La carica delle liste civiche. I partiti nazionali fanno flop nei comuni
Ascolta la versione audio dell'articolo
Alle amministrative, le liste civiche legate ai candidati sindaci battono i partiti. De Luca a Salerno, Venturini a Venezia, Cateno De Luca a Messina, vincono con le loro formazioni, quasi nonostante il flop dei partiti che li hanno sostenuti.
Le elezioni amministrative di domenica e lunedì saranno ricordate, ancora una volta, come il voto che avrebbe dovuto misurare la tenuta del “campo largo” e la capacità del centrodestra di consolidare il consenso nazionale sui territori. È questa la chiave di lettura che ha dominato commenti televisivi e analisi dei quotidiani: la mancata rimonta del centrosinistra, le difficoltà dell’alleanza progressista, le sconfitte di Venezia o Reggio Calabria, la tenuta relativa del governo nazionale. Ma forse il vero significato politico di queste elezioni è un altro. Ed è molto più profondo: il trionfo del civismo e la crisi strutturale dei partiti tradizionali.
Le amministrative hanno mostrato con chiarezza che oggi il consenso locale si costruisce sempre meno attorno ai simboli e sempre più attorno alle leadership territoriali. Il partito non basta più. In molti casi conta pochissimo. A fare la differenza sono figure capaci di interpretare il territorio, costruire consenso personale, parlare direttamente agli elettori senza la mediazione delle appartenenze ideologiche.
Il caso più emblematico è quello di Venezia. Qui il nuovo sindaco Simone Venturini ha superato il 30% con la propria lista civica (ben 14 seggi su 36), ottenendo un risultato che mette in discussione gli equilibri interni dell’intero centrodestra veneziano e veneto. Soprattutto, mette in crisi la Lega, che proprio nel Nordest aveva costruito la sua storica identità territoriale. Il dato politico è evidente: gli elettori hanno premiato una leadership riconoscibile, concreta, radicata, più che il marchio di partito. Venturini ha intercettato un consenso personale trasversale, capace di andare oltre gli steccati tradizionali.
Lo stesso schema si ripete altrove. Vincenzo De Luca continua a rappresentare il paradigma dello “sceriffo” capace di vincere quasi prescindendo dal Pd. Il suo consenso nasce da una costruzione personale del potere territoriale, da un linguaggio diretto, spesso spigoloso, ma percepito come autentico ed efficace. Il simbolo democratico, in questo quadro, diventa quasi accessorio. De Luca è più forte del partito che dovrebbe rappresentare. E il fatto che il Pd continui a dipendere da figure come la sua dimostra proprio la debolezza identitaria della struttura nazionale.
Ancora più radicale è il caso di Cateno De Luca a Messina. Qui il civismo si trasforma addirittura in un modello politico autonomo. Cateno De Luca ha costruito negli anni una macchina personale fondata sul rapporto diretto con i cittadini, su una comunicazione aggressiva e continua, su una presenza costante sul territorio. Ha vinto praticamente da solo, o meglio: ha vinto perché percepito come qualcosa di diverso dai partiti tradizionali. Il suo successo racconta un fenomeno che attraversa tutta Italia: il cittadino-elettore si fida sempre meno delle sigle e sempre più delle persone.
È qui che emerge il dato politico centrale. I partiti nazionali appaiono svuotati di identità, incapaci di selezionare classe dirigente, di costruire appartenenza, di rappresentare davvero comunità territoriali. Le amministrative certificano questa crisi. Le coalizioni esistono ancora, ma spesso sono semplici contenitori elettorali dentro cui prevalgono leadership personali. Non sono più i partiti a creare i leader; sono i leader a usare i partiti come strumenti temporanei.
Anche il dibattito sul “campo largo” rischia allora di essere fuorviante. A Venezia il centrosinistra ha perso male non solo perché l’alleanza non ha funzionato, ma perché non ha saputo esprimere come candidato sindaco una figura capace di incarnare una domanda popolare forte e riconoscibile. Lo stesso vale in molte altre città. L’errore degli analisti è continuare a leggere le amministrative con categorie nazionali, come se si trattasse di un referendum sul governo o sull’opposizione. Ma il voto locale segue ormai logiche diverse.
Gli elettori cercano amministratori, non ideologie. Premiano chi appare competente, presente, radicato, persino carismatico. Vogliono figure che diano l’impressione di decidere davvero, di conoscere i problemi concreti, di avere un rapporto diretto con il territorio. È una trasformazione che investe tutta la politica italiana e che spiega perché il civismo non sia più una semplice eccezione locale, ma una vera forma della rappresentanza contemporanea.
Naturalmente questo fenomeno ha anche aspetti problematici. Se i partiti si indeboliscono troppo, il rischio è che la politica si trasformi esclusivamente in personalizzazione del potere. Senza strutture collettive solide, senza culture politiche riconoscibili, tutto si riduce al consenso del singolo leader. È un modello che può funzionare nel breve periodo, ma che rende più fragile il sistema democratico e più volatile il consenso.
Eppure, oggi, la realtà è questa: gli schieramenti vincono quando trovano candidati capaci di interpretare la volontà popolare molto più che quando costruiscono alleanze di laboratorio. Venturini, De Luca, Cateno De Luca dimostrano che l’investitura arriva dal territorio e dalla credibilità personale, non dai tavoli romani.
Le amministrative di domenica e lunedì, dunque, non segnano soltanto una difficoltà del centrosinistra o una tenuta del centrodestra. Segnano soprattutto una evidente transizione dalla politica delle appartenenze alla politica delle leadership territoriali. È il tempo del civismo. Ed è, insieme, il tempo della crisi dei partiti, di tutti i partiti.

