Sul servizio militare gli ultraortodossi rompono con Netanyahu
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L'impossibilità di garantire ancora l'esenzione dal servizio militare dei giovani Haredim, ha provocato l'uscita dal governo degli ultraortodossi e ora le prossime elezioni assumono l'aspetto di una resa dei conti contro il premier, già in difficoltà per la guerra e per gli scandali.
Il governo di Benjamin Netanyahu mostra le prime crepe. Le conseguenze della guerra, le proteste interne e le tensioni sempre più forti con gli ultraortodossi stanno indebolendo il potere del premier israeliano, aprendo una fase di crescente instabilità politica. Il leader, che da vent’anni domina lo Stato ebraico, appare oggi accerchiato: contestato nelle piazze da migliaia di israeliani, travolto dal crollo della fiducia dell’opinione pubblica dopo il 7 ottobre 2023, isolato sul piano internazionale e ora colpito anche dalla fuga degli alleati religiosi che hanno garantito per anni la sopravvivenza dei suoi governi. La coalizione è una polveriera pronta ad esplodere e il voto anticipato, in programma nei prossimi mesi, potrebbe trasformare Israele in un Paese lacerato, radicalizzato e sospinto verso una crisi politica senza precedenti.
Ma non è soltanto una crisi di governo. È una resa dei conti. Perché lo scontro che sta facendo implodere la maggioranza riguarda una delle questioni più esplosive dell’intera società israeliana: chi deve andare a combattere e chi può sottrarsi alla guerra, mentre il Paese vive una mobilitazione quasi permanente dopo il 7 ottobre.
A provocare il terremoto politico è stata la definitiva rottura tra Netanyahu e i partiti Haredim, gli ultraortodossi ebrei che per anni hanno rappresentato una colonna fondamentale delle coalizioni guidate dal Likud, il partito di Netanyahu. La loro uscita dall’alleanza non è una sorpresa. È invece il punto di arrivo di una crisi che covava da tempo e che negli ultimi due anni si è trasformata in uno scontro aperto tra urgenze militari, interessi politici e identità religiose inconciliabili.
Il detonatore della crisi risale al luglio del 2024, quando la Corte Suprema israeliana stabilì che non fosse più legalmente sostenibile continuare ad esentare in massa gli studenti delle yeshivot - le scuole rabbiniche ultraortodosse - dal servizio militare obbligatorio. Una sentenza che colpiva al cuore uno dei privilegi storici della comunità Haredim e che apriva una frattura all’interno della maggioranza.
Da quel momento Netanyahu tentò in tutti i modi di trovare una mediazione in grado di salvare la coalizione governativa. Il premier sapeva perfettamente che il mantenimento dell’esenzione militare rappresentava una linea rossa per i partiti religiosi. Ma, allo stesso tempo, cresceva dentro il governo, e perfino nel Likud, un’insofferenza verso un sistema percepito da larga parte dell’opinione pubblica come profondamente ingiusto. La questione era semplice: mentre decine di migliaia di riservisti venivano richiamati al fronte per mesi, mentre le famiglie israeliane affrontavano lutti, sacrifici economici e un clima di guerra permanente, migliaia di giovani ultraortodossi continuavano a non indossare l’uniforme, protetti da un sistema di esenzioni costruito negli anni, grazie al peso politico dei partiti religiosi.
Alla fine, il compromesso si è rivelato impossibile. Di fronte all’impossibilità di approvare una nuova legge che garantisse l’esenzione agli Haredim entro la fine della legislatura, il Likud ha dovuto comunicare ai leader di Shas ed Ebraismo della Torah Unito che il governo non aveva più i numeri per mantenere le promesse. La risposta è stata immediata. Degel HaTorah - una delle anime di Ebraismo della Torah Unito, assieme ad Agudat Yisrael - ha annunciato che il patto politico con Netanyahu era terminato. Una dichiarazione che ha il sapore di una condanna politica per il premier israeliano.
