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JIHAD

Sì, anche in Italia abbiamo un problema islamico

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Due arresti e una condanna di jihadisti, all'indomani della tentata strage di Modena. Se su quest'ultima restano dubbi, gli arrestati e il condannato erano indubbiamente dell'Isis. E non mancano gli intellettuali che giustificano il terrorismo.

Libertà religiosa 27_05_2026
Isis

Ebbene sì, abbiamo un problema islamico. Non solo la tentata strage di Modena, su cui non è ancora comparsa una pista jihadista vera e propria (anche se di attentato si è trattato, oggettivamente parlando), ma anche a due arresti in una sola settimana e una condanna a un terzo jihadista arrestato nel 2025.

Su Modena, la testimonianza di un paramedico, intervistato sotto anonimato il 22 maggio da Il Giornale, se confermata, riaprirebbe quantomeno il dubbio che fosse un’azione organizzata. Avrebbe infatti riconosciuto Salim El Koudri, l’attentatore, il giorno prima la sua corsa omicida. Lo avrebbe sentito gridare, a un altro uomo sconosciuto: “Mi pagheranno bene, anzi benissimo. Più di 40mila euro. E lo vedrete!” e anche “Ci sarà un bello spettacolo, che vedranno in tanti...”. Comunque di prove di radicalizzazione non ce ne sono, l’unica cosa che, finora, gli inquirenti dichiarano di aver trovato, nei suoi numerosi dispositivi elettronici, sono video e notizie delle precedenti stragi in Europa compiute con auto e camion, il modello di quel che avrebbe fatto lui.

Che invece era decisamente e dichiaratamente un jihadista dell’Isis era un quindicenne di Firenze, di origine tunisina, con un cellulare imbottito di propaganda e di cattive intenzioni. Arrestato il 20 maggio e rinchiuso in un carcere minorile, gli investigatori hanno trovato anche il video di un possibile sopralluogo di attentato, in una chiesa alla periferia di Firenze. Lo studente si dichiarava “pronto ad agire”. Secondo quanto scoperto finora nell’indagine, l’intenzione era quella di colpire civili in un parco non meglio precisato per attirare l’attenzione, poi attaccare i poliziotti con una pistola.

Un secondo arresto è stato eseguito a Reggio Emilia, dove a finire dietro le sbarre è un giovane ventiduenne di origine marocchina, rimpatriato con foglio di via dalla Germania e finito subito, in Italia, nel circuito dei servizi socio-assistenziali reggiani, per problemi di salute mentale. In Germania era stato accusato di aver fatto propaganda per lo Stato Islamico. In Italia è stato arrestato perché era stato contattato da un affiliato dell’Isis che gli aveva proposto di compiere un attacco. E lui avrebbe accettato. Quando è stato fermato, giovedì 21 maggio, la città emiliana era affollata per una partita di basket e un concerto in piazza. Per un lupo solitario sarebbe stata l’occasione perfetta per cercare la strage. Quando la polizia lo ha arrestato, era armato di coltello, avrebbe potuto colpire il giorno stesso.

Il giorno stesso, 21 maggio, il tribunale di Catanzaro ha invece condannato a 6 anni di reclusione Halmi Ben Mahmoud Mselmi, cittadino tunisino di 28 anni, arrestato l’anno scorso a Cosenza, per associazione con finalità di terrorismo internazionale. Fra le prove ci sono video di attentati attribuiti all’Isis, immagini violente di esecuzioni e decapitazioni, oltre a documenti e manuali relativi alla costruzione di ordigni artigianali. Gli atti citano anche file dal contenuto esplicito, tra cui testi intitolati Come uccidere e Programma per l’industria del terrorismo. Secondo l’accusa, Mselmi avrebbe svolto anche attività di indottrinamento nei confronti di altre reclute.

Attorno a questa radicalizzazione, come nel caso dei brigatisti rossi negli anni ’70, c’è sempre un ambiente di intellettuali che legittimano la violenza, quando non la legittimano, la “comprendono” e la “contestualizzano”. Sono quelli che criticano, ma a commetterla sono pur sempre “i compagni che sbagliano”. Questa area intellettuale è andata in cattedra lo scorso 9 maggio a Roma, nel convegno “Capire l’Iran”. Fra i vari intervenuti c’era anche Roberto Hamza Piccardo, il più celebre traduttore del Corano in lingua italiana e il fondatore dell’Ucoii (Unione delle Comunità Islamiche Italiane). Piccardo ha esaltato il ruolo dei movimenti di resistenza islamica al colonialismo fra Otto e Novecento, in Algeria, Sudan, Marocco e Libia e ha ricondotto a questa tradizione il regime islamico iraniano (sorvolando sui suoi crimini: neanche una parola in merito).

Piccardo, protetto dal diritto di libertà di opinione e di espressione, ha legittimato Hamas, Hezbollah e Houthi, definendoli “asse della resistenza”, come nel lessico ufficiale iraniano: «In questo periodo (primi anni 2000, ndr) la comunicazione della Resistenza assunse un linguaggio tipicamente panislamico, capace di superare la frattura tra sunniti e sciiti. L’Iran cercò di consolidarsi come difensore degli oppressi piuttosto che leader di una fazione confessionale. L’anti-imperialismo divenne la piattaforma comune, mentre gli Stati arabi filo-occidentali si basavano sulle alleanze militari convenzionali e sull’illusione della protezione statunitense. Teheran costruiva un modello ibrido di potenza che univa ideologia, religione e diplomazia militante». Interessante che Piccardo non dica nemmeno una parola sull’Isis in tutto il suo lungo intervento storico. E consideri i conflitti sunniti-sciiti (guerra Iran-Iraq, guerra civile in Siria) come “fitna”: «è un termine arabo che significa molte cose, tutte brutte (…) tutti i fenomeni, i comportamenti e le intenzioni connessi a persecuzione, sedizione, sovversione, scandalo, vizio, inquinamento, corruzione, discordia, disordine, disobbedienza, ribellione contro le Sue leggi e le Sue creature».

Di fatto Piccardo condanna il conflitto solo quando è intra-islamico. Non quando è contro nemici non islamici. Come spicca dalle sue parole sul 7 ottobre: «E poi venne il 7 ottobre, che spazza via molti giochi, smaschera le ipocrisie. Non ci sono più dubbi, né nicodemismi o comode ignavie. Da una parte c’è la resistenza islamica, in massima parte; dall’altra parte il kufr, la miscredenza, che scatena tutta la sua ferocia su un popolo assediato, che ha rotto l’assedio e ha attaccato gli assedianti». Dietro queste parole auliche, eroiche, ci sono circa 1200 civili israeliani massacrati nel peggiore dei modi, 250 ostaggi e centinaia di stupri e torture. Neanche l’ipocrisia di una condanna formale ai “compagni che sbagliano”.