Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Margherita Ward a cura di Ermes Dovico
La riflessione

La tecnoscienza, strumento neo-gnostico che non accetta limiti

L’antica eresia gnostica ha trovato nella tecnica moderna un modo nuovo di esprimersi. Nella vecchia morale, il limite designava ciò che non si deve fare; secondo la nuova, esso rappresenta ciò che non si può ancora fare e che si deve riuscire a fare, a costo di andare contro il bene dell’uomo. Il ruolo della medicina. Da uno scritto di Olivier Rey.

Vita e bioetica 30_08_2026

Proseguiamo la riflessione sulla tecnoscienza, iniziata domenica scorsa. La tecnica oggi è tutto fuorché un aiuto all’uomo per vivere secondo l’ordine che Dio ha posto nella creazione, perché non esiste più né l’idea di creazione né di Creatore. Essa è invece lo strumento di una nuova visione gnostica, che considera il mondo come pura materia senza senso, da modellare per sottometterla allo spirito; va da sé che si tratta dello spirito degli “pneumatici”, degli eletti che sanno e che possono. Nessun limite esiste dunque per la tecnica così intesa, nessun limite deve esistere. Il limite è solo ciò che dev’essere superato, altrimenti esso è la bestemmia pronunciata contro l’onnipotenza della scienza. (L.S.)

Fonte: Olivier Rey, Dismisura. La marcia infernale del progresso, Napoli 2016, pp.198-210.

***

Il movimento prosegue tanto più in quanto è indotto dallo sviluppo tecnico che è in sé un fattore di illimitatezza. Per la scienza e la tecnica moderne, ogni limite è infatti una “sfida” da raccogliere, una frontiera temporanea da scavalcare.

Osservava Jacques Ellul: «La tecnica è in sé soppressione dei limiti. Per essa, non c’è alcuna operazione impossibile né vietata: questo non è un carattere accessorio o accidentale, ma è l’essenza stessa della tecnica: un limite non è altro che ciò che non si può attualmente realizzare dal punto di vista tecnico – semplicemente perché c’è al di là di quel limite un possibile da effettuare. Non c’è mai alcuna ragione di fermarsi a quel punto» (Le Système technicien 2012, p. 160). Forse. Ma se la scienza e la tecnica moderne, oggettivando il mondo e neutralizzandolo moralmente, non possono trovare da nessuna parte in esso un limite a priori alle loro investigazioni e operazioni, resta la morale che potrebbe fissarne uno dall’esterno. È giocoforza constatare che non ci riesce. Non è difficile comprendere questo fallimento.

Quando si è visto che i progressi scientifici, considerati sostanzialmente emancipatori, potevano avere conseguenze poco conformi a questa reputazione, lo spirito progressista ha proceduto a una distinzione: la scienza è sempre buona, solo la tecnica merita di essere inquadrata. Distinzione problematica perché presuppone che si possa differenziare chiaramente la scienza dalle sue “applicazioni” – ipotesi che appare sempre meno verificata.

In molti campi, la scienza contemporanea è intrinsecamente legata alla tecnica. Il suo modello non è più l’astronomia, dove le conoscenze si acquisiscono a distanza, in modo mediato, senza cambiare per niente la traiettoria e il divenire degli astri, ma piuttosto la genetica, che si struttura attraverso ciò che costruisce e modifica. Nella misura in cui sapere e capacità diventano indissociabili, accordare una totale libertà alla scienza per accontentarsi di regolare la tecnica vuol dire condannare la morale a essere sempre in ritardo sui fatti e, di fronte al permanente dilagare dei nuovi dispositivi, relegarla in una posizione esclusivamente difensiva. Inoltre, su cosa fondare questa difesa?

Una volta, l’esistente godeva, per il solo fatto di esistere, di un pregiudizio favorevole: si aveva diritto di invocare la natura che, costituendo un cosmo, era rispettabile, o la tradizione, portatrice di un ordine e di costumi che avevano dato buone prove di sé. Ora non è più così: la natura, che non è nient’altro che natura, è esposta a ogni attacco («una materia malleabile, pronta a consegnarsi all’esame della ricerca scientifica come la zolla di creta nelle mani dello scultore»), e il passato umano, contingente e debordante di ingiustizie, è più elemento di contrasto che fonte di autorità.

D’ora innanzi, morale non significa più trovare il proprio posto in seno a ciò che è dato, ma impegnarsi nel compito infinito di trasformare il mondo e la società per introdurvi il bene di cui essi sono sprovvisti. […]

L’ispirazione gnostica, tenuta a bada, ha trovato nella tecnica moderna un modo nuovo di esprimersi. Lo gnosticismo antico era religioso – voleva, attraverso la conoscenza del vero Dio, liberare lo spirito da ogni legame col mondo materiale, abbandonato alle forze malvagie. Lo gnosticismo moderno, invece, vuole, attraverso la tecnica, sottomettere il mondo allo spirito.

