Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Giulia Billiart a cura di Ermes Dovico
linguaggio

La situazione è seria ma Crosetto esagera evocando Hiroshima

Ascolta la versione audio dell'articolo

La crisi iraniana comporta un rischio così elevato da scomodare scenari apocalittici oppure quella del ministro della Difesa è solo una forzatura retorica? In entrambi i casi ci si aspetta una strategia comunicativa meno emotiva e discutibile.

Politica 08_04_2026
Photo by Mauro Scrobogna / LaPresse

L’intervista a Guido Crosetto pubblicata ieri sul Corriere della Sera, con il riferimento esplicito al rischio di una “Hiroshima”, ha inevitabilmente scatenato un dibattito acceso e, per certi versi, preoccupante. Non tanto – o non solo – per il merito delle sue parole, quanto per il modo in cui esse si inseriscono in un contesto già saturo di tensioni internazionali e percezioni di insicurezza diffusa.

Quando un ministro della Difesa evoca scenari estremi, il peso specifico di quelle parole è enorme. Non si tratta di un commentatore qualsiasi, ma di una figura istituzionale che dispone di informazioni privilegiate e che, proprio per questo, dovrebbe calibrare con estrema attenzione il linguaggio. Il richiamo ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki non è neutro: è un’immagine che parla direttamente all’inconscio collettivo, evocando distruzione totale, sofferenza indiscriminata e un salto qualitativo nella violenza bellica.

Il punto, allora, non è negare che i rischi esistano. Il quadro internazionale – tra guerra in Ucraina, crisi mediorientale e tensioni tra grandi potenze – è effettivamente instabile. Tuttavia, c’è una linea sottile tra l’informare e l’alimentare una percezione catastrofista che può sfuggire di mano. In una fase storica in cui l’opinione pubblica è già esposta a un flusso continuo di notizie allarmanti, dichiarazioni di questo tipo rischiano di innescare dinamiche irrazionali: paura diffusa, sfiducia nelle istituzioni, reazioni emotive difficili da governare.

Una possibile chiave di lettura, forse più inquietante, è che Crosetto possa muoversi su un crinale comunicativo estremamente delicato. È legittimo chiedersi se dichiarazioni così forti non siano il riflesso di informazioni di cui dispone ma che non può esplicitare apertamente. Le tensioni attorno all’Iran, il ruolo degli Stati Uniti d'America e di Israele, le ipotesi – sempre più discusse – di un possibile allargamento del conflitto, sono elementi che potrebbero giustificare una preoccupazione reale ai vertici della difesa.
Ma proprio per questo motivo, la comunicazione istituzionale dovrebbe essere ancora più responsabile. Se davvero esistono scenari così gravi da essere paragonati a Hiroshima, allora serve una gestione politica e diplomatica di altissimo livello, non una loro evocazione pubblica in forma suggestiva e potenzialmente destabilizzante. Se invece si tratta di un’iperbole, allora il rischio è quello di banalizzare il linguaggio della deterrenza, inflazionando riferimenti che dovrebbero restare eccezionali.

Nel corso della sua informativa alla Camera dei Deputati, lo stesso Crosetto ha delineato un quadro internazionale segnato da una crescente imprevedibilità, sottolineando come il livello di rischio globale sia aumentato rispetto al passato e come l’Italia debba prepararsi a scenari complessi, anche sul piano della sicurezza energetica, militare e civile. In quell’occasione, il ministro ha richiamato la necessità di rafforzare le capacità difensive e di mantenere alta l’attenzione su possibili escalation, pur senza indulgere in immagini così estreme.
Il contrasto tra il registro più istituzionale dell’informativa parlamentare e quello decisamente più evocativo dell’intervista pone una questione politica e comunicativa non secondaria. Qual è il messaggio che si vuole trasmettere ai cittadini? Preparazione e vigilanza, oppure allarme imminente?

Una gestione accorta della comunicazione, soprattutto in ambito di difesa, dovrebbe evitare di oscillare tra questi due poli. La credibilità delle istituzioni si fonda anche sulla coerenza e sulla capacità di trasmettere informazioni in modo equilibrato. Alimentare scenari apocalittici, senza poterli circostanziare, rischia di ottenere l’effetto opposto: non rafforzare la consapevolezza, ma erodere la fiducia.
In definitiva, le parole di Crosetto al Corriere della Sera aprono più interrogativi di quanti ne chiudano. Se davvero esistono elementi di rischio così elevati, è lecito aspettarsi un’azione politica conseguente e una strategia comunicativa più solida e meno emotiva.

Se invece si tratta di una forzatura retorica, allora è una scelta discutibile, perché in un contesto già fragile può contribuire a destabilizzare ulteriormente l’opinione pubblica. In entrambi i casi, resta la sensazione di una gestione incauta di un tema che richiederebbe, oggi più che mai, misura, precisione e senso delle proporzioni.