In realtà, la rottura è iniziata già mesi prima. Dall’estate del 2025 i partiti ultraortodossi avevano progressivamente lasciato i ministeri che controllavano, uscendo formalmente dal governo pur continuando a sostenere la coalizione in Parlamento. Era una strategia di pressione: restare abbastanza vicini al potere da mantenere influenza, ma abbastanza distanti da far capire che la pazienza stava finendo.
Per mesi gli Haredim avevano minacciato di provocare la caduta del governo se la questione dell’esenzione militare non fosse stata risolta. Oggi quella minaccia si è trasformata in una crisi politica reale che rischia di travolgere l’intero sistema israeliano. In uno stato, in cui la leva obbligatoria rappresenta uno dei pilastri dell’identità nazionale, l’esenzione concessa agli studenti delle scuole rabbiniche è diventata sempre più difficile da accettare dal resto della popolazione.
Per gli Haredim, tuttavia, il tema non è negoziabile. Gli studenti di questa comunità dedicano la loro vita allo studio della Torah, considerato non soltanto un dovere religioso, ma una missione spirituale fondamentale per la sopravvivenza stessa del popolo ebraico. Dal loro punto di vista, l’obbligo al servizio militare significherebbe interrompere questa missione, ma soprattutto esporre migliaia di giovani ultraortodossi al contatto con una società laica e moderna percepita come una minaccia esistenziale e probabilmente alla dissoluzione dell’identità Haredim. I leader religiosi avvertono il rischio che l’arruolamento nell’esercito dei giovani ultraortodossi possa accelerare l’abbandono della comunità, rompendo l’isolamento culturale difeso per decenni. Nel frattempo, la maggioranza degli israeliani assiste a quest’opposizione con crescente rabbia.
Mentre molti cittadini accusano gli ultraortodossi di beneficiare dei fondi pubblici e della protezione statale senza contribuire allo sforzo collettivo della difesa, cresce l’ostilità politica nei confronti dei partiti religiosi. La questione della leva s’intreccia, inoltre, con un’altra grande spaccatura che attraversa il Paese: quella tra l’Israele laico e l’Israele religioso. Le proteste esplose nel 2023 contro la riforma della giustizia, voluta dal governo Netanyahu, avevano già mostrato quanto profonda fosse la sfiducia di buona parte della popolazione nei confronti della coalizione garantita dalla destra religiosa. Oggi, quella stessa rabbia si salda con la stanchezza prodotta dalla guerra e con il timore che il peso politico crescente degli ultraortodossi stia modificando irreversibilmente il volto dello Stato israeliano.
Nel frattempo, l’opposizione cerca di approfittare della crisi. Naftali Bennett e Yair Lapid stanno lavorando alla costruzione di un nuovo fronte anti-Netanyahu, nel tentativo di replicare l’esperienza del 2021, quando riuscirono temporaneamente ad estromettere il leader del Likud dal potere. Tuttavia il campo avversario resta fragile e attraversato da profonde divisioni ideologiche. Bennett continua a incarnare una destra nazionalista pragmatica, molto dura sul piano della sicurezza, ma meno dipendente dai partiti religiosi. Lapid, invece, rappresenta il volto dell’Israele liberale, urbano e secolarizzato che teme la deriva identitaria del Paese. La loro eventuale alleanza avrebbe un unico collante: fermare Netanyahu.
Sul fronte opposto, invece, il premier continua a fare affidamento sull’ala più radicale della destra nazionalista. Figure come Itamar Ben-Gvir e Bezalel Smotrich mantengono il consenso tra gli elettori più radicalizzati dalla guerra e dalla paura del nemico. Ma proprio la loro crescente influenza contribuisce ad allontanare il centro moderato e ad aggravare l’isolamento internazionale di Israele.
Per Netanyahu potrebbe essere l’ultima battaglia politica. Per Israele, invece, potrebbe essere molto di più: il momento in cui il Paese sarà costretto a decidere che cosa vuole diventare, dopo anni di guerra, divisioni e crisi permanenti.
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