Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Beatrice da Silva a cura di Ermes Dovico
DISASTRO UMANITARIO

"Fermate Israele". Anche per il bene degli israeliani

Ascolta la versione audio dell'articolo

L'assedio ai villaggi palestinesi da parte di coloni israeliani è solo l'ultima di una lunga serie di violenze. Si deve fermare il governo e l'apparato militare israeliano quando provocano devastazioni intollerabili, ma soprattutto si deve spezzare questa catena dell'orrore che rende prigionieri dell'odio israeliani e palestinesi, perché tutti hanno diritto di vivere in pace.

Editoriali 17_08_2026

Una famiglia palestinese assediata da giorni e costretta a vivere rinchiusa nella propria casa; piantagioni di ulivi date alle fiamme, abitazioni distrutte e proprietari minacciati e costretti ad abbandonarle. È questo ciò che sta accadendo in Palestina, nel silenzio più totale e, troppo spesso, con la condiscendenza nei confronti del governo Netanyahu.

«Fermate Israele»: è il grido che si alza da un Paese di quasi sei milioni di abitanti che vivono tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza. Ad un certo punto, parole ed esortazioni terminano, resta soltanto la realtà, fatta di morti, macerie, famiglie spezzate, orfani, gente costretta a fuggire, ospedali e infrastrutture devastati: una popolazione che da troppo tempo paga un prezzo troppo alto. Si possono scrivere fiumi di parole, scegliere con cura le espressioni più prudenti e rifugiarsi dietro a dichiarazioni diplomatiche o a formule politicamente corrette, ma nulla può cancellare ciò che accade sotto gli occhi di tutti. Gaza e Palestina non sono concetti astratti, una pedina importante di una scacchiera diplomatica, ma luoghi abitati da gente in carne e ossa. 

Ma ora basta. Basta con l'indifferenza, basta con la normalizzazione dell'orrore, basta con l'idea che ogni nuova vittima debba essere soltanto l'ennesimo numero di una statistica. Dietro queste cifre - che purtroppo qualcuno nega - ci sono bambini che non rivedranno il padre o la madre, anziani che hanno perso tutto, famiglie che non hanno più una casa, persone che cercano acqua, cibo, medicine o un luogo sicuro dove poter dormire.
Quando una tragedia assume queste proporzioni, limitarsi a dichiarare che si è preoccupati, che si auspica il cessate il fuoco non è più sufficiente. La comunità internazionale deve agire.

Dire “Fermate Israele” non significa esecrare gli israeliani. Non significa odiare gli ebrei. È reclamare il blocco delle azioni di un governo e di un apparato militare quando queste provocano devastazioni intollerabili. Significa pretendere il rispetto del diritto internazionale, la protezione dei civili, l'accesso agli aiuti umanitari e l'accertamento delle responsabilità per le violazioni commesse. La sicurezza degli israeliani è un diritto. Ma lo è anche quella dei palestinesi. Una vita non vale più dell'altra.

E non si può nemmeno raccontare la favoletta che esiste una sola sofferenza. Le vittime israeliane degli attacchi di Hamas meritano memoria, rispetto e giustizia e gli israeliani hanno il diritto di vivere senza il terrore degli attentati. Ma nessuna di queste verità può trasformarsi nella licenza di infliggere una sofferenza collettiva a un intero popolo. Una tragedia non cancella l'altra. Un crimine non rende legittimo un altro crimine. E il dolore di una madre israeliana non vale più di quello di una madre palestinese.

C'è una realtà che dovrebbe interrogare profondamente ogni coscienza: nei bambini palestinesi che hanno visto morire i propri genitori resteranno ferite difficili da rimarginare. Resteranno il ricordo delle case distrutte, delle fughe, della paura, delle urla e dei corpi esanimi dei loro familiari. Ma il rischio è che il dolore si trasformi in odio verso chi viene identificato come la causa di quelle morti, alimentando così nelle nuove generazioni rancore e vendetta. Un bimbo che perde i genitori perde una parte del proprio futuro. E una ferita di questo genere, se non trova giustizia, verità e possibilità di guarigione, può trasformarsi in livore, risentimento consegnati alla generazione successiva.

