a cura di Anna Bono
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La Thailandia discute con il Laos i termini del rimpatrio forzato dei hmong

L’agguato al leader della comunità hmong in Thailandia, Thaweesak Yodmaneebanphot, commesso il 24 aprile, conclusosi con il suo ferimento e quello di suo figlio e con la morte di sua moglie e di sua figlia, difficilmente può essere considerato un episodio di violenza legato a interessi e “questioni di affari”, come ha affermato la polizia. I mass media locali peraltro lo hanno subito collegato invece ai colloqui tra Thailandia e Laos riguardanti il futuro dei hmong che la Thailandia vorrebbe costringere al rimpatrio. L’aggressione quindi potrebbe essere un atto intimidatorio. I hmong sono da sei a otto milioni, buddhisti, animisti, molti cristiani. Vivono prevalentemente in Cina, Vietnam, Laos, Birmania e Thailandia. Durante il conflitto indocinese si erano schierati nel campo filo-americano. Oltre 300.000 di quelli residenti in Laos, dopo la vittoria comunista nel 1975, sono fuggiti in Thailandia. Da allora sono assistiti dalla comunità internazionale, ma vivono sotto la minaccia costante del rimpatrio coatto. Nel 2005 ha chiuso l’ultimo campo ufficiale. I suoi 15.000 rifugiati sono stati ricollocati negli Stati Uniti. Nel 2009 altri 4.300, quasi tutti donne, bambini e anziani, sono stati costretti a rientrare in Laos quando in poche ore è stato chiuso il campo di Huay Nam Khao che li ospitava. Da allora tuttavia altri hmong, a migliaia, sono fuggiti in Thailandia. Ma il governo thailandese dal 2007 ha sospeso le verifiche dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati per la concessione dello status di rifugiato e da allora tutti i nuovi arrivati sono considerati immigrati illegali. Non riconoscendo l’esistenza di motivazioni umanitarie, le autorità inoltre limitano le attività delle organizzazioni assistenziali internazionali.