L'Europa assopita dieci anni dopo il martirio di padre Hamel
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Il 26 luglio 2016 l'anziano sacerdote fu sgozzzato ai piedi dell'altare da due giovani jihadisti nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray. Il Vecchio Continente colpito al cuore ha continuato a dormire di fronte al moltiplicarsi delle minacce, ma quel sangue non è andato perduto per i cattolici francesi, specie i più giovani, che in questi anni sperimentano un rinnovamento della fede.
Il 26 luglio ricorre il decimo anniversario del martirio di padre Jacques Hamel, il sacerdote francese assassinato nel 2016 da due giovani terroristi jihadisti che avevano giurato fedeltà al sedicente Stato Islamico (ISIS). La sua uccisione, avvenuta durante la celebrazione della Santa Messa nella chiesa di Saint-Étienne-du-Rouvray, in Normandia, ha segnato profondamente la coscienza della Chiesa: ma come? Uccidere a sangue freddo un uomo di 85 anni, senza un motivo? Un uomo mite, benvoluto da tutti.
Père Hamel fu barbaramente assassinato ai piedi dell’altare, nel luogo in cui aveva consacrato la propria vita all'annuncio del Vangelo e nel luogo ove si celebra, da venti secoli, il sacrificio eucaristico. Di fronte alla violenza, rispose con un netto rifiuto del Male: a chi gli intimò di rinnegare Cristo, rispose stentoreo: «Vattene, Satana!». Le sue ultime parole. Papa Francesco definì padre Jacques Hamel un martire, affermando che era stato ucciso «in odio alla fede». Nel 2017 è stata aperta la causa di beatificazione, riconoscendo nella sua morte una testimonianza eroica di fedeltà a Cristo e al ministero sacerdotale.
Come tutti noi sappiamo, purtroppo l’omicidio di padre Hamel non è stato un caso isolato: uccisioni in odium fidei avvengono in tutto il mondo e specialmente in quei Paesi che più soffrono per mano delle organizzazioni terroristiche: il XXI secolo è la nuova età dei martiri. Tuttavia, il caso del sacerdote sgozzato sull’altare ha sconvolto le coscienze; padre Hamel è diventato il simbolo di un Occidente attaccato nel suo cuore, fin nella tranquilla provincia francese; la sua barbara uccisione sull’altare ha ricordato altri casi celebri, come quello del vescovo salvadoregno sant’Oscar Romero, ammazzato nel 1980 mentre stava celebrando la Santa Messa; ed ha ricordato che l’Eucaristia è sacrificio: è il Sacrificio salvifico di Cristo, che i cattolici declinano nel sacrificio della loro vita per seguire la via della croce.
Dieci anni sono passati. Ora, mentre è aperta la causa di beatificazione di padre Hamel, ci si può domandare: il suo sacrificio, oltre ad aver ingrossato la schiera dei martiri, ha contribuito a svegliare le coscienze intorpidite? Le improvvide politiche europee sono mutate? Le nazioni del Vecchio Continente hanno saputo cogliere il pericolo rappresentato dall’ingresso copioso di popoli diversi e spesso, purtroppo, culturalmente ostili? La risposta è palese e sotto gli occhi di tutti: non è stato fatto nulla, né in seguito all’omicidio di padre Hamel né dopo i molti attentati in terra d’Europa. I pericoli che Oriana Fallaci – un nome tra i tanti – denunciarono anni or sono restano sempre gli stessi; anzi, si può dire che essi siano divenuti più insidiosi e i violenti siano oggi più pervicaci, protetti come sono – e in alcune nazioni più di altre – da un sistema politico-culturale che fa finta di non vedere una situazione ormai tragica.
Come Nerone suonava mentre Roma ardeva, così una certa politica contempla lo sfacelo e se ne compiace: tutto va bene, anche quando è sotto gli occhi di tutti che le banlieue di Parigi siano fuori dal controllo statale, che Londra sia in sostanza una città non più inglese e che molte capitali del Nord, a cominciare da Stoccolma, siano ridotte a terre di nessuno. Ciò che è cambiato, in dieci anni, è la radicalizzazione del politically-correct: ci si inginocchia in nome di George Floyd, ma non per i cristiani massacrati dalla Nigeria al Pakistan fino al cuore della Francia, un tempo figlia prediletta della Chiesa.
In realtà, un atto esteriore sarebbe riduttivo. Il cristianesimo ci insegna a non inginocchiarci davanti all’uomo, ma davanti al Figlio dell’Uomo. Se così fosse, sarebbe una religione à-la-page, come vorrebbe il mondo. Se anche le istituzioni e il mondo della cultura non hanno tratto insegnamento dal martirio di padre Hamel, non così molti cattolici che, specie in Francia, hanno silenziosamente tratto ispirazione da quel martirio. Specialmente i giovani: Oltralpe si assiste ad un rinnovamento della fede che in questi dieci anni si è fatto sempre più evidente. L’attentato del 26 luglio 2016 ha forse fatto aprire gli occhi a molti, laddove molti altri hanno semplicemente pensato che non fosse successo nulla. Se c'è una speranza, passa dai giovani che, forse, sono stati colpiti nel profondo anche da quella esecuzione spietata: come i cristiani dei primi tempi, che si rafforzarono grazie al sangue di tanti martiri.
La Chiesa francese, dal canto suo, non ha dimenticato il sacerdote-martire: l’arcidiocesi di Rouen ha organizzato un calendario di eventi e lo ricorderà specialmente con una Santa Messa presieduta dal cardinale Jean-Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia e presidente della Conferenza Episcopale di Francia. A seguire, dopo il sacrificio di Cristo, “discorsi repubblicani” in piazza. Non sia mai che il ricordo del primo sacerdote martirizzato in terra di Francia – dall’epoca della Repubblica giacobina! – possa scuotere troppo le coscienze.
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