Ma lo stesso principio deve valere, senza eccezioni, anche per l’altra parte. Ci sono bambini israeliani cresciuti nel trauma degli attentati, delle stragi, degli allarmi e della paura. Anche loro rischiano di apprendere che il palestinese è soltanto un nemico. E qui sta la trappola più terribile: ogni morto produce dolore, ogni dolore può generare odio, ogni odio può preparare un’altra morte. È un meccanismo infernale che trasforma i figli in eredi di una guerra che non hanno scelto. Se non spezziamo questa catena, quale futuro stiamo preparando per i bambini palestinesi e israeliani?

Ed è proprio pensando a quei bambini che viene da chiedersi che senso abbia parlare di riconoscimenti. La proposta, che sta circolando, di assegnare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza può essere letta come un gesto simbolico, ma un premio, per quanto prestigioso, non restituisce i morti. Non ricostruisce una casa. Non riapre una scuola. Non cura una ferita. Non garantisce che un bambino possa dormire senza paura. 

Il Nobel non è ciò di cui Gaza ha bisogno. E se una tale iniziativa serve soltanto a sollevare la coscienza di chi lo compie, mentre la tragedia continua, allora rischia di diventare una fotografia della nostra impotenza. Sostenere Gaza significa qualcosa di molto più arduo: aiutare un popolo a vivere. Significa garantire sicurezza, cibo, acqua, cure, scuole, case, libertà e un futuro. Significa permettere ai palestinesi di vivere nella loro terra senza essere schiacciati dalla guerra e dall'oppressione.
Ma significa anche avere il coraggio di dirlo senza ambiguità: i palestinesi non devono essere oppressi né dalle politiche e dalla belligeranza israeliana, né dalla violenza e dalla repressione di Hamas. Non devono essere costretti a scegliere quale paura subire. Non hanno bisogno di un padrone più benevolo. Hanno bisogno di essere liberi. Questo vale per Gaza e vale per tutta la Palestina. Nessuna pace sarà autentica se sarà costruita sulla sottomissione di un popolo.

La pace deve diventare una condizione concreta di vita, la garanzia di una vita normale, il diritto al proprio futuro. Deve significare giustizia, libertà e dignità per i palestinesi, ma anche sicurezza per gli israeliani. Deve significare la fine della violenza come strumento permanente della politica. Se crediamo davvero nei diritti umani, questi devono valere per tutti. Se crediamo davvero nella giustizia, deve valere per tutti. Se diciamo “mai più”, quel mai più deve comprendere ogni bambino ucciso, indipendentemente dalla sua nazionalità, dalla sua religione o dalla bandiera che sventola sopra la sua casa.

Ci sono momenti in cui non è più possibile cercare parole comode, il politicamente corretto che non disturbi nessuno. Ci sono momenti in cui è necessario chiamare le cose con il loro nome: il popolo palestinese ha diritto a vivere, Gaza ha diritto a vivere, la Palestina ha diritto ad esistere. Israele ha diritto di vivere.

 



cisgiordania

A Taybeh, dove gli ultimi cristiani sono ostaggio della sicurezza

12_08_2026 Nicola Scopelliti

A Taybeh, ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania alle porte di Ramallah, la sicurezza rischia ancora una volta di diventare un pretesto per nuove restrizioni. L'appello di Pizzaballa non è sufficiente a fermare l'esodo. 

IRAN

Israeliani o palestinesi, il dramma di giovani per cui la guerra è normalità

07_03_2026 Nicola Scopelliti

Per i giovani mediorientali, sia israeliani che palestinesi, la guerra con l'Iran viene affrontata con un misto di orgoglio e spirito combattivo (per gli israeliani), paura e rassegnazione. Ma il problema è che la guerra sta diventando "normale".