• SIRIA

La guerra fra turchi e curdi spezza fragili equilibri

Ormai è una guerra turca. Dopo la cacciata dell’Isis dal Jarablus, da parte dei ribelli siriani sostenuti dai turchi, l’esercito di Ankara è sempre più direttamente coinvolto negli scontri nel nord della Siria, subendo perdite e infliggendole in gran quantità. Diventa più difficile quell'accordo annunciato da Kerry e Lavrov dopo il loro incontro a Ginevra.

Curdi dell'YPG al confine con la Turchia

Ormai è una guerra turca. Dopo la cacciata dell’Isis dal Jarablus, da parte dei ribelli siriani sostenuti dai turchi, l’esercito di Ankara è sempre più direttamente coinvolto negli scontri nel nord della Siria, subendo perdite e infliggendole in gran quantità. Kerry e Lavrov, nel frattempo, annunciano un accordo imminente, che al momento sembra essere alquanto lontano dalla realtà sul terreno.

Lo scenario è complesso e occorre partire da Ginevra per capirlo, dove venerdì si è discusso di soluzioni diplomatiche fra i due ministri degli esteri delle grandi potenze impegnate nella questione siriana. Il punto di convergenza è la necessità di combattere l’Isis. I russi appoggiano l’offensiva dell’esercito regolare di Assad su Aleppo, dove l’Isis non è presente. Fra i ribelli ci sono anche milizie appoggiate dagli americani. Dunque il punto dolente è Aleppo, distrutta da cinque anni di guerra. quel che i russi hanno concesso alla controparte è di far da garanti a una tregua, come premessa per un cessate-il-fuoco più solido. Parlando dopo l’incontro, il segretario di Stato John Kerry, ha dichiarato che la situazione in Siria è “drammaticamente peggiorata” dopo “una breve oasi di calma” seguita all’ultimo cessate-il-fuoco di febbraio. Ora promette un accordo più duraturo garantito da Usa e Russia. La controparte è d’accordo? Secondo il ministro degli Esteri del Cremlino, Sergej Lavrov, “vanno messi ancora un paio di puntini sulle i” prima di definire il prossimo accordo. Secondo il ministro “il dialogo di tutti i giorni”, a corto respiro, può essere la chiave per risolvere la questione siriana ed è d’accordo nel sostenere che una tregua, sia pur temporanea, possa andare a beneficio dei siriani bisognosi di aiuto. L’evacuazione di Daraya è cominciata già alla fine della scorsa settimana. Settecento guerriglieri e circa 4000 famiglie si stanno trasferendo nella provincia di Idlib, nel Nordovest siriano. L’inviato italiano dell’Onu, Staffan de Mistura, lancia da Ginevra un appello per la protezione dei civili evacuati. Dichiara che l’evacuazione debba avvenire su base volontaria e sostiene che l’Onu non abbia avuto alcun ruolo nella tregua umanitaria accettata dai ribelli e dal governo di Assad.