La dinamica di trasformazione del mondo tramite la tecnica moderna non può essere veramente colta se si ignora questa dimensione spirituale: lo gnosticismo moderno è la separazione dello spirito e della materia che diventa, secondo le modalità d’azione conferite dalla tecnica moderna, imperialismo della volontà, impazienza davanti a tutto ciò che è dato, desiderio illimitato di dominio e di controllo. […] Come ha notato Orwell: «A parole, siamo tutti d’accordo che la macchina è fatta per l’uomo e non l’uomo per la macchina; in pratica, ogni sforzo tendente a controllare lo sviluppo della macchina ci appare come un attentato alla scienza, ossia come una sorta di bestemmia» (Le Quai de Wigan 1982, p. 233).

La parola “bestemmia” è proprio quella giusta: l’attentato alla scienza e alla tecnica è un attentato all’autentico sacro della società umana impegnata in una guerra santa contro il mondo. Nella vecchia morale, il limite designava ciò che non si deve fare; secondo la nuova, esso rappresenta ciò che non si può ancora fare e che si deve riuscire a fare. Non si tratta più di astenersi da certe azioni, anche a costo che, all’occorrenza, il progresso delle scienze ne sia ostacolato, ma di non accettare alcun limite all’azione, dal momento che è in gioco il progresso delle scienze, a costo che sia necessario cambiare la legge per rendere lecito ciò che era fino a quel momento vietato. […]

[I comitati etici], i cui membri sono nominati tutti dagli organismi dirigenti, o delegati da accademie e istituti scientifici, hanno una funzione di intermediazione. Sono là per mostrare all’opinione pubblica che in alto loco ci si preoccupa dell’etica e, al contempo, per ammansire e disarmare questa stessa opinione pubblica, delegittimarne le prevenzioni, predisporla ad accogliere domani quello che oggi essa probabilmente respingerebbe.

Del resto, la condanna di nuove possibilità, cui la popolazione non è ancora “pronta” ad acconsentire, va praticamente sempre di pari passo con l’accettazione, in compenso, di possibilità un pochino meno nuove che, al loro apparire, erano state severamente escluse. Così, i comitati etici ostentano un’immagine di rigore e di equilibrio quando, nel lungo termine, sono un’istanza di progressiva liquidazione dei divieti. Essi costituiscono un elemento di abbinamento elastico tra la ricerca tecnoscientifica e la società che, con qualche dilazione, deve permettere alla prima di trascinare la seconda senza troppe scosse. Così stando le cose, il principale strumento di “accettabilità”, idoneo a far acconsentire a tutte le trasgressioni, rimane la medicina.

Oggi non c’è sconvolgimento tecnico che, per vincere le prevenzioni, non passi attraverso l’argomento terapeutico, come aveva notato anche Illich: «Non c’è più considerazione etica, morale o sociale che tenga quando ostacola la ricerca di una “cura” o la “prevenzione” della più rara delle malattie incurabili, poco importa che sia il genetista, il metalmeccanico o il meteorologo a esigere crediti. Ormai, il catalizzatore più sensibile dello sblocco di un credito di ricerca su qualunque argomento, dalla genetica alla climatologia, è la promessa che i suoi risultati contribuiranno alla salute» (La Perte des sens, 2004, p. 274). […]

La strategia di ingegneria sociale è rodata. «La salute è incontestabile. Quando si hanno opposizioni a certe tecnologie e […] fate testimoniare associazioni di malati, tutti aderiscono. Perché è qualcosa di concreto, si vedono le persone che testimoniano, si vede l’applicazione immediata» (Geneviève Fioraso, ministro dell’Istruzione superiore e della ricerca, su France Inter, trasmissione “La tête au carré”, 27 giugno 2012). È il principio di Telethon: bambini colpiti da miopatia permettono al contempo di raccogliere fondi destinati alle ricerche di genetica e di dare a queste ricerche un aspetto caloroso, conviviale. La medicina è la vasellina che fa passare la supposta dell’artificializzazione senza limiti.



la riflessione

L'uomo ha un limite ed è questa la sua virtù

23_08_2026

Rispetto a Dio gli uomini si definivano esseri limitati; sotto lo sguardo divino imparavano ad abbandonare la loro megalomania infantile per sviluppare le loro attitudini e costruire un mondo veramente umano. La modernità ha rigettato il divino, interpretandolo come una proiezione castrante, una illusione preadoloscenziale di cui l’umanità doveva liberarsi per accedere, infine, all’età adulta.