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Rivoluzione canonica, la nuova sinodalità vuole un nuovo Codice

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Laici che presiedono le liturgie e insistenza sugli organismi partecipativi tra le proposte della  Relazione finale della Commissione Canonistica diffusa dalla Segreteria generale del Sinodo. L'obiettivo è riscrivere il diritto canonico per consolidare le "conquiste" già raggiunte nella prassi.

Ecclesia 02_10_2026
(AP Photo/Gregorio Borgia) Associated Press / LaPresse Only italy and Spain

Il 30 settembre scorso, la Segreteria generale del Sinodo ha diffuso la Relazione finale della Commissione Canonistica contenente alcune proposte di revisione del Codice di Diritto Canonico a seguito delle istanze emerse dai lavori della lunga fase sinodale sulla “nuova sinodalità”, iniziata nel 2021 e terminata nel 2024. Per il momento si tratta di modifiche che non richiedono l’istituzione di nuovi ministeri, ma si limitano a confermare forme di partecipazione laicale in atto e di rafforzare quelle già previste dall’attuale Codice. La Relazione auspica però anche che si realizzi, nel prossimo futuro, una vera e propria revisione complessiva dei Codici di Diritto canonico latino e orientale. Niente di meno.

Le novità riguardano per esempio la possibilità che i laici esercitino il ministero della Parola, presiedano alle preghiere liturgiche, amministrino il battesimo, assistano ai matrimoni, distribuiscano la Santa Comunione, esercitino una missione su delega (figura del “delegato vescovile”), che la costituzione e la convocazione dei Consigli pastorali diocesano e parrocchiali sia obbligatoria, che i sinodi diocesani e i concili provinciali si tengano obbligatoriamente e con regolarità e che la gestione economica sia pubblica, trasparente e certificata.

Quest’ultima insistenza sugli organismi partecipativi si fonda sul nuovo paragrafo che si intende aggiungere al canone 212: «I Pastori hanno il dovere di ascoltare il parere dei fedeli su ciò che riguarda il bene della Chiesa, attivando modalità di discernimento comunitario». Mentre si conferma che l’autorità del Vescovo non si tocca, si prevede anche che nei consigli diocesani i membri laici abbiano la maggioranza e che per alcune scelte il Vescovo debba avere il consenso del consiglio presbiterale.

La nuova sinodalità, quindi, procede. Il cardinale Grech, dichiarando chiuso il sinodo, aveva aggiunto che la sinodalità continuerà in una fase di applicazione di quanto emerso dalle assemblee sinodali per confluire nella Grande assemblea universale del 2028. Procede, ma come? Da un lato continua in modo sregolato e avventuroso, dall’altro continua tendendo verso un consolidamento giuridico in un nuovo Codice di Diritto canonico. Le due modalità non sono in contrasto tra loro, come si potrebbe pensare, se si considera cosa la nuova sinodalità sia nella sua natura, ossia ascolto di svariate esigenze dal basso non assimilate in un quadro teologico definito e prassi che progressivamente ne attui dapprima alcuni aspetti più leggeri e accettabili per poi passare a quelli di maggiore impatto rivoluzionario.

In modo “sregolato e avventuroso”, dicevamo. In nome della sinodalità il vescovo di Anversa annuncia che ordinerà preti sposati entro il 2028. La Conferenza episcopale spagnola ha iniziato ufficialmente un percorso di realizzazione della nuova sinodalità dagli esiti imprevedibili e senza attendere la Relazione della Commissione canonistica di cui ci stiamo occupando. Al Simposio internazionale "Dare forma alla sinodalità in Europa: dalla visione alla tabella di marcia", tenutosi in Austria dal 14 al 17 settembre scorso, si è detto che le Chiese locali non devono aspettare Roma. I vescovi tedeschi sono in attesa delle decisioni della Santa Sede sulla loro “Conferenza sinodale” (con sacerdoti e laici in numero paritetico) che dovrebbe governare l’intera Chiesa della Germania e che per ora è in stand-by. Il cardinale Walter Brandmüller ha interpretato questo “vedremo” di Leone XIV come una volontà di fermare il processo, ma la cosa può essere intesa anche al contrario, come l’attesa dei tempi giusti per promuoverlo. Sempre per la sinodalità i vescovi tedeschi avevano chiesto l’indulto che permettesse ai laici di tenere l’omelia durante la messa, non l’hanno ottenuto da Roma e molti di essi hanno dichiarato di procedere ugualmente, come Mons. Peter Kohlgraf, vescovo di Magonza.

La nuova sinodalità è questo, uno scoppiettio continuo di salti in avanti, di prassi nuove, di protagonismi avventurosi, di cambiamenti decisi prima di essere adeguatamente pensati, di invenzioni pastorali creative, di processi che anticipano la loro configurazione giuridica. Questa arriverà, prima o poi, ma sarà sempre in ritardo, come le riforme ora proposte dalla Commissione canonistica, troppo timide rispetto ai livelli raggiunti dal processo sinodale nella prassi. Il nuovo Prefetto del Dicastero per i Testi legislativi, l’arcivescovo australiano Anthony Randazzo, in una intervista recente su Vox canonica, ha detto che la sinodalità non è un modo per scalzare la tradizione canonistica e non è una realtà nuova nella Chiesa. Confidiamo nel suo primo auspicio, ma sulla seconda valutazione abbiamo qualche dubbio.

La novità c’è, a nostro parere, perché nella nuova sinodalità la prassi tende sistematicamente ad anticipare l’evoluzione della dottrina che ad essa deve affannosamente adeguarsi, alimentando un diffuso sentimento di apertura disponibile al nuovo, assieme ad un corrispondente spirito contrario all’antico. Questo spirito spinge in avanti comunque, perché si ritiene conforme alle esigenze di una partecipazione non meglio specificata espresse dai “segni dei tempi”, e senza saper bene dove arrivare, perché carente di dottrina che possa illuminare il percorso anziché nascere da esso.



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