In questa situazione di fragile tenuta di accordi provvisori, si inserisce con prepotenza lo scontro fra curdi, Isis e turchi, gli uni contro gli altri, nel Nord della Siria, a non troppa distanza da Aleppo. I turchi hanno letteralmente spedito formazioni di guerriglieri dell’Esercito Libero Siriano, ospitati sul loro territorio, a riconquistare Jarablus, da tempo tenuta dall’Isis. Gli jihadisti si sono ritirati dopo poche ore dall’inizio dell’offensiva. Però sono iniziati da subito gli scontri fra turchi (e loro alleati locali) e i curdi dell’YPG presenti sulla riva occidentale dell’Eufrate. Gli americani, che hanno armato e sostenuto i curdi nel corso della loro precedente offensiva contro l’Isis, si sono fatti garanti di un accordo: l’YPG si deve ritirare a Est dell’Eufrate, preparandosi, con la dovuta concentrazione di forze, a sferrare il colpo decisivo su Raqqa, la “capitale” del Califfato. I turchi hanno invece mano libera sull’area compresa fra Azaz e Jarablus, il Nordovest siriano compreso fra le due enclave controllate dall’YPG. In questo scontro a tre, gli americani si ritrovano alleati sia dei curdi che dei turchi, contro l’Isis e sperano che i due alleati, separatamente, concentrino i loro sforzi nella lotta agli jihadisti, senza scontrarsi fra loro. Ai turchi concedono di formare la loro zona cuscinetto (impedendo ai curdi di riunirsi), ai curdi concedono di conservare intatto il grosso del loro territorio duramente conteso all’Isis. Ma qualcosa non ha funzionato. Fin da subito non era chiaro se i curdi si fossero realmente ritirati a Est dell’Eufrate. Secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti Umani, i guerriglieri dell’YPG avevano ancora teste di ponte sulla riva occidentale e stavano guadagnando terreno, a scapito sia dell’Isis che degli stessi alleati dei turchi. Gli americani, per questo, per bocca dello stesso vicepresidente Joe Biden, minacciano di ritirare il necessario sostegno militare fornito ai curdi.

Sabato, i turchi hanno avuto il loro primo caduto nel conflitto siriano, ucciso da miliziani curdi. Fonti dell’YPG affermano di aver distrutto almeno tre carri armati. Ieri i turchi hanno bombardato postazioni curde nei villaggi attorno a Jarablus. Secondo il comando di Ankara, i raid aerei hanno ucciso 25 miliziani dell’YPG. Secondo osservatori locali, in questo e altri incidenti, sono invece morti 35 civili e 4 miliziani curdi. La tensione nel Kurdistan turco è chiaramente molto alta, considerando soprattutto che non è passata nemmeno una settimana dall’ultimo grave attentato a Gaziantep, attribuito all’Isis e di cui è rimasta vittima soprattutto la comunità curda. Se il PKK decidesse di appoggiare, in Turchia, le operazioni dell’YPG, assisteremmo alla ripresa del conflitto in Anatolia. Aggiungendo benzina sul fuoco, l’Isis ha ancora alzato l’asticella della sua crudeltà propagandistica, diffondendo il video dell’esecuzione di prigionieri curdi. A sparare alla testa dei miliziani, legati e con indosso la caratteristica camiciona arancione dei prigionieri, stavolta sono bambini-soldato, uno dei quali è un “foreign fighter” britannico, un bambino che entra in età adulta commettendo un crimine di guerra. Da un punto di vista curdo, gli americani li minacciano, i turchi li combattono, gli jihadisti li uccidono con questi metodi efferati, mostrando le immagini delle loro efferatezze sul Web, in tutto il mondo. E’ facile prevedere che la loro reazione arriverà, prima o poi. I curdi hanno dimostrato di saper combattere e vincere contro i jihadisti, sono stati gli unici, finora, a dar rifugio ai cristiani in fuga dall’Iraq e dalla Siria, sono gli unici che hanno riconosciuto piena libertà di religione nei territori da loro controllati. Meritano di ritrovarsi a combattere contro tutti?

La Turchia, dal canto suo, con questa azione anti-curda rischia di approfondire ulteriormente la frattura con gli Stati Uniti. Già Erdogan accusa Washington di proteggere Gulen, l’islamista e politologo considerato la mente del golpe del 15-16 luglio. Il gioco di sponda che la Turchia sta conducendo con Usa e Russia è sempre più pericoloso. L’offensiva in Siria, ora, rischia di far saltare i nervi sia alla Russia (che non vede di buon occhio la guerra turca contro i curdi) che agli Usa. Rischia, insomma, di rovinare anche quelle timide speranze di nuovi accordi di pace in Siria. E a subire il peggio sarà, come sempre, la popolazione siriana. E a goderne è soprattutto l'Isis, che si riorganizza in mezzo ai due litiganti.

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