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contraddizione

Libertà fuori dalla Chiesa, cosa vogliono davvero i lefebvriani

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Approvare le annunciate ordinazioni episcopali ma senza alcuno status canonico. La richiesta di don Pagliarani al Papa mostra che non è Roma a rifiutare di regolarizzare la Fraternità San Pio X, è quest'ultima a pretendere di salvare anime fuori dal Corpo mistico di Cristo.
- DOSSIER: Il caso FSSPX

Ecclesia 06_02_2026

Il Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF), il cardinale Víctor Manuel Fernández, ha rivelato a The Pillar la sostanza del contenuto della lettera inviata dal medesimo Dicastero alla Fraternità Sacerdotale San Pio X, cui aveva fatto riferimento il comunicato del 2 febbraio scorso della Casa Generalizia lefebvriana. Il Prefetto ha spiegato di aver risposto «semplicemente in modo negativo circa la possibilità di procedere ora a nuove ordinazioni episcopali». Ed ha aggiunto: «Abbiamo avuto uno scambio di lettere di recente. La prossima settimana incontrerò don Pagliarani al DDF per cercare e trovare un proficuo percorso di dialogo». L’incontro avverrà giovedì 12 febbraio; resta invece da vedere se al Superiore Generale sarà in seguito concessa un’udienza anche con il Santo Padre.

Nel frattempo, il Superiore Generale della FSSPX ha rilasciato una lunga intervista, nella quale si capisce chiaramente che le consacrazioni episcopali avverranno a prescindere da qualunque risposta venga da Roma, in ragione della “salvezza delle anime”. Si comprende altresì che i vertici della Fraternità non intendono chiedere alla Santa Sede una regolarizzazione della propria posizione (cosa che tra l’altro hanno sempre rifiutato), ma che il Papa approvi che la FSSPX continui ad esistere ed operare senza uno statuto canonico nella Chiesa, ed accetti così delle consacrazioni episcopali necessarie per continuare il proprio apostolato. La proposta «tenuto conto delle circostanze del tutto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare temporaneamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che si rivolgono a noi. […] Mi sembra che una tale proposta sia al tempo stesso realistica e ragionevole, e che potrebbe, di per sé, essere accettata dal Santo Padre», ha spiegato don Pagliarani.

Nella logica della FSSPX, lo stato di necessità in cui versa la Chiesa e l’urgenza della salvezza delle anime giustificherebbero l’anomalia di una «situazione di eccezione» in cui dei vescovi verrebbero consacrati senza mandato del Papa (e anche contro la sua volontà) e il ministero di questi vescovi e dei sacerdoti della FSSPX possa essere esercitato senza alcuna missio canonica, al di fuori di ogni vincolo giuridico. La Fraternità chiede dunque in sostanza al Papa di approvare che essa possa continuare ad esistere ed operare al di fuori di ogni struttura canonica; e questo sarebbe possibile perché «l’assioma “suprema lex, salus animarum: la legge suprema è la salvezza delle anime” è una massima classica della tradizione canonica […]; nello stato di necessità attuale, è da questo principio superiore che dipende, in ultima analisi, la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione presso le anime che si rivolgono a noi».

È piuttosto chiaro che non è la Santa Sede a non voler regolarizzare la situazione della Fraternità, cosa che permetterebbe a quest’ultima di poter giungere a consacrazioni episcopali legittime, con il mandato del Papa; è la Fraternità a non volerla. Non c’è offerta di regolarizzazione che la Fraternità possa accettare, nemmeno quella di una Prelatura personale o di un Ordinariato, perché essa comporterebbe in ogni caso una riduzione di quella “libertà” di cui oggi essa gode, ossia la libertà di procedere a ordinazioni, erigere o sopprimere seminari, scuole, conventi, accogliere o espellere membri, aprire centri di Messa e priorati, dichiarare la nullità di matrimoni, senza dover chiedere a nessuno e senza dipendere da alcuna autorità superiore. Don Pagliarani lo espresse anche poco più di un anno fa (15 novembre 2024), riferendosi alle comunità ex Ecclesia Dei: «Ciò che esse non dicono è che in realtà hanno una libertà limitata. Hanno solo lo spazio concesso loro da una gerarchia più o meno benevola, più o meno ispirata da principi personalisti e liberali. […] Di conseguenza, il loro apostolato e la loro influenza sono frenati, ostacolati e compromessi, così che la questione della loro sopravvivenza pratica diventa sempre più preoccupante».

