Siria, i cristiani divisi tra il sistema Assad e Cristo
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Sotto Bashar al-Assad «i cristiani sono stati rinchiusi in una gabbia dorata: in cambio della lealtà politica, ricevevano una protezione». Oggi, sotto Ahmad al-Shaara, c’è la tentazione di tornare a questo sistema, ma non è la strada giusta. Intervista a Jean-François Thiry, di Pro Terra Sancta.
La missione francescana in Siria, e in particolare ad Aleppo, risale agli anni 1238-1239, quando i primi frati giunsero dall'Italia per mettersi al servizio dei prigionieri occidentali rinchiusi nella Cittadella dai musulmani della dinastia degli Ayyubidi. Nei quasi ottocento anni di ininterrotta presenza francescana lo scenario politico siriano è mutato innumerevoli volte; sulla stessa Cittadella, dove fino a due anni fa campeggiava l'immagine di Bashar al-Assad, oggi sventola la bandiera della “nuova Siria” di Ahmad al-Shaara, attualmente al governo con la formazione estremista islamica di Hayat Tahrir al-Sham. Nel tempo le persecuzioni ai danni dei seguaci di san Francesco ad opera dei potenti del momento non sono mancate: l'episodio più grave che si ricordi è quello degli “Undici martiri di Damasco”, gli otto frati minori uccisi in odium fidei dai drusi nel 1860 assieme a tre fedeli laici e canonizzati nell'ottobre 2024 da papa Francesco. In epoca più recente il laicismo esasperato del regime degli Assad e la violenza degli estremisti islamici non hanno risparmiato i conventi francescani: emblematici i casi di padre Hanna Jallouf, rapito dai jihadisti di Jabhat al-Nusra nel 2014 a Knaye, regione di Idlib, successivamente rilasciato e attuale vicario apostolico di Aleppo, e di padre Dhiya Aziz, parroco del villaggio limitrofo di Yacoubieh, rapito e liberato due volte dalla stessa formazione islamista tra il 2015 e il 2016. Il 20 settembre scorso le scuole di Knaye e Yakoubieh, requisite ai francescani della Custodia di Terra Santa nel 1967 dal partito Baath allora al potere e occupate durante la guerra civile dai jihadisti che si impadronirono con la violenza dei due villaggi, sono state riaperte alla presenza di monsignor Luigi Cona, nunzio apostolico in Siria.
Jean-François Thiry – che in Siria rappresenta Pro Terra Sancta, l'associazione non profit nata per sostenere le opere dei frati della Custodia – ha partecipato alla cerimonia di inaugurazione delle due scuole. Belga di Messancy, Thiry è in Siria dal 2023 e ha vissuto il passaggio dal vecchio al nuovo regime siriano. Lo incontriamo presso la chiesa di San Francesco di Aleppo, per parlare dell'evento e del rapporto tra cristiani e potere. Quando arriviamo è in corso la Santa Messa e davanti alla chiesa staziona un addetto alla sicurezza; il trauma dell'attentato alla chiesa damascena di Mar Elias è ancora ben presente alla memoria collettiva della comunità cristiana.
Dottor Thiry, qual era la relazione tra il regime degli Assad e la minoranza cristiana?
La politica religiosa dei cinquantatré anni di dittatura della famiglia Assad ha avuto una costante: imporre uno stato laicista, ereditato da una visione comunista del partito Baath, che lasciava un’autonomia ridotta a tutte le religioni e cercava di far credere che se potevi pregare, se potevi compiere gesti pubblici, era soltanto grazie alla protezione di chi era al potere. Questo sistema ha creato un “noi” contro “loro”, dove Assad era presentato come l’unico scudo necessario alla sopravvivenza del gruppo. I cristiani sono stati rinchiusi in una gabbia dorata: in cambio della lealtà politica, ricevevano una protezione che, col senno di poi, assomigliava molto a una prigionia. È quello che gli studiosi del periodo ottomano chiamano il sistema dei millet: lo Stato tratta le minoranze religiose attraverso la mediazione dei loro leader ecclesiastici, concedendo autonomia e protezione in cambio del controllo politico. Per molto tempo, i cristiani siriani hanno avuto una “patria” mondana: il regime di Assad. Vivevano in una relativa tranquillità, avevano uno spazio protetto, avevano privilegi, avevano persino una certa libertà liturgica. Ma a quale prezzo? A quale prezzo per la loro anima? Il prezzo era la mancanza di libertà. Non erano cittadini; erano protetti. E questo modello assomiglia al concetto antico di dhimma: protezione in cambio di sottomissione. Il regime ci aveva abituato a una falsa idea di una comunità passiva, che riceve protezione dall’alto, che guarda al capo (politico o religioso che sia) come al salvatore. Una comunità che chiede: “Cosa dobbiamo fare per essere al sicuro?”. La comunità cristiana autentica è l’esatto contrario.
