la Fraternità San Pio X è sorda
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I fatti di Écône alla prova di san Tommaso. L'asserito stato di necessità fa perdere di vista in cosa consiste obbedire e quando è lecito disobbedire, dimenticando che anche l'eccezione segue lo stesso fine della regola e non basta a legittimare le consacrazioni lefebvriane.
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Uno degli aspetti più rilevanti della triste vicenda che ha riguardato la Fraternità sacerdotale San Pio X interessa la virtù dell’obbedienza. Richiamiamo l’insegnamento di Tommaso d’Aquino su questa virtù al fine di comprendere i motivi per cui la disobbedienza della Fraternità, in merito al divieto di ordinazione proveniente dal Papa, non può essere considerata moralmente lecita.
Premesso che «la vita umana esige, per disposizione del diritto naturale e divino, che gli inferiori ubbidiscano ai loro superiori» (Summa Theologiae, II-II, q. 104 a. 1 c.), l’Aquinate fornisce questa definizione dell’obbedienza: è una virtù che «rende pronta la volontà di un uomo a compiere la volontà altrui, cioè di chi comanda» (Ib., a. 2 ad 3). Il fondamento dell’obbedienza è l’autorità del superiore. Obbedendo al legittimo superiore si obbedisce a Dio stesso (Rm 13,1) e resistendo al primo si resiste al secondo (Ib. 13,2).
Al legittimo superiore occorre obbedire sempre, eccetto in due casi. Il primo si verifica quando il superiore comanda di compiere un malum in se, ossia un’azione intrinsecamente malvagia come l’assassinio, il furto, lo stupro, etc. A questo proposito san Gregorio Magno appunta: «per obbedienza mai si deve far del male» (Moralia in Iob, Liber XXXV, cap. 14, 7).
Nel caso della Fraternità si ordinava non di compiere un atto malvagio, ma di astenersi da un atto in astratto buono (consacrare dei vescovi), cioè per sua natura buono, ma che calato nelle circostanze concrete era malvagio perché giudicato così dal superiore. Ciò detto, può accadere che il superiore si sbagli nella valutazione. Allora viene da domandarsi: è doveroso obbedire anche se in coscienza si pensa che il superiore si sbagli? Sì, perché la vera retta coscienza ti impone di obbedire anche in quelle cose che tu pensi che siano sbagliate perché ti ricorda che sta al superiore decidere su cose su cui lui, e non tu, ha una competenza specifica per decidere. Questo non toglie al subordinato la facoltà di nutrire nel foro interno ragionevoli dubbi o addirittura dissentire dal comando ricevuto, ma nel foro esterno occorre obbedire e pure prontamente. Aggiungiamo che è lecito e a volte anche doveroso esporre nei giusti modi al superiore le proprie riserve. Quindi l’autentica coscienza non solo può criticare il comando ricevuto, ma comanda lei stessa di obbedire, anche in questi casi, al superiore perché più competente, perchè ha più autorità del sottoposto.
Agli occhi di Dio poi – e quindi ci spostiamo su un piano spirituale – in merito ai comandi erronei vale più l’obbedienza che la disobbedienza, proprio perché, lo ricordiamo, non sta al subordinato determinare certe condotte, ma al superiore. Al primo compete l’obbedienza, al secondo il comando: su tali competenze veniamo giudicati da Dio. Su questo snodo concettuale il teologo domenicano Antonio Royo Marin cesella quest’efficacissimo aforisma, che però non vale nella sua assolutezza: «Colui che comanda si può sbagliare; colui che obbedisce non si sbaglia mai» (Teologia della perfezione cristiana, San Paolo, p. 691). Dal punto di vista scritturistico, l’obbedienza anche relativamente a comandi errati trova la sua validità morale e soprannaturale in questo passo: «tutto concorre al bene di coloro che amano Dio» (Rm 8, 28). Dunque, ammesso e non concesso che il divieto imposto dalla Santa Sede fosse erroneo, la Fraternità doveva comunque rispettare questo divieto.
