La vittoria del NO apre una crepa nel Governo
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Difficile pensare che la Meloni riesca a condurre in porto entro l’anno prossimo altre riforme come il premierato o l’autonomia. Prevedibile invece che si trovi costretta a vivacchiare per evitare ulteriori rischi. La vittoria del NO al referendum sulla Riforma Costituzionale apre la lunga stagione della campagna elettorale in vista delle Politiche.
- Il NO non cura il grande malato: la Giustizia di Andrea Zambrano
Due mesi fa sembrava non ci fosse partita, con i Si in vantaggio e i No a rincorrere senza troppe speranze. Poi la partita si è riequilibrata e, complici qualche scivolone di esponenti del governo (il caso Delmastro, gestito in maniera pessima dal Governo, è solo l’ultimo in ordine di tempo) e un’eccessiva personalizzazione del quesito referendario, anche chi non sarebbe mai andato a votare ha deciso di recarsi alle urne per bocciare la riforma Nordio sulla giustizia. Il dato finale non ammette dubbi: dieci punti di scarto tra No (54%) e Si (46%).
Ora si ritorna al punto di partenza nella discussione sulla riforma della giustizia. Con un governo consapevole di aver assaporato per mesi la vittoria ma di non averla centrata e un’opposizione ringalluzzita dall’esito delle urne e pronta a sfidare il centrodestra alle prossime politiche. D’altronde i segnali di una rimonta dei No erano molteplici già nelle due ultime settimane di voto perché, nonostante l’obbligo del silenzio elettorale e il divieto di diffusione di sondaggi, aleggiava lo spettro di un testa a testa.
Il dato sorprendente dell’affluenza alle urne, che ha sfiorato il 60% su base nazionale e ha riguardato soprattutto le storiche roccheforti della sinistra come Bologna, Milano, Torino e soprattutto la Toscana, non lasciava presagire nulla di buono per il fronte del Si. Infatti si può certamente affermare che la straordinaria e imprevista partecipazione massiccia al voto ha favorito i contrari alla riforma governativa.
E’ passato il messaggio che lo stravolgimento della Carta costituzionale in caso di vittoria dei Si avrebbe scardinato l’equilibrio tra i poteri e così le fazioni filo-toghe si sono mobilitate e hanno prevalso. Viene da pensare che anche gli elettori di sinistra che da tempo non vanno più a votare perché non credono più nel Pd e negli altri partiti di sinistra abbiano comunque votato No al referendum per difendere la Costituzione.
La domanda più scontata ora riguarda il futuro della maggioranza. Farà finta di nulla e proseguirà il suo cammino fino alla fine della legislatura o risentirà di questa battuta d’arresto? Difficile pensare che la Meloni riesca a condurre in porto entro l’anno prossimo altre riforme come il premierato o l’autonomia. Prevedibile invece che si trovi costretta a vivacchiare per evitare ulteriori rischi. La Lega ha fatto meno di tutti gli altri partiti per sostenere il Si, soprattutto da quando Meloni è scesa prepotentemente in campo facendo ombra agli alleati. Salvini e soci hanno percepito il rischio di farsi travolgere dal vento della possibile sconfitta e hanno sostenuto solo tiepidamente la riforma per disciplina di coalizione. Peraltro nella base leghista fin dai tempi di Tangentopoli ci sono forti sensibilità pro-toghe. Forza Italia si è invece cullata perché era certa che sarebbe bastato il richiamo al fondatore Silvio Berlusconi, che per quella riforma si era sempre battuto, per far vincere il Si.
Se Renzi aveva dichiaratamente personalizzato la sfida referendaria di dieci anni fa la Meloni l’ha personalizzata di fatto, senza dirlo, mettendoci la faccia soprattutto nelle ultime due settimane e perfino violando su X il silenzio elettorale. Una prova di debolezza che rischia di pagare a caro prezzo nel prosieguo della vita del suo governo. Inoltre, l’eccessiva tolleranza della Meloni e dei vertici di Fratelli d’Italia verso casi come quello Delmastro potrebbero aver influenzato negativamente la campagna elettorale del fronte del Si.
I numeri in Parlamento non cambiano e attribuiscono al centrodestra un vantaggio notevole di parlamentari, ma la sconfitta di ieri al referendum potrebbe coincidere con una sorta di disillusione dell’elettorato verso i proclami riformisti dell’esecutivo. In tre anni e mezzo la Meloni non è riuscita a imprimere una svolta rispetto ai governi precedenti. L’austerità in economica, edulcorata da mancette e bonus, e il filo-americanismo spinto sono le sue uniche linee guida, che le consentono di galleggiare più che altro per le debolezze degli altri Stati europei, in particolare Francia e Germania, e per le divisioni in Italia tra i partiti di opposizione.
Per la premier la riforma della giustizia era l’occasione per passare alla storia con un traguardo che neppure Berlusconi era riuscito a raggiungere. Come reagiranno la politica italiana e la società italiana a questo risultato è ancora presto per dirlo. Certo è che la Meloni non dovrà più sbagliare nulla per arrivare alle politiche del 2027 in una posizione di forza. Non si dimentichi che la prossima legislatura sarà quella dell’elezione del successore di Sergio Mattarella.