E adesso, dopo la cacciata di Assad?
Oggi la “gabbia dorata” si è aperta. Dopo decenni di dittatura i cristiani siriani si trovano di fronte a una domanda: cosa significa essere cristiani senza un “protettore” politico, senza le stampelle che il potere offriva? Anche se non si sa ancora se si è caduti dalla padella alla brace, i cristiani si trovano come Mosè nel deserto: hanno lasciato l’Egitto, ma non sono ancora entrati nella Terra Promessa. E molti, le confesso, piangono le cipolle d’Egitto, guardando al passato con una certa nostalgia e al futuro con una grande paura. Spesso mi sento dire dai cristiani: “Chi ci proteggerà ora che al potere in Siria sono arrivati i musulmani radicali?”. Questa domanda a mio parere nasconde una trappola mortale per la fede, la tentazione di chiudersi in una fortezza identitaria, di cercare la salvezza non nella propria relazione personale con Cristo ma nella solidarietà di gruppo imposta dall’alto, nella difesa dei propri privilegi, nella contrattazione politica con il nuovo potere. In questi mesi di transizione abbiamo visto scene contraddittorie. Da un lato, ci sono cristiani che, con coraggio, chiedono di essere cittadini a pieno titolo, non sudditi protetti. Dall’altro, c’è la tentazione di tornare al vecchio modello: cercare un nuovo “padrone” che garantisca sicurezza. Questo a mio parere non è vivere la fede, è sopravvivere nella paura, l’esatto contrario di ciò che significa essere cristiani. Nel suo libro Uomini senza patria don Luigi Giussani scriveva negli anni Ottanta una cosa che oggi in Siria suona come una profezia: colui che riconosce la presenza di Cristo nella propria vita e nella società in cui vive non ha patria da nessuna parte. A mio parere, i cristiani in Siria oggi sono chiamati a essere “uomini senza patria”, nel senso che la vera fede non cerca patria su questa terra, ma è un’esperienza di una Presenza più grande di qualsiasi sistema politico: chi ha incontrato questa Presenza, chi vive di questa Presenza, non ha bisogno di un regime che lo protegga, anzi, diventa pericoloso per i regimi.
Proprio perché scomodi, non crede che i cristiani siriani avranno vita dura col nuovo governo?
Il momento è indubbiamente difficile. Un recente rapporto della Fondazione Konrad Adenauer descrive i cristiani siriani come sospesi “tra paure esistenziali, lealtà riluttante e ambivalenza”. Molti hanno già lasciato il Paese: eravamo circa un milione prima del 2011, oggi siamo forse 300.000 in tutta la Siria. E la fuga continua: ci sono episodi di violenza, di minacce. C’è chi dice: “Se non possiamo vivere la nostra fede come una volta, allora non apparteniamo più a questo posto”. Lo capisco, ma forse questa crisi è l’occasione che lo Spirito Santo aspettava da decenni: per troppo tempo abbiamo avuto una fede garantita dallo Stato, cioè una fede morta, un’eredità familiare, non una scelta di libertà. Vede, se uno ha la fede non ha bisogno del sostegno dello Stato. C'è una famosa citazione di Czesław Miłosz che recita: “Si è riusciti a far capire all’uomo che se vive è solo per grazia dei potenti”. Ora è arrivato il momento di superare questa menzogna: il cristiano vive per grazia di Dio, non per grazia dei potenti. Nonostante i timori, tra i cristiani di Siria oggi vedo barlumi di santità. Ci sono comunità, in città o nei villaggi, che non si chiudono nelle chiese: escono, portano cibo ai musulmani, educano i loro bambini, aprono le loro case a tutti, senza chiedere la tessera del partito o la professione di fede. Questi cristiani non aspettano che il nuovo governo conceda loro qualcosa. A mio avviso, il futuro dei cristiani in Siria non si giocherà a Ginevra o a Washington; si giocherà nella decisione di ogni singolo cristiano di rimanere lì, a Damasco, ad Aleppo, a Homs, non perché sia sicuro, ma perché Cristo è lì.
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