Abbiamo visto più sopra che un primo caso di lecita e doverosa disobbedienza riguarda il comando di compiere un’azione intrinsecamente malvagia. Un secondo caso si verifica quando l’atto difforme dal comando sarebbe stato scelto dal superiore se avesse previsto quella specifica circostanza che ha motivato la difformità. Facciamo un esempio: un generale ordina ad un suo comandante di avanzare con le sue truppe in una certa direzione perché, in quella direzione, non avrebbe trovato nessun nemico. Il comandante non obbedisce perché una sua vedetta ha invece scorto molti nemici nella direzione indicata dal generale. In questo caso, chi agisce disobbedisce alla lettera del comando, ma obbedisce alla ratio superiore del comando che è implicita in esso: conservare in sicurezza le truppe. L’atto difforme diventa lecito solo se chi agisce è certo che il superiore, al suo posto, avrebbe agito in modo identico qualora avesse conosciuto la circostanza in cui chi agisce si trova. Questa conclusione trova legittimità nel principio di efficacia o proporzione: il superiore voleva ottenere un bene; se chi obbedisce avesse eseguito l’ordine nella circostanza non prevista dal superiore avrebbe procurato invece un male o un bene di gran lunga minore. Ovviamente se il sottoposto ha l’opportunità di informare il superiore della circostanza ha il dovere di farlo prima di agire e di attendere sue istruzioni. Quindi questo principio ha valore nell’impossibilità di informare il superiore o nella possibilità di farlo ma solo dopo che si sono prodotti quei danni che il superiore stesso avrebbe voluto evitare.
In modo analogico è ciò che insegna Tommaso addirittura in merito alla legge, comando per sua natura ben più rilevante del singolo comando personale. Il principio è espresso in due passi: «Ora, spesso capita che quanto ordinariamente è utile osservare alla comune salvezza, in certi casi è sommamente nocivo. Dal momento, quindi, che il legislatore non può contemplare i singoli casi, propone una legge in base a quanto avviene ordinariamente, badando alla comune utilità. Perciò se nasce un caso in cui l'osservanza di tale legge è dannosa al bene comune, allora essa non va osservata. Se, per esempio, in un assedio viene sancita una legge che ordina la chiusura delle porte della città, si ha una disposizione utile alla comune salvezza nella maggioranza dei casi: ma se capita che i nemici stiano inseguendo dei cittadini capaci di salvare la città, sarebbe sommamente dannoso non aprir loro le porte: perciò in codesto caso esse si dovrebbero aprire contro le parole della legge, per salvaguardare l'interesse comune che il legislatore ha di mira» ( I-II, q. 96 a. 6 co).
Il secondo passo è il seguente: «gli atti umani, che sono oggetto della legge, consistono in fatti contingenti e singolari, che possono variare in infiniti modi: perciò il legislatore nel fare la legge considera quello che capita nella maggior parte dei casi. Ma osservare codeste leggi in certi casi sarebbe contro la giustizia e contro il bene comune, che è lo scopo della legge. La legge, per esempio, stabilisce che la roba lasciata in deposito venga restituita, perché questo nella maggior parte dei casi è giusto; ma capita il caso in cui sarebbe nocivo: per esempio, restituire la spada a un pazzo furioso mentre è fuori di sé, oppure nel caso in cui uno la richieda per combattere contro la patria. Perciò in simili casi sarebbe peccato seguire materialmente la legge; è bene invece seguire quello che esige il senso della giustizia e il bene comune, trascurando la lettera della legge» (II-II, q. 120 a. 1 co.). In entrambi i casi si tratta dunque di una lecita e doverosa disobbedienza alla legge perché la sua osservanza in quella circostanza non contemplata dalla lettera della legge avrebbe provocato più danni che benefici.
Questi casi legati a circostanze particolari non previste da chi comanda (superiore o legge) non riguardano la vicenda della Fraternità, perché il superiore, il Papa, era perfettamente a conoscenza di tutte le circostanze indicate dalla Fraternità come legittimanti la consacrazione dei vescovi, proprio perché è stata la stessa Fraternità a comunicarle al Papa. Dunque il divieto del Papa doveva essere rispettato perché il Pontefice conosceva bene le riserve della Fraternità – in particolare la condizione dell’asserito stato di necessità – e non le ha considerate rilevanti.
Da ultimo vogliamo riportare uno stralcio del libro di Saverio Gaeta Padre Pio, sulla soglia del Paradiso in cui narra l’incontro tra Mons. Marcel Lefevbre e Padre Pio: «Il professor Bruno Rabajotti assistette all’incontro fra i due, nel quale il cappuccino disse esplicitamente all’arcivescovo: “Non portare mai discordia tra i fratelli e pratica sempre la regola dell’obbedienza, soprattutto quando maggiori ti sembrano gli errori di chi comanda. Non c’è altra via che quella dell’obbedienza, per noi che pronunciamo questo voto”. Mons. Lefevbre gli assicurò che se ne sarebbe ricordato, ma padre Pio profetizzò con dolore: “No, tu lo dimenticherai. E lacererai la comunione dei fedeli, ti opporrai alla volontà dei tuoi Superiori, alle stesse disposizioni del Papa. Avrai dimenticato la promessa fatta qui oggi, e molto male ne verrà per la Chiesa”».
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