Ma ciò che è don Pagliarani a non dire è che questa libertà che la FSSPX rivendica in forza di una totale indipendenza dalla gerarchia della Chiesa cattolica, si chiama scisma. Tra le più acute precisazioni sullo scisma, fornite dalla riflessione del cardinale Tommaso de Vio, più noto come il Gaetano, c’è il fatto che lo scismatico non accetta di agere ut pars, agire come parte di un unico popolo, retto da una gerarchia legittima. Lo scismatico rifiuta dunque di agire come parte, perché vuole vivere e agire come organo autonomo. Esattamente quello che don Pagliarani rivendica per la Fraternità. Non basta andare a colloquio con il Papa, mantenere relazioni con la Santa Sede, nominare il Papa nel canone o esporne la foto nelle proprie case per non essere scismatici. Il superiorato di don Pagliarani e le sue dichiarazioni hanno messo in luce quanto negli anni di reggenza di mons. Bernard Fellay non appariva così chiaramente: la Fraternità intende rifiutare a priori ogni proposta di regolarizzazione canonica, con lo scopo di mantenere un’indipendenza totale dalla legittima gerarchia cattolica. Il che significa semplicemente che essa intende chiedere al papa di approvare questo suo rifiuto di agere ut pars, ossia di benedire uno stato di scisma. Per il bene della Chiesa e delle anime: un cortocircuito totale.

È evidente che alla base di questa richiesta ci sia una concezione del tutto insufficiente del senso del mandatum del Papa nelle consacrazioni episcopali e una concezione altrettanto inadeguata della Chiesa come società visibile. Nella logica di don Pagliarani, la situazione della Fraternità sarebbe di semplice illegalità, agendo al di fuori di regole che la Chiesa si è posta per un ordine interno e un buon governo, ma che risulterebbero oltrepassabili in stato di necessità per il criterio superiore della salus animarum. Questo “oltrepassamento” sarebbe possibile in virtù del fatto che non si tratta di una legge divina, ma ecclesiastica.

Ora, invece, la dimensione giuridica della Chiesa appartiene alla sua costituzione divina, così come è parte costitutiva del primato di Pietro il suo diritto esclusivo di nominare i vescovi. Don Pagliarani, nella sua omelia del 2 febbraio, ha fatto un’affermazione tanto chiara quanto problematica, al limite dell’eresia: «La Chiesa non esiste nei vincoli. La Chiesa esiste nelle anime. Sono le anime che formano la Chiesa». Lutero non avrebbe detto diversamente. Perché è dogma di fede che la Chiesa, nella sua realtà di società perfetta visibile, così come l’ha costituita Cristo, sia costituita da vincoli giuridici. Pio XII, proprio mentre illustra la realtà profonda della Chiesa come corpo mistico, insiste con forza che ella ha ricevuto il suo ufficio giuridico da Cristo stesso. Contro coloro che ritengono la Chiesa una realtà spirituale senza tali vincoli giuridici, Pio XII ricorda che «essi non avvertono che il divin Redentore volle che il ceto di uomini da Lui fondato fosse anche una società perfetta nel suo genere e fornita di tutti gli elementi giuridici e sociali per perpetuare in terra l’opera salutare della Redenzione […] Or dunque, nessuna vera opposizione o ripugnanza può esistere tra la missione invisibile dello Spirito Santo e l’ufficio giuridico che i Pastori e i Dottori hanno ricevuto da Cristo» (Enciclica Mystici Corporis).

La necessità di appartenere alla Chiesa mediante vincoli giuridici non è dunque questione di mero diritto ecclesiastico, ma riguarda la costituzione divina della Chiesa; scindere o rifiutare tali vincoli non è perciò semplice illegalità, ma scisma. E sempre di diritto divino è la necessità di ricevere una missio canonica per poter esercitare il ministero: «Poiché, in virtù di quella missione giuridica per la quale il divin Redentore mandò nel mondo gli Apostoli come egli stesso era stato mandato dal Padre (cfr. Io. 17, 18; 20, 21), è proprio lui che battezza, insegna, governa, assolve, lega, offre, sacrifica, per mezzo della Chiesa» (Ibi). Pio XII insegna che il fondamento della necessità di tale «missione giuridica» per poter esercitare il ministero riposa nella stessa Rivelazione, nel cuore della Santissima Trinità, in quell’invio di Cristo da parte del Padre, e poi degli Apostoli da parte di Cristo. Per questa ragione, il Concilio di Trento condanna con anatema, ossia come contrario alla fede divina cattolica, chi sostiene la legittimità del ministero della parola e dei sacramenti di quei vescovi che non sono stati «regolarmente ordinati o inviati dall’autorità ecclesiastica canonica» (Denz. 1777), considerandoli come «ladri e briganti che non sono entrati per la porta (cf. Gv 10, 1)» (Denz. 1769).

Non è dunque questione di “legalità”, di formalismo, di incomprensione della legge suprema della Chiesa, ma è questione di costituzione divina della Chiesa, società visibile dotata di vincoli giuridici, necessari per l’esercizio del ministero. Pretendere una libertà giuridica significa tagliarsi fuori dalla comunione del Corpo mistico di Cristo. Né più né meno. Altro che «proposta realistica e ragionevole».



l'annuncio

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